T.S. Eliot – Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

DA QUI:

https://www.lapoesiaelospirito.it/2022/09/28/luigi-maria-corsanico-legge-t-s-eliot-2/

Thomas Stearns Eliot
Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock
(The Love Song of J. Alfred Prufrock)

Thomas Stearns Eliot. Opere, a cura di R. Sanesi
Classici Bompiani, 1986.

«S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse.

Ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.»

(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVII, 61-66)

L’epigrafe riferisce dell’incontro tra Dante e Guido da Montefeltro, condannato all’ottavo cerchio dell’Inferno. Come Guido, Prufrock crede che il suo racconto rimanga celato, per questo si apre senza timore. È come il soliloquio dell’attore in cui si esprime liberamente con una modalità che fa percepire ciò come qualcosa che non è rivolto ad altri se non a se stesso. In tale discorrere solitario i pensieri emergono e si strutturano senza seguire le regole della logica o le esigenze di compiutezza proprie di un racconto; essi piuttosto vengono regolati nel loro concatenarsi dal flusso variabile ed imprevedibile delle emozioni. Allo stesso modo Guido e Prufrock sono connessi con l’Inferno, uno al cerchio dantesco, l’altro alla Londra moderna entrambi senza scampo. Lo stesso Prufrock nel poema vive personalità multiple e incarna sia Guido che Dante. A volte è il narratore, altre colui che ascolta che rivela la storia del mondo. Alternativamente il ruolo di Guido nell’analogia è infatti occupato da Prufrock, ma il ruolo di Dante è occupato da you, il lettore, come in “Let us go now, you and I”.

“Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (The Love Song of J. Alfred Prufrock)” fu composto tra il 1910 e il 1911 con il titolo “Prufrock tra le donne”, ma pubblicato per la prima volta solo nel 1917 nella raccolta “Prufrock and Other Observations”, dedicata a Jean Verdenal, amico di Eliot ucciso nel 1915 nella spedizione anglofrancese dei Dardanelli.

“La lirica in questione, che era stata scritta circa sei anni prima e che nel volumetto trovava la sua consacrazione, fu presto interpretata come un’analisi tra il distaccato e il partecipe dell’animo e delle caratteristiche dell’uomo moderno, colto, nevrotico, perplesso rispetto alle complicazioni di un mondo cambiato troppo e troppo rapidamente.
Prufrock sembra rivolgersi a una possibile amante con cui vorrebbe stabilire un rapporto. Ma non osa farlo perché immagina i commenti negativi degli altri sui suoi limiti e difetti; e il canto d’amore diventa così un canto di rinuncia. Prufrock continua a porsi degli interrogativi che in realtà sono soltanto delle banalità che rimandano a quella che dovrebbe essere la domanda decisiva che vorrebbe porsi, quella sul senso del mondo moderno. Ma la domanda non la pone, non la esplicita neppure: lascia l’interrogativo al lettore.

La modernità della lirica stava in questo approccio, in cui lo sconcerto che avvolgeva il presente subentrava alle certezze ottocentesche. Stava anche, e soprattutto, nel linguaggio di Eliot. Dai simbolisti francesi aveva preso il ricorso a immagini e a vocaboli appartenenti alla realtà di ogni giorno, volutamente antiestetici nella loro ordinarietà.
Cento anni dopo i versi del Canto d’amore mantengono tutta la loro forza. Non solo per la bellezza della poesia che supera la prova del tempo; ma perché anche oggi ritroviamo lo sconcerto di fronte a un mondo che forse, come accadde allora, è cambiato troppo rapidamente e rispetto al quale ci limitiamo a fare domande banali, a parlare d’altro, senza avere il coraggio di fare la domanda decisiva.”

Da: “Cent’anni fa Prufrock parlava di noi”, di Paolo Bertinetti / 6 luglio 2017

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Ritratto di T.S. Eliot by Patrick Heron

Arvo Pärt, Lamentate  (excerpt)
Olga Scheps, piano
Estonian National Orchestra / Bas Wiegers

Marcello Comitini – La memoria

Marcello Comitini
La memoria © 3 aprile 2021
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Maurits Cornelis Escher
“Mano con sfera riflettente” (1935)

JS. Bach, Prelude No.8 in E flat minor BWV 853.
Leopold Stokowski / Czech Philharmonic Orchestra

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Come se la mia memoria avesse l’occhio
enorme e folle di un ciclope
mi passano dinnanzi ombre dritte e mute
che sopravvivono come alberi
che hanno lasciato cadere le foglie
e ora tendono verso l’alto
le braccia magre e grinzose.
Sotto un cielo di cenere si allontanano
assieme al paesaggio che fugge all’indietro
nel riquadro del finestrino all’uomo affacciato
dal treno dei miei anni. Vedo
le ombre in lunghi filari. Rimangono e passano
come lento gregge al pascolo
nel grigio soffio dell’aria.
Una si trasforma in rosa
ormai appassita da tempo
che misteriosamente ancora
m’inebria con la sua fragranza.
Una in tenue stella nella vastità del buio
scaglia il suo raggio dritto e luminoso
nell’occhio della mia memoria.
Un’altra ha la punta dolorosa di spina conficcata
nelle ali del mio cuore.
Alcune vestono parvenze umane
nei loro abiti di cerimonia o di lutto,
nei sudari di morte o di vita.
M’inondano i sensi le loro lacrime
malinconica luce per l’occhio,
o le loro risate suono melodioso per l’orecchio.
Si sommano i giorni agli anni. Immobile sul loro correre
non mi stanco del paesaggio dietro i vetri
illuminato dal sole o appannato dal gelo.

Marcello Comitini © 3 aprile 2021 La memoria

Henry David Thoreau / Rainer Maria Rilke

Henry David Thoreau (1817-1862)
da: ASCOLTARE GLI ALBERI / Diario, 31 ottobre 1858
Traduzione di Alba Bariffi
Garzanti

Rainer Maria Rilke (1875-1926)
da: I sonetti a Orfeo / Sonetto XIV (Scritto tra il 2 e il 5 febbraio 1922)
Traduzione di Franco Rella
FELTRINELLI

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Greensleeves
Arrangement: Matt Riley
Cello/Rachelle LaNae Smith
Violin/Erika Blanco

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Henry David Thoreau – Diario, 31 ottobre 1858

L’altro giorno, dopo aver camminato un paio d’ore per i boschi, sono arrivato alla base di un alto pioppo tremulo, che non ricordo di aver visto prima, erto in mezzo ai boschi del paese vicino, ancora fitto di foglie mutate in un giallo verdastro. È forse il più grande della sua specie che io conosca. È stato per puro caso che mi ci sono imbattuto, e se fossi stato mandato a trovarlo mi sarebbe sembrato, come si dice, di cercare un ago in un pagliaio. Mi è rimasto nascosto tutta l’estate, e probabilmente per tanti anni, ma ora, salendo in una direzione diversa sulla stessa collina da cui ho visto le querce scarlatte, e guardandomi in giro appena prima del tramonto, quando tutti gli altri alberi visibili per miglia sono rossastri o verdi, distinguo il mio nuovo amico dal suo colore giallo. Ha raggiunto la fama, finalmente, e la ricompensa per aver vissuto in tale solitudine e oscurità. È l’albero che si distingue di più in tutto il panorama, e agli occhi di tutti sarebbe il centro dell’attenzione. Così ricopre il suo ruolo nel coro.
È come se anche lui mi avesse riconosciuto, e con piacere, venendomi incontro a metà strada, e ora l’amicizia nata in modo così propizio sarà, io credo, perenne.

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Rainer Maria Rilke – Sonetto XIV

Vaghiamo in compagnia di fiori, tralci, frutti.
Essi non parlano soltanto la lingua stagionale.
Dall’oscuro sale variegata un’evidenza
che ha forse il lucore della gelosia

dei morti, che rafforzano la terra.
Che sappiamo noi qual è qui la loro parte?
Da lungo tempo è loro costumanza impastare
l’argilla col loro disponibile midollo.

Questo solo chiediamo: lo fanno di buon grado?…
Spinge con impresa d i gravati schiavi il frutto
su fino a noi pregno; a noi loro padroni?

O sono loro i padroni, dormienti presso le radici,
che ci riservano quel che è superfluo a loro,
questa cosa interstizia di muta forza e baci?

Marcello Comitini – La città del ricordo

Marcello Comitini
La città del ricordo
©20/09/2022

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Catania skyline in watercolor background
Pablo Romero / Professional photographer
CEV Madrid Art School of Huelva

Erik Satie, Gnossienne n.1
Ulrich Schröder, Praful – Solo Live in Amsterdam 2014

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È in fondo al senso della vita
la città dei ricordi e dei miei versi
distesa tra le braccia nere del vulcano
amata dal luminoso sorriso del mare
il ventre aperto per mostrarsi più bella.
Ma è una ferita che la squarcia
come un vitello appeso al chiodo da anni
infetta di sporcizia e mosche.
Il mio tenue ricordo è in quella strada
avida di negozi eleganti
un fascio di luce
che unisce il sole il mare e la neve
nella memoria immobile a guardarla
come un lungo cero acceso.
Risuona incurante delle chiacchiere
dei sorrisi perfidamente ammiccanti
delle signore eleganti appassite
dentro i loro abiti di primavere lontane
sedute ai bar a sfogliare le loro memorie
e di giovani appoggiati ai muri che guardano
le ragazze orgogliose dei loro amori
impressi sulle bocche rosse
nei lunghi capelli neri
e nella notte splendente dei loro occhi.
La città del ricordo impetuoso
appartiene a mia madre
che attraversa pudica e indignata
la rete dei vicoli viscidi lastricati d’umido
tra donne dai seni straripanti di neve
a guardarla come una santa
coi suoi gioielli in ciascuna mano.
E io curioso a scrutare le loro mammelle
riverse fuori dai nidi vuoti
che la notte ospitano lupi e sirene
odorose di sperma e sudori.
Chi mi aveva insegnato a vedere
quel vivere di giorno invisibile?
Era la voce sanguinante del mio quartiere
di fianco a quella ferita, erano gli sguardi
rochi degli uomini con le mani in tasca
e la camicia sbottonata sul petto
che offrono le loro donne al passante
e le preservano dai piaceri dell’amore.
Guardavo desideravo sognavo
con l’innocenza del giusto Giuseppe
che sfugge alle braccia della vogliosa Zuleika.
Eppure le amo ancora quelle
che bisbigliavano d’alcove
al giovane sognante gli occhi ardenti
di una ragazza acerba.
Nel ricordo più intenso appaiono strade
straripanti d’uomini in tuniche bianche
ch’esultano per gli occhi rivolti al cielo
di quell’altra ragazza acerba
dai seni dilaniati dall’amore canceroso.
Veniva di notte
e versava nella mia bocca
il latte dalle sue mammelle
miracolosamente vergini. Fontana divina
in un viale fiorito
che m’invitava a bere il suo miele
il miele per riconoscere i viali
e le fontane da cui zampilla l’amore.
Li percorrevo
in compagnia di silenziose amiche
visi languidi fontane vivaci
che nascondevano i sentimenti a occhi bassi.
I viali mi apparivano falsamente fioriti
l’amore una ferita inguaribile
e il mio dolore il dolore del mondo.
Strade viali vicoli
sono le viscere della mia memoria
intenerita dalla lontananza
dal desiderio amaro di non tornare.

Marcello Comitini – La città del ricordo ©20/09/2022

Antonio Gramsci – Lettere dal carcere

ANTONIO GRAMSCI – LETTERE DAL CARCERE
Lettera alla mamma, 10 maggio 1928

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Mahler – Symphony No.4 in G-major
Leonard Bernstein & Wiener Philharmoniker

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10 maggio 1928

Carissima mamma,

sto per partire per Roma. Oramai è certo. Questa lettera mi è stata data appunto per annunziarti il trasloco. Perciò scrivimi a Roma d’ora innanzi e finché io non ti abbia avvertito di un altro trasloco.

Ieri ho ricevuto un’assicurata di Carlo del 5 maggio. Mi scrive che mi manderà la tua fotografia: sarò molto contento. A quest’ora ti deve essere giunta la fotografia di Delio che ti ho spedito una decina di giorni fa, raccomandata.

Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è cosí, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.

Ti abbraccio teneramente.

Nino

PRIMO LEVI E L’ODIO


Primo Levi e l’odio

Lettura di Luigi Maria Corsanico

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“Non sono facile all’odio: lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo e preferisco che le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione.
Per questo motivo non ho mai coltivato l’odio come desiderio primitivo di rivalsa, di sofferenza inflitta al mio nemico vero o presunto, di vendetta privata.
Devo aggiungere che, per quanto posso vedere, l’odio è un sentimento personale: è rivolto contro una persona, un nome o un viso.
I nostri persecutori nazisti non avevano viso, né nome: erano lontani, invisibili, inaccessibili; prudentemente, il sistema nazista faceva sì che i contatti diretti fra gli schiavi e i signori fossero ridotti al minimo.
Dopo la guerra, inoltre, il nazismo e il fascismo sembravano giustamente e meritatamente tornati nel nulla, svaniti come un sogno mostruoso, così come spariscono i fantasmi al canto del gallo.
Come avrei potuto coltivare rancore o volere vendetta contro una schiera di fantasmi?
Non molti anni dopo, l’Europa e l’Italia si sono accorte che questa era un’ingenua illusione: il fascismo era ben lontano dall’essere morto, era soltanto nascosto, stava facendo la sua muta per ricomparire in una veste nuova, un po’ meno riconoscibile e un po’ più rispettabile, più adatta al nuovo mondo che era uscito dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, che esso stesso aveva provocata.
Devo confessare che davanti a certi visi non nuovi, a certe vecchie bugie, a certe figure in cerca di rispettabilità, a certe indulgenze e connivenze, provo la tentazione dell’odio con una certa violenza.
Ma io non sono un fascista: io credo nella ragione e nella discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all’odio antepongo la giustizia.”

Primo Levi

MARCELLO COMITINI- UN SASSO NERO

Marcello Comitini – Un sasso nero
dalla raccolta Il fiato del mondo, 2015 – Marcello Comitini ©
da qui: https://marcellocomitini.wordpress.com/2019/02/27/un-sasso-nero/

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Glenn Gould plays Johann Sebastian Bach’s Partita no.6 in E minor, BWV830

immagine dal web di proprietà dell’Autore

DINO CAMPANA – LA CHIMERA

REGISTRAZIONE DEL 18 SETTEMBRE 2016

Dino Campana (1885-1932)
La Chimera
Canti Orfici (1914)

Intepretazione di Luigi Maria Corsanico

Giorgio De Chirico
L’enigma dell’oracolo (1910)

Arnold Schönberg: Notturno (1896)
Orchester der CLW Wien – Dirigent: Arno Hartmann

Pagine manoscritte originali
della prima stesura del 1913

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Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la Melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Luigi Maria Corsanico legge Mario Luzi

VIDEO ANTOLOGIA:

  • Questa felicità
  • Tre poesie
  • Non andartene
  • Rughe
  • La notte, i suoi strani affollamenti
  • Di chi è mancanza…
  • Alla madre
  • Di gennaio, di notte
  • Sulla riva
  • Epifania
  • Osso
  • Natura, lei
  • Aprile – Amore
  • Quei vasi di lacrime
  • Prima di primavera, ma poco
  • Non ebbe se non raramente (Estate mia settantesima)
  • Infra-Parlata affabulatoria di un fedele all’infelcità
  • So da sempre che vieni
  • Muore ignominiosamente la repubblica
  • Natura
  • Come tu vuoi
  • Il giudice

MARCELLO COMITINI TRADUCE PESSOA

REGISTRAZIONE DEL 21 SETTEMBRE 2019

Fernando Pessoa
Poesie

Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Poesias Inéditas (1919-1930) Lisboa: Ática, 1956
Novas Poesias Inéditas. Lisboa: Ática, 1973

Dmitri Shostakovich
String Quartet No. 8 in C minor, Op. 110
1st movement (Largo)
Borodin String Quartet

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DEUS 3.6.1913

Avolte sono il dio che porto in me
E sono anche il dio, il credente e la preghiera
E il simulacro d’avorio
dove quel dio si smemora.

A volte sono solo un ateo
di quel dio che io sono quando mi esalto.
Vedo dentro me un intero cielo
ed è il puro vuoto di un cielo alto.

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22.11.1928

La speranza come un fiammifero ancora acceso,
L’ho lasciata cadere sul pavimento. Si è spenta sul pavimento illeso.
Il fallimento sociale del mio destino
L’ho riconosciuto, come un mendicante in prigione.

Ogni giorno mi trascina con qualcosa da sperare
Qualcosa che nessun giorno potrà dare.
Ogni giorno mi stanca con le sue speranze…
Ma vivere è sperare e stancarsi.

La promessa non sarà mai mantenuta
Perché nel promettere si è compiuto il destino.
Quello che si spera, se la speranza è entusiasmo,
È stato speso sperandolo, ed è già finito.

Quanta rivincita pensi contro il destino
Nemmeno i versi possono esprimerla. E il dado
Rotolato sotto il tavolo, la carta nascosta
Neppure il giocatore stanco li cerca.

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28.12.1928

La pallida luce della mattina d’inverno,
il molo e la ragione
non danno speranza, nemmeno una sola speranza,
al mio cuore.
Quel che deve essere,
sia che io lo desideri o meno.

Nel rumore del molo, nel turbinio del fiume
nella strada che si risveglia
niente più silenzio, nemmeno un nulla
per il mio sperare.
Quel che non deve essere
altrove sarà, se lo pensassi; tutto il resto è sognare.

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19 novembre 1935
Ultimo componimento poetico scritto da Fernando Pessoa undici giorni prima della morte.

Ci sono malattie peggiori delle malattie,
Ci sono dolori che non dolgono, nemmeno nell’anima,
Ma sono più dolorosi degli altri.
Ci sono angustie sognate più reali
Di quelle che la vita ci porta, ci sono sensazioni
Provate solo con l’immaginario
Che sono più nostre della nostra vita.
Ce ne sono così tante che, senza esistere,
esistono, esistono lungamente,
E lungamente sono nostre, siamo noi …
Sopra il verde torbido dell’ampio fiume
Gli archi bianchi dei gabbiani …
Sopra l’anima il volteggiare inutile
Di quel non era, né poteva essere, e questo è tutto.

Dammi più vino, perché la vita non è niente.