Mario Luzi – Muore ignominiosamente la repubblica

Mario Luzi – Muore ignominiosamente la repubblica
Da: «Segmenti del grande patema»
una sezione di “Al fuoco della controversia”, Garzanti. 1978

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arnold Schönberg
Piano Concerto, op.42 (excerpt)
piano, George Hadjinikos
Orchestre National de la RTF
conductor, Dimitris Chorafas

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Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima — cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

Jorge Luis Borges – Las cosas / Le cose

Jorge Luis Borges – Las cosas
“Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969
Leído por Luigi Maria Corsanico
Astor Piazzolla – Vuelvo al Sur (solo de bandoneón)
Pablo Picasso, Natura muerta – 1918

El bastón, las monedas, el llavero,
la dócil cerradura, las tardías
notas que no leerán los pocos días
que me quedan, los naipes y el tablero,
un libro y en sus páginas la ajada
violeta, monumento de una tarde
sin duda inolvidable y ya olvidada,
el rojo espejo occidental en que arde
una ilusoria aurora. ¡Cuántas cosas,
limas, umbrales, atlas, copas, clavos,
nos sirven como tácitos esclavos,
ciegas y extrañamente sigilosas!
Durarán más allá de nuestro olvido;
no sabrán nunca que nos hemos ido.

Jorge Luis Borges – Le cose
da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971
(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapranno mai che ce ne siamo andati.

Pablo Neruda – Yo volveré 

Pablo Neruda – Yo volveré
Desde:
Las Piedras de Chile
Pablo Neruda
Editorial: Losada, 1960

Leído por: Luigi Maria Corsanico

Manifiesto, Víctor Jara
Duo Mapu

Foto: L.M.Corsanico
Valdivia, Chile

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Alguna vez, hombre o mujer, viajero,
después, cuando no viva,
aquí buscad, buscadme
entre piedra y océano,
a la luz procelaria *
de la espuma.
Aquí buscad, buscadme,
porque aquí volveré sin decir nada,
sin voz, sin boca, puro,
aquí volveré a ser el movimiento
del agua, de
su corazón salvaje,
aquí estaré perdido y encontrado:
aquí seré tal vez piedra y silencio.

Padre nostro che sei nei cieli

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975)

Padre nostro che sei nei cieli
da:
Pier Paolo Pasolini, Affabulazione *
Torino, Giulio Einaudi, 1992

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Luciano Berio (1925-2003)
Ekphrasis (Continuo II) per orchestra
Radio-Sinfonie-Orchester Frankfurt diretta da Luciano Berio

* Affabulazione è una tragedia, composta di otto episodi in versi liberi, un prologo e un epilogo, di Pier Paolo Pasolini. L’opera venne composta in prima stesura nel 1966 e pubblicata in seguito sul n. XV del luglio-settembre del 1969 della rivista Nuovi Argomenti e infine in un’edizione postuma nel volume Affabulazione. Piliade, edito a Milano da Garzanti nel 1977.

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Padre nostro che sei nei Cieli,
io non sono mai stato ridicolo in tutta la vita.
Ho sempre avuto negli occhi un velo d’ironia.
Padre nostro che sei nei Cieli:
ecco un tuo figlio che, in terra, è padre…
È a terra, non si difende più…
Se tu lo interroghi, egli è pronto a risponderti.
È loquace. Come quelli che hanno appena avuto
una disgrazia e sono abituati alle disgrazie.
Anzi, ha bisogno, lui, di parlare:
tanto che ti parla anche se tu non lo interroghi.
Quanta inutile buona educazione!
Non sono mai stato maleducato una volta nella mia vita.
Avevo il tratto staccato dalle cose, e sapevo tacere.
Per difendermi, dopo l’ironia, avevo il silenzio.

Padre nostro che sei nei Cieli:
sono diventato padre, e il grigio degli alberi
sfioriti, e ormai senza frutti,
il grigio delle eclissi, per mano tua mi ha sempre difeso.

Mi ha difeso dallo scandalo, dal dare in pasto
agli altri il mio potere perduto.
Infatti, Dio, io non ho mai dato l’ombra di uno scandalo.
Ero protetto dal mio possedere e dall’esperienza
del possedere, che mi rendeva, appunto,
ironico, silenzioso e infine inattaccabile come mio padre.
Ora tu mi hai lasciato.
Ah, lo so ben io cosa ho sognato
Quel maledetto pomeriggio! Ho sognato Te.
Ecco perché è cambiata la mia vita.

E allora, poiché Ti ho,
che me ne faccio della paura del ridicolo?
I miei occhi sono divenuti due buffi e nudi
lampioni del mio deserto e della mia miseria.

Padre nostro che sei nei Cieli!
Che me ne faccio della mia buona educazione?
Chiacchiererò con Te come una vecchia, o un povero
operaio che viene dalla campagna, reso quasi nudo
dalla coscienza dei quattro soldi che guadagna
e che dà subito alla moglie – restando, lui, squattrinato,
come un ragazzo, malgrado le sue tempie grigie
e i calzoni larghi e grigi delle persone anziane…
chiacchiererò con la mancanza di pudore
della gente inferiore, che Ti è tanto cara.
Sei contento? Ti confido il mio dolore;
e sto qui a aspettare la tua risposta
come un miserabile e buon gatto aspetta
gli avanzi, sotto il tavolo: Ti guardo, Ti guardo fisso,
come un bambino imbambolato e senza dignità.

La buona reputazione, ah, ah!
Padre nostro che sei nei Cieli,
cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino

  • che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto –
    di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?
    Che me ne faccio di questa persona
    cosi ben difesa contro gli imprevisti?

Nâzim Hikmet – Prima che bruci Parigi

Ho riproposto questa mia lettura del 2016, in seguito ad una presunta violazione del copyright della parte musicale, con conseguente blocco del video in tutto il mondo (YouTube se ne accorge dopo quasi sette anni), così ho dovuto rimuovere il video e mixare la mia lettura di allora con una nuova base musicale, senza diritti, in un nuovo video, ed è stata accettata. Quel vecchio video aveva raggiunto migliaia di ascoltatori, per questo motivo ho deciso di riproporlo, affinché possa essere ritrovato da coloro che lo avevano gradito e anche da nuovi amanti del grande Poeta.

Nâzim Hikmet – Prima che bruci Parigi
Parigi, 1958
(Traduzione di Joyce Lussu)
da “Nâzim Hikmet, Poesie d’amore”, A. Mondadori Editore, 1991

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos – Bachianas Brasileiras No. 4, I. Preludio
Orchestre National de la Radiodiffusion Française

Immagini dal web di proprietà degli Autori
Video senza fini commerciali

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Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

FERNANDO PESSOA – È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono

FERNANDO PESSOA
È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono (1910)

Ricerca e traduzione di L.M.Corsanico dal testo originale inglese – “It is necessary now that I should tell what manner of man I am” – comparato con la versione portoghese di Jorge Rosa – “Cumpre-me agora dizer que espécie de homem sou.” in:
Páginas Íntimas e de Auto-Interpretação. Fernando Pessoa.
(Textos estabelecidos e prefaciados por Georg Rudolf Lind e Jacinto do Prado Coelho.)
Lisboa: Ática, 1966.
Ricerche svolte in : Arquivo Pessoa, Lisboa.

Lettura di Luigi Maria Corsanico
György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

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È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono.
Non importa il mio nome o altri dettagli esterni su di me. Bisogna dire qualcosa sul mio carattere.
L’intera costituzione del mio spirito è fatta di esitazione e dubbio. Per me niente è e non può essere positivo; tutte le cose ondeggiano intorno a me, e io con esse, insicuro di me stesso. Tutto per me è incoerenza e mutazione. Tutto è mistero e tutto è pieno di significato. Tutte le cose sono “sconosciute”, simboli dell’Ignoto. Il risultato è orrore, mistero, una paura oltre modo percettiva.
A causa delle mie tendenze naturali, dell’ambiente agli albori della mia vita, dell’influenza degli studi condotti sotto il loro impulso (queste stesse tendenze) – per tutto questo il mio carattere è introverso, egocentrico, muto, non autosufficiente ma perso in se stesso. Ho vissuto sognando, passivamente. Tutto il mio carattere consiste nell’odio, nell’orrore, nell’incapacità che pervade tutto il mio essere, fisico e spirituale, di assumere atti decisivi, pensieri determinati. Non ho mai avuto una risoluzione nata da un autocontrollo, non ho mai tradito esteriormente una volontà cosciente. I miei scritti erano tutti incompiuti; nuovi pensieri sempre interposti, associazioni straordinarie, inesplicabili di idee il cui termine era infinito. Non posso evitare l’odio dei miei pensieri di porre fine a qualunque cosa sia; una cosa singola fa nascere diecimila pensieri, e da questi diecimila pensieri nascono diecimila inter-associazioni, e non ho forza di volontà per eliminarli o fermarli, né per raccoglierli in un unico pensiero centrale, dove i loro dettagli non importanti ma associati potrebbero andare persi. Passano attraverso di me; non sono i miei pensieri, ma pensieri che mi attraversano. Non penso, sogno; Non sono ispirato, sto delirando. So dipingere, ma non ho mai dipinto, so comporre musica, ma non ho mai composto. Strane concezioni in tre arti, bei voli di fantasia accarezzano il mio cervello; ma li lascio lì a dormire finché non muoiono, perché mi manca il potere di incarnarli, di convertirli in cose del mondo esterno.
Il mio carattere è tale che odio l’inizio e la fine delle cose, perché sono punti precisi. L’idea che si trovi una soluzione ai problemi più alti, più nobili, della scienza, della filosofia, mi affligge; l’idea che qualcosa possa essere determinata da Dio o dal mondo mi riempie di orrore. Che si compiano le cose più importanti, che un giorno gli uomini siano tutti felici, che si possa trovare una soluzione ai mali della società, anche nella sua concezione, mi fa impazzire. Eppure, non sono né cattivo né crudele; sono pazzo e questo come è difficile da concepire.
Sebbene io sia stato un lettore vorace e ardente, tuttavia non ricordo alcun libro che abbia letto, finora sono state le letture della mia mente, i miei sogni, anzi, le provocazioni dei sogni. Il mio stesso ricordo degli eventi, delle cose esterne è vago, più che incoerente. Rabbrividisco al pensiero di quanto poco ho in mente di ciò che è stata la mia vita passata. Io, l’uomo che sostiene che oggi è un sogno, sono meno di una cosa di oggi.

Wisława Szymborska – L’odio

Wisława Szymborska
(2 Luglio 1923 – 1° Febbraio 2012)

L’odio
da:
LA GIOIA DI SCRIVERE
Tutte le poesie (1945-2009)
A CURA DI PIETRO MARCHESANI
ADELPHI EDIZIONI
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Morton Feldman: Piano and String Quartet (1985)

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Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.
Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.
Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.
Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?
Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.
È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.
In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo.

“È a voi che parlo ” – Benjamin Fondane

REGISTRAZIONE DEL 23 GENNAIO 2016

Benjamin Fondane
(Jasi, Moldavia, 1898 – Birkenau, Polonia, 1944)

È a voi che parlo
(B. Fondane, Le mal des fantômes, cit., Préface en prose, pp. 151-153)
voce recitante: Luigi Maria Corsanico

Horowitz plays Wagner-Liszt Isolde’s Liebestod.
Menashe Kadishman, Fallen Leaves, in mostra al museo del giudaismo di Berlino.
Gustav Klimt – La morte e la vita (1908, Vienna, collezione privata)

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Benjamin Fondane(14 novembre 1898, Iași, Romania – 2 ottobre 1944, Campo di concentramento di Auschwitz, Oświęcim, Polonia) è un uomo dalle tre anime e dalle tre identità: ebrea, rumena, francese, alle quali corrispondono i suoi tre nomi: Wechsler, Fundoianu,Fondane.
Scrittore, poeta e filosofo, saggista, drammaturgo e cineasta, i suoi scritti sono sofferti tentativi di restituire all’uomo una libertà perduta e una riflessione sul destino dello stesso. Nel 1923 si trasferisce in Francia, dove pubblica Rimbaud le voyou(1933), La Coscience malheureuse (1936), Faux traité d’esthétique(1938) e Baudelaire et l’expérience du gouffre (1942). Tra il 1943 e il 1944 lavora al poema Le Mal des fantômes; con questo titolo sarà poi designata tutta la sua esperienza poetica. Nel 1944 viene arrestato dalla polizia francese e condotto nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau insieme alla sorella Lina. Con lei condividerà la sua tragica fine.

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André Montagne, sopravvissuto, ricorda gli ultimi giorni che Fondane passò all’infermeria di Auschwitz.

“Mi ricordo molto chiaramente come camminava attraverso le fila dei letti, con una coperta sulle spalle e sotto una camicia scadente […], facendo visita ai suoi amici francesi ospedalizzati come lui. Egli rimaneva, tuttavia, molto dignitoso, raccontava i suoi ricordi letterari, discuteva della situazione internazionale, esattamente come se si fosse trovato a Parigi in un salone, in mezzo ai suoi amici. A volte, saliva sul suo letto, vi si sedeva e parlavamo a lungo. […] Due giorni più tardi, il lunedì 2 ottobre, nel pomeriggio, dei camion vennero a cercarli. Restavano solo gli israeliti; gli ariani erano stati rinviati nel campo, al loro lavoro. Pioveva. All’appello del loro nome, uscivano l’uno dopo l’altro e salivano sui camion. Erano settecento. Vidi Fondane uscire dal blocco, passare molto dritto davanti alle SS, mentre chiudeva il bavero della giacca per preservarsi dal freddo e dalla pioggia, montare sul camion. L’uno dopo l’altro, pesantemente carichi, i camion partirono verso Birkenau. Due ore più tardi i nostri compagni venivano gassati.”  (A. Montagne, Les derniers jours de Benjamin Fondane, in Les Lettres Françaises, 26 aprile 1946, riprodotto in Non Lieu, 1978.)

“Anche, e soprattutto, ad Auschwitz, la scrittura, il suo ricordo, la sua trasmissione, la sua partecipazione ad altri, diventano ultimo, strenuo, baluardo contro la barbarie, esile diga che contenga il disfacimento e la perdita completa di sé stessi, inghiottiti dai segni di un numero anonimo e dal buio.”
Fonte: Alice Gonzi. «Benjamin Fondane, la poesia e il grido». Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia.
http://mondodomani.org/dialegesthai/ago02.htm

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È a voi che parlo, uomini degli antipodi,
parlo da uomo a uomo,
con il poco che in me rimane dell’uomo,
con il poco di voce che mi rimane in gola,
il mio sangue è sulle strade, possa esso, possa esso
non gridare vendetta!
L’hallali è dato, le bestie sono braccate,
lasciate che vi parli con queste stesse parole
che condividemmo –
resta poco di intelligibile!
Un giorno verrà, è sicuro, in cui la sete sarà placata,
noi saremo al di là del ricordo, la morte
avrà ultimato i lavori dell’odio.
Io sarò un ciuffo di ortica sotto i vostri piedi,
ebbene, allora sappiate che avevo un viso
come voi. Una bocca che pregava, come voi.
Quando la polvere entrava, o anche un sogno,
nell’occhio, questo occhio piangeva un po’di sale. E quando
una spina cattiva graffiava la mia pelle,
colava un sangue rosso come il vostro!
Certo, proprio come voi ero crudele, avevo
Sete di tenerezza, di potenza,
d’oro, di piacere e di dolore.
Proprio come voi ero cattivo e angosciato
solido nella pace, euforico nella vittoria,
e titubante, stravolto, nell’ora dello scacco!
Sì, sono stato un uomo come gli altri uomini,
nutrito di pane, di sogno, di disperazione. Eh sì,
ho amato, ho pianto, ho odiato, ho sofferto,
ho comprato dei fiori e non ho sempre
pagato la mia rata. La domenica andavo in campagna
a pescare, sotto lo sguardo di Dio, dei pesci irreali,
facevo il bagno nel fiume
che cantava fra i giunchi e mangiavo delle patatine fritte
la sera. Dopo, dopo rientravo a coricarmi
stanco, il cuore lasso e pieno di solitudine,
pieno di pietà per me,
pieno di pietà per l’uomo,
cercando, cercando invano in un grembo di donna
questa pace impossibile che abbiamo perso
un attimo fa, in un grande frutteto in cui cresceva,
al centro, l’albero della vita…
Ho letto come voi tutti i giornali, tutti i libri,
e non ho capito niente del mondo
niente dell’uomo,
per quanto mi sia capitato spesso di sostenere il contrario.
E quando la morte, la morte è arrivata, forse
ho fatto finta di sapere cos’era ma ora
vi posso davvero dire
che mi è entrata negli occhi stupiti,
stupiti di capire così poco –
magari voi avete capito meglio di me?

Eppure, no!
Non ero un uomo come voi.
Non siete nati sulle strade,
nessuno ha gettato nella fogna i vostri piccoli
come gatti ancora senz’occhi,
non avete errato di città in città
braccati dalle polizie,
non avete conosciuto le catastrofi all’alba,
i carri bestiame
e il singhiozzo amaro dell’umiliazione,
accusati di un delitto che non avete compiuto,
di un assassinio di cui manca ancora il cadavere,
cambiando nome e volto,
per non portar con sé un nome schernito,
un volto che aveva servito a tutti
da oggetto di sputo!
Verrà un giorno, senza dubbio, in cui il poema letto
Si troverà davanti ai vostri occhi. Esso non domanda
Niente! Dimenticatelo, dimenticatelo! Non è
Che un grido, che non si può mettere in un poema
Perfetto, avevo forse il tempo di finirlo?
Ma quando calpesterete quel ciuffo di ortiche
Che ero stato io, in un altro secolo,
in una storia che per voi sarà desueta,
ricordatevi solo che ero innocente
e che, come voi, mortali di quel giorno,
avevo avuto, anch’io, un volto segnato
dalla collera, dalla pietà e dalla gioia,
un volto d’uomo, semplicemente!

Pier Paolo Pasolini – IV Al principe

UMILIATO E OFFESO (1958)
Epigrammi
IV
Al principe

“La religione del mio tempo”
di Pier Paolo Pasolini
Prima edizione
Esce da Garzanti il 20 maggio del 1961, con dedica a Elsa Morante.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

“Wasserklavier” – Luciano Berio
piano : Marinos Tokas

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Se torna il sole, se discende la sera,

        se la notte ha un sapore di notti future,

se un pomeriggio di pioggia sembra tornare

        da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,

io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:

        non sento più, davanti a me, tutta la vita…

Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:

        ore e ore di solitudine sono il solo modo

perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,

        vizio, libertà, per dare stile al caos.

Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte

        che viene avanti, al tramonto della gioventù.

Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,

        che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.