FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

FERNANDO PESSOA
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
FRAMMENTO 369

“La vita è un viaggio sperimentale, fatto involontariamente”


Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
© 2006 Newton Compton editori s.r.l.


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Opera pittorica
di Edgar Caracristi


Musica:
Merima Kljuco & Miroslav Tadic
‘Kraj Potoka Bistre Vode’

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La vita è un viaggio sperimentale, fatto involontariamente. È un viaggio dello spirito attraverso la materia, e siccome è lo spirito che viaggia, è in esso che si vive. Per questo, ci sono anime contemplative che sono vissute più intensamente, più estesamente, più tumultuosamente di altre che sono vissute esternamente. Il risultato è tutto. Ciò che si è sentito è stato ciò che si è vissuto. Si torna tanto stanchi da un sogno come da un lavoro reale. Mai si è vissuto tanto come quando si è pensato molto.
Chi sta in un angolo della sala balla con tutti i ballerini. Vede tutto e, poiché vede tutto, vive tutto. Siccome tutto, in sintesi e definitivamente, è una nostra sensazione, il contatto con un corpo vale quanto la sua visione, o, perfino, il suo semplice ricordo. Danzo, quindi, quando vedo danzare. Dico, come il poeta inglese che narrando, sdraiato su un lontano prato, contemplava tre mietitori: «Un quarto uomo sta mietendo, e quello sono io».
Tutto questo, detto come è sentito, viene a proposito della grande stanchezza, apparentemente senza causa, che è scesa d’improvviso su di me. Sono non solo stanco, ma rattristato, e tale tristezza mi è ugualmente ignota. Sono, per l’angustia, al limite delle lacrime – non delle lacrime del pianto, ma di quelle che si reprimono, lacrime di una malattia dell’anima, e non di un dolore sensibile.
Ho vissuto tanto senza avere vissuto! Ho pensato tanto senza avere pensato! Pesano su di me mondi di violenze statiche, di avventure avute senza muoversi. Sono stufo di ciò che non ho mai avuto né mai avrò, ho fastidio di dèi che non esistono. Porto con me le ferite di tutte le battaglie che non ho fatto. Il mio apparato muscolare è logorato dallo sforzo che neppure ho pensato di fare.
Spento, muto, nullo… Il cielo distante su un’estate morta, imperfetta. Lo guardo come se non fosse lì. Dormo ciò che penso, sto straiato camminando, soffro senza sentire. La mia grande nostalgia è di niente, è niente, come il cielo in alto che non vedo e che sto fissando impersonalmente.


26-3-1932

1 commento su “FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE”

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