Carmen Yáñez – La fame

Carmen Yáñez – La fame
Migraciones, 2017 / Traduzione di L.M.Corsanico
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt – Tabula Rasa
Adele Anthony (violin)
Gil Shaham (violin)
Erik Risberg (prepared piano)
Gothenburg Symphony Orchestra, Neeme Järvi

Carmen Yáñez, nata nel 1952 a Santiago del Cile, in seno a una famiglia operaia, nel 1975 scompare nelle mani della polizia politica di Pinochet. Incredibilmente scampata all’inferno di Villa Grimaldi (la casa segreta della polizia politica), rimane in clandestinità finché nel 1981, via Argentina e sotto la protezione dell’ONU, si rifugia in esilio in Svezia. In Svezia Carmen Yáñez inizia a pubblicare la sua poesia. Nel 1982 esce la raccolta “Cantos del camino” e, negli anni successivi, le sue poesie appariranno su riviste svedesi (Signor, Ada, Invandraren) e tedesche (Viento sur). Pubblica i trittici “Al aire” (1989) e “Remanso” (1992). Durante la sua permanenza in Svezia, partecipa alla creazione di vari laboratori letterari. Dapprima il laboratorio Lofche (1986-88) e in seguito “Transpoetas” e “Madrigal”, ai quali è tuttora legata. Dal 1990 la sua poesia comincia a essere pubblicata anche in Cile. Nel 1997 si trasferisce in Spagna, insieme a suo marito lo scrittore Luis Sepúlveda, e stabilisce la sua residenza nelle Asturie, in quella che lei stessa definisce una ricerca delle proprie radici.

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La fame

La paura della bocca.
Il pidocchio che si attacca
alla pelosa imboscata
quel lamento assiduo della povertà,
la continua ferita
che il disprezzo non vede.
E niente, niente,
quel verdetto ingiurioso è il principio e la fine,
un ciclo disperato
della terra sterile
dove nessun seme esplose alla luce,
la gola assetata del desiderio,
il naufragio eminente dell’identità.
Il bagliore dell’aleggiare abituato al vento.
Maledetta la gelida ora dell’imbarco.
Maledetta la partenza, e la recisione mortale della
radice.
Maledetto congedo dall’autunno, il sole
insostituibile della madre,
perché è caduta l’ultima foglia
dal ramo della desolazione.
Maldetta l’ora triste contemplando
con occhi lacrimanti le povere pendici montane,
il familiare giaciglio dove si abbandonano fiduciosi i
sogni.
La fame, la fame,
quel viaggio negli antri sconosciuti della terra.

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