Cesare Pavese – Vendrá la muerte y tendrá tus ojos

Cesare Pavese
Vendrá la muerte y tendrá tus ojos

Antología póstuma (1951)


Voz y piano : Luigi Maria Corsanico
(Sweet Revenge, Ryuichi Sakamoto)

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Vendrá la muerte y tendrá tus ojos
—esta muerte que nos acompaña
de la mañana a la noche, insomne,
sorda, como un viejo remordimiento
o un vicio absurdo. Tus ojos
serán una palabra hueca,
un grito ahogado, un silencio.
Así los ves cada mañana
cuando a solas te inclinas
hacia el espejo. Oh querida esperanza,
ese día también sabremos
que eres la vida y la nada.
Para todos tiene la muerte una mirada.
Vendrá la muerte y tendrá tus ojos.
Será como dejar un vicio,
como mirar en el espejo
asomarse un rostro muerto,
como escuchar un labio cerrado.
Nos hundiremos en el remolino, mudos.

15 pensieri su “Cesare Pavese – Vendrá la muerte y tendrá tus ojos”

  1. Con chi parla, Pavese? A chi rivolge queste sue parole dolorose? Alla morte, alla speranza, a sé stesso o alla sua infelicemente e troppo amata? Ma forse è un grido di dolore un grido di chi cerca di divincolarsi dalla morsa della disperazione e chiama in aiuto tutti (persone, immagini, fantasmi) che spera possano aiutarlo a scendere muto nel gorgo . Allora si riuniscono il futuro di “i tuoi occhi saranno” e il presente di “così li vedi ogni mattina” e quel giorno è “oggi” come sarà “domani” perché il dolore è un profeta che attinge la sua veggenza nel passato. Grazie sempre Luigi. Già sai che io penso che la tua voce dona carne e sangue alle parole dei poeti che leggi e a noi che ascoltiamo.

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    1. Per tutti la morte ha uno sguardo. Il verso è interpretabile in almeno due sensi diversi: la morte tiene d’ occhio ogni essere vivente e no risparmia nessuno; chiunque prima o poi riconoscerà la morte in qualche sguardo. E’ singolare , però, che il poeta la identifichi nell’amore e, per conseguenza, nella speranza che da esso scaturisce e che al tempo stesso lo alimenta. Grazie Luigi, la sua interpretazione è strepitosa.

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      1. Maria, il poeta poeta parla con la morte, non con l’amore dal quale non riceve speranza, perché la donna amata e tutte le donne di cui Pavese si è innamorato, non gli hanno concesso alcuna speranza. Ma poi mi chiedo se davvero dall’amore scaturisca la speranza. Forse scaturisce il pacere di non essere solo a portare il fardello della vita. Ma la vita finisce e con lei la speranza. (Di cosa?)

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      2. Marcello, i vv.10-12 ci spiegano il paradosso: nel giorno della morte, sarà chiaro a tutti che la speranza è l’unica ragione di vita, ma sempre vana, perché nasce dal nulla e si estingue nel nulla. Non c’ è dunque via di scampo per gli uomini, neppure per chi ha il dono della parola: tutti sono destinati a “scendere nel gorgo muto”. La nudità retorica del testo è coerente con l’idea di mutismo che chiude la lirica così come la vita degli uomini: né al poeta né ad alcun altro essere vivente è dato di dire nulla di definitivo, di sufficiente, di consolatorio.

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      3. Maria, credo che abbiamo la medesima idea della speranza, che è poi quella che aveva Pavese. Personalmente ho tentato di fare un passo in avanti cancellando dal mio orizzonte ogni idea di speranza, coniando (e aderendovi) il mio motto che è poi il mio modo di guardare la realtà . Una cancellazione tuttavia mentale rispetto a Pavese che l’ha rinnegata con il suo gesto finale.Non ho il suo coraggio e mi toccherà attendere che la candela (se mai facesse luce ad altri) si spenga.

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