Orazio Nastasi – Io sono il Sud

Io sono il Sud
di Orazio Nastasi
Furnari 8/10 agosto 2016
Tutti i diritti riservati ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e s.m.i.

Lettura di Luigi Maria Corsanico Nastasi

Base musicale estratta da: Madredeus, O Espírito Da Paz

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Io sono il Sud.
Anzi il Sud del Sud.
E la mia terra è
al Sud di tutto.
Altro Sud non v’è
ché non ci sono mani tese
né braccia
che si comprano e si vendono.
I raggi solari sono verdi ogni sera
sul mio mare
e spalancano la notte
quando si sognano parole fastidiose
per i maniaci del potere
che altrimenti dovrebbero percorrere
una storia che non finisce
come una strada.
Per questo ci rubano anche le parole
i ladri di sogni
e non mutano lingua
né accento
senza profitto.
Pensa, amico mio, cosa frulla
nella testa di una tigre in uno zoo
quando sente l’odore sanguigno della libertà
o di un fanciullo costretto all’amaro delle radici
nel confronto con i cani di un Nord qualsiasi.
Io sono la tigre
e sono il mangiatore di radici.
E mi sento sempre più spesso
(e Dio non vuole, perché il tuo
è anche il mio Dio)
come un arco che ha frecce avvelenate
in fin la cocca.
Non temi ancora la distanza
o l’eco delle voci proibite
che scavalcano le valli?
Non senti lo struscio sconosciuto
dei venti di tempesta
su per i tortuosi sentieri
che appressano alla tua casa?
Miro e amo il tuo vagare
tutto il giorno per i palazzi
dove si fabbrica il futuro del mondo
mentre i miei passi
spaventano una gallina zoppa
e me stesso
nell’aia d’ogni cosa deserta.
Noto che il giallo il verde il rosso
regolano il moto della ricchezza
anche se da qualche tempo
per farla passare inosservata
hai inventato le rotonde.
E che i cavalli meccanici
si sono scrollati il giogo
anche se una catena sempre li tiene
e l’asino saputo se la ride
delle alate intenzioni dei parenti nobili.
Ma io non sono un asino
e pure a me piace carezzare almeno
la peluria bionda della vita
e in cerchio andare
ridendo con gli amici
e battere con il piede la terra
anche se non ho mai studiato la scala
e sopporto ancora a stento
il dito saggio di mia madre sulle labbra.
Penso anche tu sappia
che le dita di una mano sono cinque
capaci di tenere duro insieme
con forza bruta e con coraggio
quando serve.
Ora tu mortale io mortale
senza un attimo di sosta
come la risacca del mare
stiamo appena cominciando
(te lo concedo)
a contare le parole
prima che salti il tappo del Vulcano
e il fuoco inarrestabile
faccia svaporare anche l’aria
e rendere inutile
l’alacre attività delle macchie del sole.
Le parole che ti porto
conoscono i millenni
ma nel mio sogno
(spero anche nel tuo)
hanno un suono nuovo
come un corpo e un’anima nuovi
hanno un uomo e una donna
quando si amano
come un fiore che torna a sbocciare
e ad appassire senza chimica
e l’odore acre delle ascelle profuma
di fatica e di dignità.
Il grifone e le iene mi conoscono
e il puma, il canguro saltatore,
e l’anaconda mi conosce,
così l’orca del mare
e il ruggito rauco del leone
e il piccolo passero.
E io conosco loro.
E niente mai ci siamo negati
di quanto è sulla terra e nel mare.
E quella che tu immagini giustizia
e continui a negare anche a te stesso
loro e io l’abbiamo realizzata.
Ma orribile a dirsi
manca tra noi.
Ed è male.
Osserva le maree.
Sempre in moto.
E nemmeno una di loro si lamenta
se l’onda di una preme sulla sua
ché alla riva tutte giungono
e si distendono
e insieme si asciugano sulla sabbia
e non conoscono diversità.
Così noi giungiamo alla nascita.
Dopo un lungo viaggio di secoli e secoli
da padri in madri passando
nuove gemme preziose veniamo al mondo
tutti di colore diverso
e deboli come siamo
muoviamo la vita instancabili
ai poli dove il bianco acceca
o dove diciamo equatore
e gli occhi illuminano
il colore della notte sulla pelle.
Uguali
come il brusio delle stelle.
Io sono il Sud
e non mi piace scambiare
la rozza sedia di legno
con una che puzza di petrolio.
Così come vorrei tu venissi qui
per i cespugli di more della mia terra
che hanno nel sapore
tutta la potenza del sole
o dove senza vista
si stendono la savana
e la pampa.
E senza dogane armate le corressi
e vedessi frignare le lacrime
e spargersi nella dignità del giorno
i singhiozzi della fame
che non c’è canto che possa calmare
mentre si mordono le mani
le madri che mangiano terra
e nelle stesse ore per le tue praterie
si accavallano le spighe
e ammuffisce il pane tra gli scarti.
Qui al Sud
si moltiplicano bocche senza parola
e la cova maledetta delle armi.
E l’unica libertà è
morire senza disturbare
come un filo d’erba
che al mattino spunta
e la notte non vede.
Dentro di me
come in tutte le terre
che dite malate
più lungo è il giorno
e su ogni mezzo che uso
per venire ad ascoltare le canzoni degli umani.
Sono al mondo come sono,
io sono noi.
E la mia vastità è la stessa
del tempo della storia negata,
della bellezza ingaggiata
per il malo ingordo piacere
il cui fondo nessuno scandaglio misura.
La verità non si nega
e non è bella solo a metà.
Cammina con il mondo
di pari passo col mondo
al fianco d’ogni uomo
anche quando più nera è la notte
e pare scomparire ogni miraggio.
Capisci cosa dobbiamo avere
il coraggio di dirci?
Di quali speranze sono colme
le mie braccia
e le tue?
Che nessun uomo deve aspettare
con terrore
di aprire gli occhi
al dolore di un nuovo giorno?
E che al fondo di tutto
non ci sono altri che
tu e io
noi e le nostre parole?
Cosa temere?
Se abbiamo in cuore la primavera
niente potrà impedirci
se è il tempo in cui il pane risorge
e noi avanziamo sapendo e
facendo casa comune
su questo scoglio dell’universo.

12 pensieri su “Orazio Nastasi – Io sono il Sud”

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