Marcello Comitini © 2019 Clitemnestra e Cassandra

PUBBLICO NUOVAMENTE, CON ESTREMO PIACERE, QUESTE LETTURE DEI TESTI TEATRALI DI MARCELLO COMITINI. UNA OCCASIONE SPECIALE PER RICORDARE CHE SONO PRESENTI IN QUESTO BLOG 100 PUBBLICAZIONI DEL POETA COMITINI E ANCHE SUE TRADUZIONI DAI FLEURS DI BAUDELAIRE. ANCORA UN IMMENSO GRAZIE, MARCELLO!

Ad oggi il numero degli iscritti a questo blog è diminuito, conservando alcuni fedelissimi ascoltatori, che ringrazio sempre di cuore, mentre nel canale YouTube “Ad alta voce / En voz alta” gli iscritti sono 30.300 (rispetto a ciò che figurava nei commenti).

Introduzione di Marcello Comitini

Clitemnestra e Cassandra, un’assassina e una vittima, una moglie infedele e un’amante?
Aver accostato questi due testi ha lo scopo di meglio sottolineare, senza alcuna finalità di confronto, il valore simbolico della vicenda di Clitemnestra e Cassandra, accumunate dallo stesso destino di essere donne legate alla medesima catena: il loro rapporto con l’eroe Agamennone, come moglie la prima, come amante la seconda.
La vicenda è rappresentata all’interno di due distinti teatri di prosa.
il primo testo narra l’uccisione di Agamennone per mano di Clitemnestra. il secondo narra l’uccisione di Cassandra per mano di quest’ultima.
Clitemnestra compie il suo gesto di vendetta contro un uomo che è, nell’immaginario collettivo, un valoroso combattente. E Cassandra, mal sopportata ancora oggi per l’oscurità della sua veggenza catastrofica, non può che subire la stessa sorte in quanto amante, seppur schiava, dell’Eroe.
L’accostamento, come detto non ha lo scopo di mettere a confronto il valore simbolico delle due donne, ma suggerisce ugualmente la domanda su chi delle due subisce la sorte più infelice: Cassandra che viene uccisa perché amante o Clitemnestra che porterà su di sé le conseguenze terribili della sua vendetta?
Un vendetta che è resa ancor più drammatica dall’apparire di una terza figura che è vittima innocente e che unisce ancor di più la sorte delle due donne: Ifigenia figlia di Clitemnestra che verrà uccisa due volte: da Agamennone e poi, inconsapevolmente, dalla sua stessa madre.
Perché la sorte del femminile è una sola: uccidere una donna, seppure per mano di un’altra donna, significa ucciderle tutte.
Entrambi i testi si concludono con gli applausi di coloro che assistono allo svolgersi delle due tragedie. Ma gli applausi a chi sono rivolti ? Una domanda che ci fa riflettere se davvero l’uomo è capace di rifuggire il male.

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CLITEMNESTRA
di
MARCELLO COMITINI ©2019

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Lux Aeterna
György Ligeti
arrangiamento di Shea Lolin

immagini dal web, elaborate

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Da secoli Clitemnestra autrice dell’uccisione del marito, maledetta sin dalla nascita per essere stata concepita con l’inganno, viene giudicata dalla storia ora come una donna infedele, ora come una schiava d’amore, ora come una sanguinaria vendicatrice.
A una donna che ha vissuto esperienze dolorose e strazianti, non è concessa l’attenuante dell’umiliazione, a cui non le è stato possibile sottrarsi.
Non le è concesso uccidere l’uomo che si è conquistata la fama sui campi di battaglia ma che l’ha usurpata sul terreno delle relazioni umane e familiari. Un uomo che si è permesso di sopprimere brutalmente il figlio della donna, di sacrificare agli dei la figlia Ifigenia, di considerare colei che sarebbe dovuta essere la sua compagna, meno che l’ombra di una schiava.
Non è concesso alcun perdono a Clitemnestra in quanto donna.
Nessun perdono per Clitemnestra colpevole soltanto di rivendicare, ora che non è più giovane, la sua dignità di essere umano, di riscattare anni e anni di umiliazioni subite, di dolori inflittile, per rivendicare e porre fine alla sua condizione di donna trattata come “colei che non esiste”.

Al centro del palcoscenico tagliato da luci e ombre come una piazza vasta e disadorna, sta in piedi la donna il cui corpo è avvolto da un ampio mantello come un cielo notturno. Rivolta verso il pubblico, i capelli grigi come nuvole a sfiorare appena le spalle, le braccia spalancate in alto, le labbra che sussurrano impercettibili imprecazioni.
Altre donne intorno sommariamente coperte da drappi rossi e viola con qualche rara e sottilissima striscia bianca a separare irregolarmente i due colori, lasciano scivolare dalle guance lacrime silenziose.
Tremila spettatori con i volti pallidi perfettamente immobili sulle gradinate di pietra dell’ampio teatro greco che degrada a precipizio verso il palco e lo inghiotte al centro del vortice, guardano attentamente la scena e comprendono che la donna invoca la complicità della dea della vendetta. Alle sue spalle, addossato al fondale illuminato da un fascio di luce gelida, un letto dalle lenzuola disfatte. Come le ali bianche di un gabbiano nel buio della tempesta, guida gli sguardi verso il corpo abbandonato a terra. È circondato da una pozza di sangue che s’incanala in rivoli nelle fessure delle travi che alla fine del palco zampillano sui petti degli spettatori della prima fila. Sono soltanto bambini e uomini, vestiti d’una tunica bianca lunga sino alle ginocchia. Hanno il capo coperto da un berretto rotondo di velluto nero e alla vita li stringe un cordone di seta celeste. Le donne sono sedute in fondo alla fila a destra e a sinistra ma sopratutto sulle file posteriori, insieme agli uomini della loro vita, tranne quelle sul palco i cui piedi affondano nella macchia di sangue.
Sarà Clitemnestra, oscuro passero che canta doloroso nella gola di una miniera, la donna al centro del palcoscenico?
La scure è sul letto con l’impugnatura verso il pubblico. La doppia lama brilla della freddezza dell’acciaio. Dall’altra stanza, la cui porta socchiusa lascia intravedere una vasca colma di acqua bollente coperta da una rete, penetra una nuvola di fumo umido e grigio che si richiude come un intimo separé. Nasconde una ragazza macchiata del sangue schizzato dalle ferite dell’uomo. Tutto il pubblico sa che il suo nome è Ifigenia.
Uno spettatore della prima fila si alza e con il dito puntato verso una finestra dai vetri opachi alla destra del palcoscenico indica con voce stentorea che da lì entrerà la dea. Un grido del coro amplifica le sue parole, le spinge fino alle ultime file, le fa volare fino alle stelle che adornano il cielo del teatro.
Nel silenzio improvviso il fragore dei vetri infranti. Una pallottola trafigge il petto dello spettatore. Egisto è morto grida il bambino che gli sedeva accanto. Ifigenia gli corre incontro e gli chiede il nome. Ma Il bambino non risponde, sembra non aver udito. I suoi occhi sono del colore del mare, le orecchie di madreperla rosa e la bocca una foglia di alga verde. Scaglie di roccia gli feriscono il corpo.
Clitemnestra cade in ginocchio, culla tra le braccia il bambino senza vita, guarda Ifigenia con gli occhi colmi di pietà e di dolore. Sono anni che non la vede. Le chiede di avvicinarsi, d’inginocchiarsi accanto a lei perché possano abbracciare insieme quel corpicino martoriato.
Agamennone è morto. Egisto è morto. Oreste ed Elettra si alzano in piedi dalla prima fila sotto il palco. Elettra è camuffata da uomo e Oreste da bambino aggrappato alla mano della sorella.
Dal palco salgono le parole di Clitemnestra che si è avvicinata al corpo di Agamennone che giace ai suoi piedi.

Molti per difendermi diranno che l’ho ucciso perché ha ucciso i miei figli perché mi ha rimpiazzato con Cassandra perché la sua assenza mi ha indotta a tradirlo. Altri diranno che l’ho ucciso perché l’amavo. Altri, e anche i miei figli, mi accuseranno d’averlo ucciso perché sono una donna infedele.
Nessuno penserà che l’ho ucciso perché in battaglia era un eroe che ha ucciso, ma di fronte a me un uomo senza nessun valore, che ha spogliato la mia anima, ha dilaniato i miei affetti, ha lasciato che il tempo graffiasse il mio corpo, lo gonfiasse e lo piagasse senza neppure una sua parola che desse un senso almeno all’odio di averlo accanto, alla crudeltà del suo esistere, al tormento d’essere sua moglie.
L’ho ucciso perché da sempre mi ha usata come una cosa da cui si pretende di ricevere senza nulla dare, una cosa che si abbandona in un angolo come un abito o un utensile, quando se ne trova un’altra più adatta o più nuova. L’ho ucciso per dimostrargli che valeva per me quanto io per lui, io donnetta da poco.

Poi tace. La scure a due lame lancia bagliori come un faro. Ifigenia si allontana lentamente sino a sparire. Anche le donne si allontanano danzando per esprimere il dolore della solitudine.
Gli spettatori delle prime file, uomini e bambini, Elettra ed Oreste con le tuniche macchiate stringono in pugno i coltelli con cui trafiggeranno il corpo della donna che ha tradito e l’offriranno alla dea della vendetta, che ha atteso da fin troppo tempo.
Il cielo del teatro si è fatto rosso sangue.
Tutti gli spettatori si alzano in piedi. Applaudono.

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CASSANDRA
di
Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

Effetti grafici: LMC

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Un cubo trasparente è ciò che si presenta ai miei occhi, appena varcata la soglia della platea del teatro. È come una scatola di vetro che occupa tutto il palcoscenico da entrambi i lati e fino al limite superiore del sipario. La platea è ancora deserta. Le luci sono spente. Mi chiedo se sono giunto a spettacolo iniziato.

No – mi risponde la maschera che mi accompagna con una torcia, proiettando ai miei piedi una intensa luce che illumina i passi con un alone rosso come macchie di sangue – l’ha voluto il regista affinché niente distragga il pubblico. Vuole che nessuno spettatore possa vedere altro che non sia la scena e gli attori. Anche il colore di questa luce, vede?

Durante la recita – continua la ragazza puntandomi la torcia contro gli occhi – avvengono scambi di personaggi, di vittime che si trasformano in eroi e di eroi in vittime. Bisogna che si presti un’attenzione particolare. Mai voltarsi, per esempio, verso quello specchio enorme che il regista ha voluto in fondo alla sala.

Prendo posto in una poltrona della prima fila, di fianco al corridoio centrale. La ragazza si allontana sorridendo.

Mi guardo intorno. Il pubblico inizia a entrare. Si sperde nella sala, duplicata da quello specchio. Anche gli spettatori saranno duplicati, penso. Saremo in tanti – mi dico guardando le interminabili file delle poltrone ancora vuote.

Da anni si recita questo spettacolo e a ogni replica il teatro si riempie. La particolare sceneggiatura, ma soprattutto la vicenda dell’assassinio di un re e la sua amante, portata da terre lontane, richiama folle immense. La scena dell’assassinio ogni anno viene applaudita particolarmente. Invece – commentano i giornali che recensiscono lo spettacolo ad ogni recita – sembra debole quella della trasformazione. Non aggiungono altro.

Adesso la sala è piena. Mi alzo, mi guardo intorno. Una radura interminabile di poltrone. Ogni poltrona fa sentire lo spettatore come padrone di un piccolo trono. Ogni testa è avvolta stranamente da un intenso alone buio. Siamo re acefali in attesa.

Piccoli fari, posti in basso lungo le pareti laterali della platea, proiettano la loro luce su enormi disegni in stile greco di colore bruno-rossiccio, con figure di uomini mentre afferrano una testa d’ariete e tentano di sfondare un pesante portone di quercia, di altri mentre scendono dal ventre di un cavallo e di donne con piccoli in braccio che fuggono da torri sventrate e in fiamme. In alto sulla parete di fondo del cubo si nota la scena di un eroe con le braccia enormemente lunghe, che sgozza una giovane donna sull’altare di un dio e ne scaglia il corpo contro le rocce.

Al di là della trasparenza delle pareti, il pubblico assiste alla scena preparatoria. Il regista vuole che tutto si svolga in modo cristallino dinnanzi agli occhi degli spettatori.

Nella penombra, tra corde e travi , gli operai manovrano le funi, le fanno scorrere silenziosamente sulle carrucole, i fonici sistemano le casse acustiche e gli elettricisti puntano i fari e illuminano l’interno come una stanza. È una luce fredda come se il sole di una giornata invernale attraversasse il soffitto.

All’interno del cubo sulla sinistra è rimasto in ombra un angolo che forma una inspiegabile nicchia con al centro uno sgabello di legno scolpito e intarsiato con fregi d’oro. 

Clitemnestra è in piedi di profilo. Dona la sensazione d’essere entrata da destra attraversando un varco invisibile nella parete. Indossa un elegante mantello celeste che le avvolge il corpo e una tunica bianca lunga sino ai piedi. Sosta per un attimo poi si dirige verso lo sgabello. Si siede con le spalle dritte e rigide, poggia le mani sul ventre, le nasconde tra le profonde pieghe blu del mantello. A fianco dello sgabello, come uno scettro lasciato lì provvisoriamente, il lungo manico di una scure a doppio taglio le cui lame lanciano bagliori alla luce dei fari. Come quello degli spettatori, il volto di Clitemnestra è in ombra. La sua lunga tunica bianca spicca come il calice di un giglio rovesciato. Dietro le sue spalle scorre lungo la parete di fondo il sangue della giovane donna. Oh, adesso sembra un bambino!

Volgendo le spalle al pubblico Cassandra sta in piedi in silenzio. È al centro del fascio di luce con cui l’occhio di bue la illumina con violenza.

Chi può mai dimenticare – grida Clitemnestra – che Agamennone ha ucciso mio figlio scagliandolo contro una roccia e poi mia figlia Ifigenia, sacrificata per condurre qui questa straniera? Questa barbara che non comprende neppure la nostra lingua ma vuole entrare in questa casa come fosse la sua?

Un mantello di povera lana rossa, lacerato in più parti, ricopre a mala pena le spalle di Cassandra lasciandola quasi nuda. Gli sguardi del pubblico la spogliano del tutto, desiderosi di toccare almeno con gli occhi il suo corpo statuario.

Si vede chiaramente che ha freddo, lacrime silenziose le solcano le guance, ma non si riesce a vederne il volto immerso nell’ombra, profonda e spessa come il velo che le ricopre il capo.

I tecnici si allontanano. La scena preparatoria è terminata. Le mura grezze del teatro ricoperte di polvere e nero di fumo, fanno da sfondo.

Clitemnestra invita Cassandra a varcare la parete di fondo per raggiungere Agamennone.

Cassandra sembra non aver sentito. Immobile e silenziosa abbassa leggermente il capo sul petto. Clitemnestra nell’ombra sorride con un’espressione serena sul volto.

Il pubblico non capisce. La lentezza della scena esaspera gli spettatori. Temono una lunga attesa prima di poter vedere scorrere il sangue dell’eroe. Eppure gli era stato promesso. Che fine aveva fatto l’uccisione di Agamennone?

Uno del pubblico si alza, si allontana dal proprio posto, attraversa il corridoio centrale sino a giungere ai piedi del palco. Vi si appoggia con il petto, distende le braccia, spalanca le mani, punta gl’indici verso Cassandra, a voce alta le chiede di voltarsi e mostrare il viso. Poi si rivolge a Clitemnestra chiedendole se davvero ucciderà Agamennone, da dove le viene la forza di mostrare quella serenità, se dietro quel sorriso si nasconde un inganno.

O forse il regista ha deciso che Agamennone non venga ucciso? E perché tace Cassandra? Ha dimenticato la battuta? E il suggeritore dentro la buca si è addormentato?

Qualcuno in fondo alla platea grida che nessuno spettacolo può pretendere che la tensione possa durare in eterno né permettersi di lasciare che il pubblico attenda per troppo tempo le risposte.

Si giunga al nocciolo, si uccida Agamennone, si uccida Cassandra e finalmente libero da ogni suo timore, Egisto esca da dietro le quinte. Faccia vedere che il suo amore è sincero. Ci faccia sognare, aggiunge un’anziana signora seduta al mio fianco, con gli occhi che luccicano di vani desideri.

Clitemnestra si alza in piedi, smette di sorridere e rivolta al pubblico giura d’aver già ucciso Agamennone e che adesso toccherà alla straniera.

Dal fondo della platea si ode un grido. Il pubblico si gira, vede Agamennone cadere nella rete della sua sposa. Il delitto viene replicato con freddezza dallo specchio su cui schizzano grosse gocce di sangue.

Tutti gli spettatori chiedono a gran voce, pugni alzati, che sia subito uccisa anche Cassandra e che entrambi siano appesi perché tutti possano vedere i loro volti, riconoscerli domani tra la folla.

Dal vuoto dello specchio, una voce di donna:

Credevi di sorprendermi quando hai teso l’agguato ad Agamennone, credevi che non sapessi che nascondevi tra le pieghe del tuo cuore il coltello con cui mi ucciderai?

Lo sapevo fin da quando Apollo mi ha condannata a questa preveggenza, fin da quando Agamennone mi ha costretta a diventare la sua amante.

Quando sulla nave che ci portava qui sono entrata tra le sue braccia, stretta in una relazione carnale tra vincitore e vinta, mi ha narrato di te, di come con gli anni ti sei trasformata, hai perso ogni grazia. Sapeva che al rientro non avrebbe potuto più desiderarti, che saresti stata per lui come un tramonto di cui si percepisce nelle ossa il freddo della notte.

Tra le sue braccia ho sentito il fiotto del sangue sgorgare dalle sue vene, scendere sino al mio ventre, macchiare le mie cosce di vergine, e ho sentito il tuo fiato di fuoco sul mio collo come una madre che odia la figlia preda del delirio del sesso.

Non ero io la preda ma il tuo Agamennone, preda cieca delle proprie voglie, del desiderio di potere, del suo sentirsi irresistibile e invincibile.

Anche io, condannata alla veggenza, conosco molto meglio di te, tutti i terribili delitti di cui si è macchiato, delle uccisioni, delle sue vittime, come se io fossi una di loro, delle tue umiliazioni subite, della sua violenza contro una vergine.

Tu mi ritieni una barbara, temi che io sia una che vuole sottrarti il potere. Come sei cieca! Non sai che anche tu sarai presto vittima di quelle stesse paure che credi di allontanare uccidendomi.

Tace per un attimo. Si volge verso il pubblico come una cieca nelle tenebre della notte e con voce stentorea dice: E tutti voi che volete la mia morte, siete già vittime delle vostre paure.

Il silenzio si è fatto come un fumo azzurrognolo che stagna su ogni più piccola fonte di luce. Tutto diventa incerto in questa nebbiolina che confonde i contorni.

Gli spettatori alzano gli occhi verso il palco. Clitemnestra si muove lentamente, i suoi passi sono pesanti, è confusa. Va alla spalle di Cassandra e le vibra numerosi colpi di pugnale alla schiena.

Cassandra cade alzando il volto verso la sua assassina. Un fascio di luce la colpisce in viso. Le sue guance sono rigate di lacrime. Le sue mani si tendono verso Clitemnestra.

Un sibilo risuona per tutto il teatro acuto e penetrante come quello di un’aquila ferita in alto tra i monti. È Cassandra o Clitemnestra che grida? Sembra piuttosto l’urlo lanciato dalle vittime amplificato all’infinito dallo specchio in fondo alla platea.

Tutto il pubblico si alza in piedi sgomento, volta per un attimo le spalle alla scena. L’uomo che prima si era appoggiato al palcoscenico con il petto si ritrae inorridito. Anche lui guarda verso il fondo della sala.

Quello che il regista avrebbe voluto scongiurare a tutti i costi, è accaduto. Quell’attimo di distrazione ha permesso a Cassandra di fuggire.

No – mormora tra sé lo scenografo – Non è fuggita. Si è cambiata di abito, ne ha indossato uno elegante, ha scostato i capelli incollati alla bocca sanguinante, li ha legati dietro la nuca. Non è più la straniera. È Ifigenia, che tutti vediamo sacrificata sull’altare in fondo a quella parete.

Adesso Clitemnestra inorridita si china sulla vittima, stringe tra le braccia il suo corpo senza vita, le afferra il capo tra le mani, le carezza le guance. La bacia sulla fronte piangendo. La chiama figlia.

Il pubblico con le lacrime agli occhi si alza in piedi e applaude. A chi?

12 pensieri su “Marcello Comitini © 2019 Clitemnestra e Cassandra”

  1. Non posso che rivolgerti un grazie che sorge dal profondo del mio cuore nel constatare il numero di volte con cui hai portato all’attenzione dei tuoi numerosi lettori del tuo canale youtube e di questo tuo bolg,. So che è una lettura difficile e rivolta a chi ama davvero la cultura e sa attribuire ai miti del passato il giusto peso d’insegnamento alle generazioni presenti e future. Mi auguro che persone colte ne esistano ancora! Grazie moltissime, Luigi. Ti abbraccio.

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    1. Carissimo Marcello, io ci provo sempre… Il mio canale YouTube a tutt’oggi conta 18.000 iscritti, ma come ben sai, nonostante io pubblichi sempre nel feed Iscrizioni e invii una notifica agli iscritti, la risposta, seppur incoraggiante, non può essere “massiccia”… Per il blog, purtroppo, devo constatare che degli attuali 74 iscritti non posso dire pochi ma buoni, perché le persone che seguono con costanza le mie letture sono circa una ventina e le ringrazio di cuore, gli altri si sono solo iscritti per avere ricambiata l’iscrizione, ma vendono pentole, scarpe, farmaci, libri dei loro romanzi o poesie e non appaiono più. Io non vendo nulla, cerco solo di proporre con la mia voce la Bellezza che i Poeti, quelli che io ritengo veri Poeti, mi hanno regalato. Ovviamente secondo i miei gusti e senza alcuna pretesa di pubblico. Certo mi farebbe molto piacere che un’opera come questa tua, che definirei teatrale per come è scritta, avesse molto più ascolto. Confidiamo nelle persone colte, attente e amanti della buona scrittura. Ce ne sono ancora? Ti abbraccio forte e ti ringrazio di cuore,

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      1. Grazie Luigi per questa analisi coraggiosa che hai esposto. Purtroppo il “do ut des” è una regola divenuta generale e ferrea, E questo non fa onore a chi la pratica, ma soprattutto non permette la selezione tra ciò che vale e ciò che è da buttare via. Poi magari sono molti quelli che dopo aver espresso il proprio Like o aver commentato buttano via tutto (mentalmente). Del resto i sorrisi falsi e per convenienza esistono pure nel mondo di carne e ossa, e forse peggio perché lì sono possibili ben altri scambi. Resta dunque la stima e l’amicizia che hanno fondamenta solide e radicate nel concreto del rapporto umano.

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  2. Carissimo Luigi, ti ringrazio di tutto cuore per l’affettuosità con cui riproponi questi brani, pur sapendo che nessuno (o pochissimi) vorrà dedicare il suo tempo all’ascolto.
    Mi congratulo per l’accresciuto numero di iscritti al tuo canale Youtube e ne sono felice per te, dal momento che ho notato che anche Youtube dedica molto spazio a video brevi che mirano alla deresponsabilizzazione e al puro “perder tempo”. Il tuo canale cresce e questo è un buon segno per aver fiducia nel prossimo, desideroso di accrescere la propria cultura.
    Mi dispiaccio invece per il ridotto numero di iscritti al tuo blog.
    Però, non per consolarti ma per fare una semplice costatazione, anche un blog (che tu e io seguiamo) che tratta di musica classica, ha meno di 200 iscritti. Non bisogna mai dimenticare la legge del “do ut des”, che non aumenta il numero di ascoltatori, ma quello degli iscritti e soprattutto quello dei like. E poi c’è il detto consolatorio “meglio pochi ma buoni”. E i like che ricevi vengono esattamente dai “buoni” culturalmente parlando.

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  3. Grazie, carissimo Marcello. Sono tempi duri e molti pensano (?) che la leggerezza, non quella soave della poesia, ma quella dello stordimento, sia antidoto al dolore, ancorché compreso, al fastidio al proprio quieto vivere…Vivono di immagini e citazioni, spesso sbagliate. Peggio per loro. Ti abbraccio forte.

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