Arsenij Tarkovskij-Fëdor Dostoevskij-Sergej Esenin-Iosif Brodskij-Vladimir Majakovskij-Evgenij Evtušenko-Andrej Dement’ev-Konstantin Simonov-Michail Lermontov

Arseny Alexandrovich Tarkovsky – Da così tanto tempo sono nato

Arseny Alexandrovich Tarkovsky
Da così tanto tempo sono nato

Traduzione di Paola Pedicone
da “Arseny Tarkovsky, Poesie e racconti”,
Pescara: Tracce, 1991

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Natasha Vlassenko
plays Rachmaninov Romance in f minor Op. 10 No 6

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Da così tanto tempo sono nato
che sento certe volte
trascorrere su di me l’acqua gelata.
Giaccio sul fondo del fiume
e se canto una canzone
inizio dall’erba, attingo dalla sabbia,
non schiudo le labbra.

Da così tanto tempo sono nato
che non posso parlare,
ho sognato una città
su una riva pietrosa.
Giaccio sul fondo del fiume
e dall’acqua vedo
la luce lontana, l’alta dimora,
il verde raggio di stella.

Da così tanto son nato,
che se tu verrai
e la mano mi porrai sugli occhi,
sarà una bugia,
non ti potrò trattenere.
E se tu andrai via
e io non ti seguirò come un cieco
sarà una bugia.

Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij – Primi incontri

Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij (Elisavetgrad, 25 giugno 1907 – Mosca, 27 maggio 1989)
Primi incontri
(Первые свидания, 1962)
Poesie scelte (Libri Scheiwiller, 1989), trad. it. G. Zappi

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Alexander Borodin
String Quartet No. 2 in D major, Notturno
Borodin String Quartet

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Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.
Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.
Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tua svelò
il proprio nuovo significato: zar.
Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.
Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…
Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.

Arsenij Aleksandrovic Tarkovskij – Morire in levità

Arsenij Aleksandrovic Tarkovskij
Morire in levità


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Karl Friedrich Abel, WKO 207
per viola da gamba solo
Nima Ben David

Andreij Tarkovskij rilegge la poesia del padre Arsenij nel film “Nostalghia

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Si oscura la vista
La mia forza sono due occulti dardi adamantini,
Si confonde l’udito per il tuono lontano
della casa paterna che respira
dei duri muscoli i gambi si infiacchiscono,
come bovi canuti all’aratura
e non più quando è notte alle mie spalle splendono due ali
nella festa, candela, mi sono consumato
all’alba raccogliete la mia disciolta cera
e, lì, leggete chi piangere, di cosa andar superbi
come, donando l’ultima porzione di letizia:
morire in levità
e al riparo d’un tetto di fortuna,
accendersi postumi
come una parola.