CESARE PAVESE – LE PAROLE

Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)
La letteratura americana

e altri saggi

Einaudi – 1951

Parte seconda
Letteratura e società

Dialoghi col compagno
II. Le parole

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Wise One · John Coltrane Quartet


da: “Leggere”, articolo pubblicato su «l’Unità» di Torino, 20 giugno 1945.

[…] Tutti purtroppo abbiamo letto. E come sovente succede che i borghesi piú piccini tengono al falso decoro e ai pregiudizi della classe molto piú che non gli svelti avventurieri del gran mondo, cosí l’ignorante che ha letto qualcosa si aggrappa ciecamente al gusto, alla banalità, al pregiudizio che ne ha sorbito, e da quel giorno, se gli càpita di leggere ancora, tutto giudica e condanna secondo quel metro. È cosí facile accettare la prospettiva piú banale, e mantenercisi, sicuri del consenso del maggior numero. È cosí comodo supporre che ogni sforzo è finito e si conosce la bellezza, la verità e la giustizia. È comodo e vile. È come credere che si è assolto al nostro eterno e pauroso dovere di carità verso l’uomo, regalando una lira al pezzente ogni tanto. […]

Dialoghi col compagno
II. Le parole

– Tra compagni si è parlato di te e di quel che scrivi, – mi disse l’altro giorno Masino per strada. – Quando ci spieghi cos’è un libro e come leggerlo, tu subito metti avanti le parole. A sentirti, in un libro sono tutte parole. Possibile?
– Pensaci un momento.
Masino ha di bello che capisce un’occhiata. Mi guardò e disse: – Già. Ma le parole voglion dire qualche cosa.
– Figurati. Ed è proprio per questo che bisogna stare attenti a quelle che si scelgono. Secondo che uno scrittore adopera certe parole o certe altre, tu capisci chi è. Prendi i compagni della guerra di Spagna: chi li chiamava rossi, chi lealisti, chi comunisti e sovversivi, chi patrioti. Ognuna di queste parole ti chiariva con chi parlavi, e veniva a significare una cosa diversa. Nelle parole che tu adoperi c’è la tua classe e il tuo lavoro, quello che sai, quello che mangi, le persone che frequenti. C’è tutto nelle parole.
– Ma in un libro c’è anche una storia, dei personaggi. Noi si diceva che dovresti parlarci di questo. Un operaio come me, se legge un libro, difficilmente sa dire la sua. Le parole le capisco. Ma succedono cose nei libri, che non sempre mi convincono.
– Se non vanno le cose, non van neanche le parole, credi a me.
– Ma ci sono dei libri che sembran ben scritti, e poi sotto ti accorgi che l’autore è d’accordo con quelli che ammazzano il popolo. Mica ha il coraggio di dirlo, ma ti pianta su una storia dove tutti di te se ne infischiano. Ti presenta un ambiente che non si sa di dove vengono le cene che mangiano e quel che consumano. Mai che si dica che senza la classe operaia questa gente non avrebbe neanche il bagno. Mai che si sappia che il mondo non finisce con loro.
– Lo vedi che capisci anche tu? Sta’ tranquillo che quel che manca in questi libri la gente come noi lo sente al volo. È come col prossimo: parli un poco e ti accorgi se una persona è dalla tua. Ci sarà chi è piú serio e chi ama scherzare, ma quando ti dice come si immagina il mondo senti subito se è un poveretto. E un libro è sempre la descrizione di come uno s’immagina il mondo.
Quest’idea stupí Masino, che non ci aveva ancor pensato. Vidi che mi strizzò l’occhio come si fa quando si gode una cosa.
– Però non devi credere che basti scrivere del popolo e raccontare come vive, – dissi a Masino. – Molti ne fanno una speculazione. Ormai ciascuno crede di sapere chi è il popolo e, con tanti libri che si son scritti sul popolo, non è difficile imitarli e parlare come loro. Ma è qui che saltan fuori le parole. Mentre l’intreccio e i personaggi di un romanzo può copiarli chiunque e anche aggiungerci, c’è un tono delle parole e del discorso che ti tradisce per quello che sei. Puoi raccontarle come tue le storielle di tutti, ma la voce che adoperi è sempre la stessa. E la voce di chi scrive è lo stile, le parole che sceglie.
– Ma tu capisci dalla voce chi è sincero?
– Qui ti voglio, Masino. Qui serve la pratica e averci studiato. Molti credono che perché, bene o male, tutti sanno parlare, tutti possano dare un giudizio su quello che è scritto. Ma ci sono dei libri che, se tu non sai leggerli, se non sai le parole, non puoi dire nemmeno quel che valgano dentro.
– Sono libri per noi?
– Sono libri per chi li vuol leggere. Mi sai dire per chi è fatto un libro? Stai lontano dai libri che son fatti per questo o per quello. Anche un libro che è scritto in cinese, l’hanno fatto per te. Si tratta sempre d’imparare le parole di un altro uomo. Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non sempre c’è chi li traduce. Viene il momento che sei solo davanti alla pagina, com’era solo lo scrittore che l’ha scritta. Se hai avuto pazienza, se non hai preteso che l’autore ti trattasse come un bambino o un minorato, ecco che incontri un altr’uomo e ti sentí piú uomo anche tu. Ma ci vuole fatica, Masino, ci vuole buona volontà. E molta pazienza.
Adesso mi ascoltava testa bassa e compunto.
– Non credere a chi dice che le parole non contano. Anche l’intreccio e i personaggi sono parole. Qualche volta in un libro i personaggi sono gli alberi, le case, le montagne. E che cosa vuol dire? Vuol dire che quello che conta è quel che questi personaggi son diventati nel racconto, quel che hanno in comune – cioè la parola. Una pianta o una donna in un libro non sono legno né carne, sono le parole che te le mettono davanti.
Masino mi ascoltava e disse a un tratto: – Ma dietro a un libro c’è una realtà. C’è una lotta di classe. Ci sono ideologie.
– Chi lo nega, Masino? Ma tutto nel libro diventa parole. E ti spiego che devi impararle, nient’altro. Quel che vale sarà la giustezza la finezza la profondità di queste parole. Bisogna amarle per capirle. Ed è proprio per questo che un mondo reazionario si tradisce subito con le parole che adopera: tu non sai cosa sia ma le senti ottuse, slabbrate, false. Mentre chi parla all’uomo con fede storica trova una voce fresca e nuova. È inevitabile.
Masino non è mai contento. Dopo un poco mi fa: – Ma com’è allora che voialtri, che capite queste cose, parlate bene anche dei libri vecchi che hanno già esaurito il loro compito?
Parlava per farmi parlare, è evidente. Ma noi si scherza in questo modo.
– Le parole, – gli dissi. – Precisamente le parole. Non importa che un compito storico sia tutto esaurito. Quella fede nell’uomo che si è fatta parola, non attende che un lettore per rivivere. E ha di bello che, essendo svanita la realtà che le ha prodotte, le parole veramente dànno adesso da sole tutto il senso e la freschezza che contengono. Il piú antico dei libri – l’Iliade – si può leggere come un romanzo. Certo è difficile arrivarci.
– E non c’è differenza tra lui e i moderni? – disse Masino fermandosi. – Tra quelli che si studiano a scuola e i romanzi di Steinbeck?
– Per chi sa le parole, nessuna.
– Quest’è bella, – mi disse Masino. – Non avrei mai creduto.
– Però Steinbeck vale meno, – dissi.

Le parole, pubblicato su «l’Unità» di Torino, 8 maggio 1946.

Cesare Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Edizione di riferimento:
Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Giulio Einaudi editore, Torino 1951


Voce recitante e pianoforte : Luigi Maria Corsanico
(Sweet Revenge, Ryuichi Sakamoto)

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Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

22 Marzo 1950

Luigi Maria Corsanico legge Cesare Pavese.

da qui

Luigi Maria Corsanico legge Cesare Pavese. 4

Cesare Pavese – La forza primitiva  [6 novembre 1928]
da “Blues della grande città”, in
Cesare Pavese
Le poesie
A cura di Mariarosa Masoero
Introduzione di Marziano Guglielminetti
Einaudi 1998

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti – Études, Book 3: No. 15, White on White
Piano, Kei Takumi

Umberto Boccioni
La città che sale, bozzetto, 1910
Museum of Modern Art, New York

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Cesare Pavese – La forza primitiva
I.

Tutto il cielo è di fumo
grave del fumo-nebbia di novembre
sulla grande città.
Ma non solo novembre
è disceso sul mondo.
Nelle vallate rigide dei viali
gli alberi neri e bruni
s’arruginiscono tra i fili e il fumo.
Non han piú linfe gli alberi,
il loro antico palpito
s’è contratto e scomparso.
Nella penombra della grande sera
si ergono per le vie
vivi di un’altra vita.
E accendono tra i rami irrigiditi
fiori enormi e spettrali,
i freddi fiori elettrici
che sbocciano sul mondo.
Le alte case affiancate
li riscontrano immobili,
anch’esse coi grandi occhi allucinati.

II.
Non soltanto novembre
è disceso sul mondo.
La stessa vita che possiede gli alberi
e le case geometriche
s’incrocia e urla sicura in mezzo ad esse.
Sotto la forza immobile
della natura di pietra e di luci
infuria un vortice che non è di acque,
non di vento o di fuoco,
ma, nella nebbia, vibra
della stessa passione che s’accende
nei grandi fiori elettrici.
Alito rosso, anelito d’acciaio
che si dibatte e rugge, ma perfetto
corre per la sua via.
E gli uomini, nel freddo, come gli alberi,
passano dentro il vortice
vivi di un sangue saldo e irresistibile.
Sulla città qualcosa ha vinto il mondo,
non soltanto novembre.
[6 novembre 1928]

Cesare Pavese – Pensieri di Deola

Cesare Pavese – Pensieri di Deola
[1932]
Lavorare stanca – Firenze, Edizioni di Solaria, 1936

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Jean-Philippe Charbonnier
Jeune femme au café – Paris, 1960

Nino Rota – Suite dal balletto La Strada
Orchestra filarmonica di San Pietroburgo
Direttore: Federico Mondelci

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Deola passa il mattino seduta al caffè
e nessuno la guarda. A quest’ora in città corron tutti
sotto il sole ancor fresco dell’alba. Non cerca nessuno
neanche Deola, ma fuma pacata e respira il mattino.
Fin che è stata in pensione, ha dovuto dormire a quest’ora
per rifarsi le forze: la stuoia sul letto
la sporcavano con le scarpacce soldati e operai,
i clienti che fiaccan la schiena. Ma, sole, è diverso:
si può fare un lavoro piú fine, con poca fatica.
Il signore di ieri, svegliandola presto,
l’ha baciata e condotta con sé alla stazione
a augurargli buon viaggio (mi fermerei, cara,
a Torino con te, se potessi)
.
È intontita, ma fresca, stavolta,
e le piace esser libera, Deola, e bere il suo latte
e mangiare brioches. Stamattina è una mezza signora
e, se guarda i passanti, fa solo per non annoiarsi.
A quest’ora in pensione si dorme e c’è puzza di chiuso
– la padrona va a spasso – è da stupide stare là dentro.
Per girare la sera i locali, ci vuole presenza
e in pensione, a trent’anni, quel po’ che ne resta, si è perso.
Deola siede mostrando il profilo a uno specchio
e si guarda nel fresco del vetro. Un po’ pallida in faccia:
non è il fumo che stagni. Corruga le ciglia.
Ci vorrebbe la voglia che aveva Marí, per durare
in pensione (perché, cara donna, gli uomini
vengon qui per cavarsi capricci che non glieli toglie
né la moglie né l’innamorata)
e Marí lavorava
instancabile, piena di brio e godeva salute.
I passanti davanti al caffè non distraggono Deola
che lavora soltanto la sera, con lente conquiste
nella musica del suo locale. Gettando le occhiate
a un cliente o cercandogli il piede, le piaccion le orchestre
che la fanno parere un’attrice alla scena d’amore
con un giovane ricco. Le basta un cliente
ogni sera e ha da vivere. (Forse il signore di ieri
mi portava davvero con sé)
. Stare sola, se vuole,
al mattino, e sedersi al caffè. Non cercare nessuno.

CESARE PAVESE – GENTE CHE NON CAPISCE

Gente che non capisce
“Lavorare stanca” è una raccolta di poesie dello scrittore Cesare Pavese pubblicata nel 1936.


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Nino Rota, musica da “Le Notti di Cabiria”


L’immagine del libro è di proprietà di:
Hassan Bogdan Pautàs
Cesare Pavese, Lavorare stanca, seconda edizione Einaudi del 1943. / @PaveseCesare

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Sotto gli alberi della stazione si accendono i lumi.
Gella sa che a quest’ora sua madre ritorna dai prati
col grembiale rigonfio. In attesa del treno,
Gella guarda tra il verde e sorride al pensiero
di fermarsi anche lei, tra i fanali, a raccogliere l’erba.

Gella sa che sua madre da giovane è stata in città
una volta: lei tutte le sere col buio ne parte
e sul treno ricorda vetrine specchianti
e persone che passano e non guardano in faccia.
La città di sua madre è un cortile rinchiuso
tra muraglie, e la gente s’affaccia ai balconi.
Gella torna ogni sera con gli occhi distratti
di colori e di voglie, e spaziando dal treno,
pensa, al ritmo monotono, netti profili di vie
tra le luci, e colline percorse di viali e di vita
e gaiezza di giovani, schietti nel passo e nel riso padrone.

Gella è stufa di andare e venire, e tornare la sera
e non vivere né tra le case né in mezzo alle vigne.
La città la vorrebbe su quelle colline,
luminosa, segreta e non muoversi più.
Così, è troppo diversa. Alla sera ritrova
i fratelli, che tornano scalzi da qualche fatica,
e la madre abbronzata, e si parla di terre
e lei siede in silenzio. Ma ancora ricorda
che, bambina, tornava anche lei col suo fascio dell’erba:
solamente, quelli erano giochi. E la madre che suda
a raccogliere l’erba, perché da trent’anni
l’ha raccolta ogni sera, potrebbe una volta
ben restarsene in casa. Nessuno la cerca.

Anche Gella vorrebbe restarsene, sola, nei prati,
ma raggiungere i più solitari, e magari nei boschi.
E aspettare la sera e sporcarsi nell’erba
e magari nel fango e mai più ritornare in città.
Non far nulla, perché non c’è nulla che serva a nessuno.
Come fanno le capre strappare soltanto le foglie più verdi
e impregnarsi i capelli, sudati e bruciati,
di rugiada notturna. Indurirsi le carni
e annerirle e strapparsi le vesti, così che in città
non la vogliano più. Gella è stufa di andare e venire
e sorride al pensiero di entrare in città
sfigurata e scomposta. Finché le colline e le vigne
non saranno scomparse, e potrà passeggiare
per i viali, dov’erano i prati, le sere, ridendo,
Gella avrà queste voglie, guardando dal treno.

Cesare Pavese – La forza primitiva

Cesare Pavese – La forza primitiva [6 novembre 1928]
da “Blues della grande città“, in
Cesare Pavese
Le poesie

A cura di Mariarosa Masoero
Introduzione di Marziano Guglielminetti
Einaudi 1998

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti – Études, Book 3: No. 15, White on White
Piano, Kei Takumi

Umberto Boccioni
La città che sale, bozzetto, 1910
Museum of Modern Art, New York

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Cesare Pavese – La forza primitiva
I.

Tutto il cielo è di fumo
grave del fumo-nebbia di novembre
sulla grande città.
Ma non solo novembre
è disceso sul mondo.
Nelle vallate rigide dei viali
gli alberi neri e bruni
s’arruginiscono tra i fili e il fumo.
Non han piú linfe gli alberi,
il loro antico palpito
s’è contratto e scomparso.
Nella penombra della grande sera
si ergono per le vie
vivi di un’altra vita.
E accendono tra i rami irrigiditi
fiori enormi e spettrali,
i freddi fiori elettrici
che sbocciano sul mondo.
Le alte case affiancate
li riscontrano immobili,
anch’esse coi grandi occhi allucinati.

II.
Non soltanto novembre
è disceso sul mondo.
La stessa vita che possiede gli alberi
e le case geometriche
s’incrocia e urla sicura in mezzo ad esse.
Sotto la forza immobile
della natura di pietra e di luci
infuria un vortice che non è di acque,
non di vento o di fuoco,
ma, nella nebbia, vibra
della stessa passione che s’accende
nei grandi fiori elettrici.
Alito rosso, anelito d’acciaio
che si dibatte e rugge, ma perfetto
corre per la sua via.
E gli uomini, nel freddo, come gli alberi,
passano dentro il vortice
vivi di un sangue saldo e irresistibile.
Sulla città qualcosa ha vinto il mondo,
non soltanto novembre.
[6 novembre 1928]

10 aprile 1950 / Cesare Pavese – The cats will know

Cesare Pavese
The cats will know

Edizione di riferimento:
Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Giulio Einaudi editore, Torino 1951


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Paolo Conte – “Razmataz”, Guitars

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Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole –
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

10 Aprile 1950