Henry David Thoreau / Rainer Maria Rilke

Henry David Thoreau (1817-1862)
da: ASCOLTARE GLI ALBERI / Diario, 31 ottobre 1858
Traduzione di Alba Bariffi
Garzanti

Rainer Maria Rilke (1875-1926)
da: I sonetti a Orfeo / Sonetto XIV (Scritto tra il 2 e il 5 febbraio 1922)
Traduzione di Franco Rella
FELTRINELLI

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Greensleeves
Arrangement: Matt Riley
Cello/Rachelle LaNae Smith
Violin/Erika Blanco

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Henry David Thoreau – Diario, 31 ottobre 1858

L’altro giorno, dopo aver camminato un paio d’ore per i boschi, sono arrivato alla base di un alto pioppo tremulo, che non ricordo di aver visto prima, erto in mezzo ai boschi del paese vicino, ancora fitto di foglie mutate in un giallo verdastro. È forse il più grande della sua specie che io conosca. È stato per puro caso che mi ci sono imbattuto, e se fossi stato mandato a trovarlo mi sarebbe sembrato, come si dice, di cercare un ago in un pagliaio. Mi è rimasto nascosto tutta l’estate, e probabilmente per tanti anni, ma ora, salendo in una direzione diversa sulla stessa collina da cui ho visto le querce scarlatte, e guardandomi in giro appena prima del tramonto, quando tutti gli altri alberi visibili per miglia sono rossastri o verdi, distinguo il mio nuovo amico dal suo colore giallo. Ha raggiunto la fama, finalmente, e la ricompensa per aver vissuto in tale solitudine e oscurità. È l’albero che si distingue di più in tutto il panorama, e agli occhi di tutti sarebbe il centro dell’attenzione. Così ricopre il suo ruolo nel coro.
È come se anche lui mi avesse riconosciuto, e con piacere, venendomi incontro a metà strada, e ora l’amicizia nata in modo così propizio sarà, io credo, perenne.

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Rainer Maria Rilke – Sonetto XIV

Vaghiamo in compagnia di fiori, tralci, frutti.
Essi non parlano soltanto la lingua stagionale.
Dall’oscuro sale variegata un’evidenza
che ha forse il lucore della gelosia

dei morti, che rafforzano la terra.
Che sappiamo noi qual è qui la loro parte?
Da lungo tempo è loro costumanza impastare
l’argilla col loro disponibile midollo.

Questo solo chiediamo: lo fanno di buon grado?…
Spinge con impresa d i gravati schiavi il frutto
su fino a noi pregno; a noi loro padroni?

O sono loro i padroni, dormienti presso le radici,
che ci riservano quel che è superfluo a loro,
questa cosa interstizia di muta forza e baci?

Antonio Gramsci – Lettere dal carcere

ANTONIO GRAMSCI – LETTERE DAL CARCERE
Lettera alla mamma, 10 maggio 1928

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Mahler – Symphony No.4 in G-major
Leonard Bernstein & Wiener Philharmoniker

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10 maggio 1928

Carissima mamma,

sto per partire per Roma. Oramai è certo. Questa lettera mi è stata data appunto per annunziarti il trasloco. Perciò scrivimi a Roma d’ora innanzi e finché io non ti abbia avvertito di un altro trasloco.

Ieri ho ricevuto un’assicurata di Carlo del 5 maggio. Mi scrive che mi manderà la tua fotografia: sarò molto contento. A quest’ora ti deve essere giunta la fotografia di Delio che ti ho spedito una decina di giorni fa, raccomandata.

Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è cosí, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.

Ti abbraccio teneramente.

Nino

NIET WAR! NIET WAR!

Erasmo da Rotterdam
(Rotterdam, ottobre 1466 o 1469 – Basilea, 12 luglio 1536)
da:
Il lamento della pace (1517)
Nuova Universale Einaudi
A cura di Carlo Carena
Testo in lingua originale latina con traduzione italiana a fronte

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SOUNDS&VOICE PROJECT

Neu Musik Duett ” Pax” ℗2022
Guido Mazzon percussions, hand pan
Marta Sacchi keyboards, percussions

Voce recitante: Luigi Maria Corsanico
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Hieronymus Bosch
La creazione del mondo
(Trittico chiuso – Giardino delle Delizie)
databile 1480-1490 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid

Ritratto di Erasmo da Rotterdam (1523)
Di Hans Holbein il Giovane

FERNANDO PESSOA – NOSTALGIA!

Fernando Pessoa – Nostalgia!
Fernando Pessoa
IL POETA È UN FINGITORE
Duecento citazioni scelte da Antonio Tabucchi
Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione nella collana “Universale Economica” gennaio 2001

Saudades!
Livro do Desassossego por Bernardo Soares.
Vol.I. Fernando Pessoa.
(Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.)
Lisboa: Ática, 1982

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie – 1ère Gymnopédie
Paul Barton, piano

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Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita. Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria? Il pallido tabaccaio? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita? Domani anch’io scomparirò da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch’io – l’anima che sente e pensa, l’universo che io sono per me stesso – sì, domani anch’io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un “che ne sarà stato di lui?”. E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi.

CESARE PAVESE – LE PAROLE

Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)
La letteratura americana

e altri saggi

Einaudi – 1951

Parte seconda
Letteratura e società

Dialoghi col compagno
II. Le parole

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Wise One · John Coltrane Quartet


da: “Leggere”, articolo pubblicato su «l’Unità» di Torino, 20 giugno 1945.

[…] Tutti purtroppo abbiamo letto. E come sovente succede che i borghesi piú piccini tengono al falso decoro e ai pregiudizi della classe molto piú che non gli svelti avventurieri del gran mondo, cosí l’ignorante che ha letto qualcosa si aggrappa ciecamente al gusto, alla banalità, al pregiudizio che ne ha sorbito, e da quel giorno, se gli càpita di leggere ancora, tutto giudica e condanna secondo quel metro. È cosí facile accettare la prospettiva piú banale, e mantenercisi, sicuri del consenso del maggior numero. È cosí comodo supporre che ogni sforzo è finito e si conosce la bellezza, la verità e la giustizia. È comodo e vile. È come credere che si è assolto al nostro eterno e pauroso dovere di carità verso l’uomo, regalando una lira al pezzente ogni tanto. […]

Dialoghi col compagno
II. Le parole

– Tra compagni si è parlato di te e di quel che scrivi, – mi disse l’altro giorno Masino per strada. – Quando ci spieghi cos’è un libro e come leggerlo, tu subito metti avanti le parole. A sentirti, in un libro sono tutte parole. Possibile?
– Pensaci un momento.
Masino ha di bello che capisce un’occhiata. Mi guardò e disse: – Già. Ma le parole voglion dire qualche cosa.
– Figurati. Ed è proprio per questo che bisogna stare attenti a quelle che si scelgono. Secondo che uno scrittore adopera certe parole o certe altre, tu capisci chi è. Prendi i compagni della guerra di Spagna: chi li chiamava rossi, chi lealisti, chi comunisti e sovversivi, chi patrioti. Ognuna di queste parole ti chiariva con chi parlavi, e veniva a significare una cosa diversa. Nelle parole che tu adoperi c’è la tua classe e il tuo lavoro, quello che sai, quello che mangi, le persone che frequenti. C’è tutto nelle parole.
– Ma in un libro c’è anche una storia, dei personaggi. Noi si diceva che dovresti parlarci di questo. Un operaio come me, se legge un libro, difficilmente sa dire la sua. Le parole le capisco. Ma succedono cose nei libri, che non sempre mi convincono.
– Se non vanno le cose, non van neanche le parole, credi a me.
– Ma ci sono dei libri che sembran ben scritti, e poi sotto ti accorgi che l’autore è d’accordo con quelli che ammazzano il popolo. Mica ha il coraggio di dirlo, ma ti pianta su una storia dove tutti di te se ne infischiano. Ti presenta un ambiente che non si sa di dove vengono le cene che mangiano e quel che consumano. Mai che si dica che senza la classe operaia questa gente non avrebbe neanche il bagno. Mai che si sappia che il mondo non finisce con loro.
– Lo vedi che capisci anche tu? Sta’ tranquillo che quel che manca in questi libri la gente come noi lo sente al volo. È come col prossimo: parli un poco e ti accorgi se una persona è dalla tua. Ci sarà chi è piú serio e chi ama scherzare, ma quando ti dice come si immagina il mondo senti subito se è un poveretto. E un libro è sempre la descrizione di come uno s’immagina il mondo.
Quest’idea stupí Masino, che non ci aveva ancor pensato. Vidi che mi strizzò l’occhio come si fa quando si gode una cosa.
– Però non devi credere che basti scrivere del popolo e raccontare come vive, – dissi a Masino. – Molti ne fanno una speculazione. Ormai ciascuno crede di sapere chi è il popolo e, con tanti libri che si son scritti sul popolo, non è difficile imitarli e parlare come loro. Ma è qui che saltan fuori le parole. Mentre l’intreccio e i personaggi di un romanzo può copiarli chiunque e anche aggiungerci, c’è un tono delle parole e del discorso che ti tradisce per quello che sei. Puoi raccontarle come tue le storielle di tutti, ma la voce che adoperi è sempre la stessa. E la voce di chi scrive è lo stile, le parole che sceglie.
– Ma tu capisci dalla voce chi è sincero?
– Qui ti voglio, Masino. Qui serve la pratica e averci studiato. Molti credono che perché, bene o male, tutti sanno parlare, tutti possano dare un giudizio su quello che è scritto. Ma ci sono dei libri che, se tu non sai leggerli, se non sai le parole, non puoi dire nemmeno quel che valgano dentro.
– Sono libri per noi?
– Sono libri per chi li vuol leggere. Mi sai dire per chi è fatto un libro? Stai lontano dai libri che son fatti per questo o per quello. Anche un libro che è scritto in cinese, l’hanno fatto per te. Si tratta sempre d’imparare le parole di un altro uomo. Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non sempre c’è chi li traduce. Viene il momento che sei solo davanti alla pagina, com’era solo lo scrittore che l’ha scritta. Se hai avuto pazienza, se non hai preteso che l’autore ti trattasse come un bambino o un minorato, ecco che incontri un altr’uomo e ti sentí piú uomo anche tu. Ma ci vuole fatica, Masino, ci vuole buona volontà. E molta pazienza.
Adesso mi ascoltava testa bassa e compunto.
– Non credere a chi dice che le parole non contano. Anche l’intreccio e i personaggi sono parole. Qualche volta in un libro i personaggi sono gli alberi, le case, le montagne. E che cosa vuol dire? Vuol dire che quello che conta è quel che questi personaggi son diventati nel racconto, quel che hanno in comune – cioè la parola. Una pianta o una donna in un libro non sono legno né carne, sono le parole che te le mettono davanti.
Masino mi ascoltava e disse a un tratto: – Ma dietro a un libro c’è una realtà. C’è una lotta di classe. Ci sono ideologie.
– Chi lo nega, Masino? Ma tutto nel libro diventa parole. E ti spiego che devi impararle, nient’altro. Quel che vale sarà la giustezza la finezza la profondità di queste parole. Bisogna amarle per capirle. Ed è proprio per questo che un mondo reazionario si tradisce subito con le parole che adopera: tu non sai cosa sia ma le senti ottuse, slabbrate, false. Mentre chi parla all’uomo con fede storica trova una voce fresca e nuova. È inevitabile.
Masino non è mai contento. Dopo un poco mi fa: – Ma com’è allora che voialtri, che capite queste cose, parlate bene anche dei libri vecchi che hanno già esaurito il loro compito?
Parlava per farmi parlare, è evidente. Ma noi si scherza in questo modo.
– Le parole, – gli dissi. – Precisamente le parole. Non importa che un compito storico sia tutto esaurito. Quella fede nell’uomo che si è fatta parola, non attende che un lettore per rivivere. E ha di bello che, essendo svanita la realtà che le ha prodotte, le parole veramente dànno adesso da sole tutto il senso e la freschezza che contengono. Il piú antico dei libri – l’Iliade – si può leggere come un romanzo. Certo è difficile arrivarci.
– E non c’è differenza tra lui e i moderni? – disse Masino fermandosi. – Tra quelli che si studiano a scuola e i romanzi di Steinbeck?
– Per chi sa le parole, nessuna.
– Quest’è bella, – mi disse Masino. – Non avrei mai creduto.
– Però Steinbeck vale meno, – dissi.

Le parole, pubblicato su «l’Unità» di Torino, 8 maggio 1946.

Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River / Il suonatore Jones

Edgar Lee Masters
Antologia di Spoon River / Il suonatore Jones
Traduzione di Fernanda Pivano


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Ashokan Farewell by Jay Ungar
Joe LaMay & Sherri Reese
in concert at the Bainbridge Opry House in Bainbridge, NY.

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“Antologia di Spoon River, poesie di persone che narrano, esaminano, recriminano su errori e ingiustizie, su dolori e glorie fasulle, su inganni e amori infelici. Un piccolo villaggio che Edgar Lee Masters ha popolato di voci come di una grande metropoli appena addormentata che nel silenzio scopre tutte le proprie contraddizioni. E la traduzione della Pivano rende queste voci vive, e palpitanti nell’armonia della nostra lingua. Leggere quest’opera e meditare significa scavare e scoprire in noi quelle tare che affliggono il nostro essere umani. Non è questione di viaggiare o rimanere immobili, di rimpiangere o pentirsi, quanto piuttosto valutare il giusto peso della vita, fatta di scelte tra errori e ingiustizie, tra dolori e glorie fasulle, tra inganni e amori infelici.
All’armoniosa traduzione della Pivano tu, caro Luigi, hai aggiunto quella della tua voce. Armonia accresciuta dalla tua scelta di leggere una poesia tra le meno gravose, una di quelle che, nel descrivere la varietà del vivere in mezzo a una varietà di interpretazioni della stessa realtà, sembra lasciare all’uomo un briciolo di libertà e forse di postuma serenità.

Per evitare di cedere al fascino di quest’opera, basta chiudere gli occhi e non vivere, ma soprattutto non pensare.”

Marcello Comitini

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La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

Marcello Comitini © 2019 Clitemnestra e Cassandra

PUBBLICO NUOVAMENTE, CON ESTREMO PIACERE, QUESTE LETTURE DEI TESTI TEATRALI DI MARCELLO COMITINI. UNA OCCASIONE SPECIALE PER RICORDARE CHE SONO PRESENTI IN QUESTO BLOG 100 PUBBLICAZIONI DEL POETA COMITINI E ANCHE SUE TRADUZIONI DAI FLEURS DI BAUDELAIRE. ANCORA UN IMMENSO GRAZIE, MARCELLO!

Ad oggi il numero degli iscritti a questo blog è diminuito, conservando alcuni fedelissimi ascoltatori, che ringrazio sempre di cuore, mentre nel canale YouTube “Ad alta voce / En voz alta” gli iscritti sono 30.300 (rispetto a ciò che figurava nei commenti).

Introduzione di Marcello Comitini

Clitemnestra e Cassandra, un’assassina e una vittima, una moglie infedele e un’amante?
Aver accostato questi due testi ha lo scopo di meglio sottolineare, senza alcuna finalità di confronto, il valore simbolico della vicenda di Clitemnestra e Cassandra, accumunate dallo stesso destino di essere donne legate alla medesima catena: il loro rapporto con l’eroe Agamennone, come moglie la prima, come amante la seconda.
La vicenda è rappresentata all’interno di due distinti teatri di prosa.
il primo testo narra l’uccisione di Agamennone per mano di Clitemnestra. il secondo narra l’uccisione di Cassandra per mano di quest’ultima.
Clitemnestra compie il suo gesto di vendetta contro un uomo che è, nell’immaginario collettivo, un valoroso combattente. E Cassandra, mal sopportata ancora oggi per l’oscurità della sua veggenza catastrofica, non può che subire la stessa sorte in quanto amante, seppur schiava, dell’Eroe.
L’accostamento, come detto non ha lo scopo di mettere a confronto il valore simbolico delle due donne, ma suggerisce ugualmente la domanda su chi delle due subisce la sorte più infelice: Cassandra che viene uccisa perché amante o Clitemnestra che porterà su di sé le conseguenze terribili della sua vendetta?
Un vendetta che è resa ancor più drammatica dall’apparire di una terza figura che è vittima innocente e che unisce ancor di più la sorte delle due donne: Ifigenia figlia di Clitemnestra che verrà uccisa due volte: da Agamennone e poi, inconsapevolmente, dalla sua stessa madre.
Perché la sorte del femminile è una sola: uccidere una donna, seppure per mano di un’altra donna, significa ucciderle tutte.
Entrambi i testi si concludono con gli applausi di coloro che assistono allo svolgersi delle due tragedie. Ma gli applausi a chi sono rivolti ? Una domanda che ci fa riflettere se davvero l’uomo è capace di rifuggire il male.

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CLITEMNESTRA
di
MARCELLO COMITINI ©2019

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Lux Aeterna
György Ligeti
arrangiamento di Shea Lolin

immagini dal web, elaborate

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Da secoli Clitemnestra autrice dell’uccisione del marito, maledetta sin dalla nascita per essere stata concepita con l’inganno, viene giudicata dalla storia ora come una donna infedele, ora come una schiava d’amore, ora come una sanguinaria vendicatrice.
A una donna che ha vissuto esperienze dolorose e strazianti, non è concessa l’attenuante dell’umiliazione, a cui non le è stato possibile sottrarsi.
Non le è concesso uccidere l’uomo che si è conquistata la fama sui campi di battaglia ma che l’ha usurpata sul terreno delle relazioni umane e familiari. Un uomo che si è permesso di sopprimere brutalmente il figlio della donna, di sacrificare agli dei la figlia Ifigenia, di considerare colei che sarebbe dovuta essere la sua compagna, meno che l’ombra di una schiava.
Non è concesso alcun perdono a Clitemnestra in quanto donna.
Nessun perdono per Clitemnestra colpevole soltanto di rivendicare, ora che non è più giovane, la sua dignità di essere umano, di riscattare anni e anni di umiliazioni subite, di dolori inflittile, per rivendicare e porre fine alla sua condizione di donna trattata come “colei che non esiste”.

Al centro del palcoscenico tagliato da luci e ombre come una piazza vasta e disadorna, sta in piedi la donna il cui corpo è avvolto da un ampio mantello come un cielo notturno. Rivolta verso il pubblico, i capelli grigi come nuvole a sfiorare appena le spalle, le braccia spalancate in alto, le labbra che sussurrano impercettibili imprecazioni.
Altre donne intorno sommariamente coperte da drappi rossi e viola con qualche rara e sottilissima striscia bianca a separare irregolarmente i due colori, lasciano scivolare dalle guance lacrime silenziose.
Tremila spettatori con i volti pallidi perfettamente immobili sulle gradinate di pietra dell’ampio teatro greco che degrada a precipizio verso il palco e lo inghiotte al centro del vortice, guardano attentamente la scena e comprendono che la donna invoca la complicità della dea della vendetta. Alle sue spalle, addossato al fondale illuminato da un fascio di luce gelida, un letto dalle lenzuola disfatte. Come le ali bianche di un gabbiano nel buio della tempesta, guida gli sguardi verso il corpo abbandonato a terra. È circondato da una pozza di sangue che s’incanala in rivoli nelle fessure delle travi che alla fine del palco zampillano sui petti degli spettatori della prima fila. Sono soltanto bambini e uomini, vestiti d’una tunica bianca lunga sino alle ginocchia. Hanno il capo coperto da un berretto rotondo di velluto nero e alla vita li stringe un cordone di seta celeste. Le donne sono sedute in fondo alla fila a destra e a sinistra ma sopratutto sulle file posteriori, insieme agli uomini della loro vita, tranne quelle sul palco i cui piedi affondano nella macchia di sangue.
Sarà Clitemnestra, oscuro passero che canta doloroso nella gola di una miniera, la donna al centro del palcoscenico?
La scure è sul letto con l’impugnatura verso il pubblico. La doppia lama brilla della freddezza dell’acciaio. Dall’altra stanza, la cui porta socchiusa lascia intravedere una vasca colma di acqua bollente coperta da una rete, penetra una nuvola di fumo umido e grigio che si richiude come un intimo separé. Nasconde una ragazza macchiata del sangue schizzato dalle ferite dell’uomo. Tutto il pubblico sa che il suo nome è Ifigenia.
Uno spettatore della prima fila si alza e con il dito puntato verso una finestra dai vetri opachi alla destra del palcoscenico indica con voce stentorea che da lì entrerà la dea. Un grido del coro amplifica le sue parole, le spinge fino alle ultime file, le fa volare fino alle stelle che adornano il cielo del teatro.
Nel silenzio improvviso il fragore dei vetri infranti. Una pallottola trafigge il petto dello spettatore. Egisto è morto grida il bambino che gli sedeva accanto. Ifigenia gli corre incontro e gli chiede il nome. Ma Il bambino non risponde, sembra non aver udito. I suoi occhi sono del colore del mare, le orecchie di madreperla rosa e la bocca una foglia di alga verde. Scaglie di roccia gli feriscono il corpo.
Clitemnestra cade in ginocchio, culla tra le braccia il bambino senza vita, guarda Ifigenia con gli occhi colmi di pietà e di dolore. Sono anni che non la vede. Le chiede di avvicinarsi, d’inginocchiarsi accanto a lei perché possano abbracciare insieme quel corpicino martoriato.
Agamennone è morto. Egisto è morto. Oreste ed Elettra si alzano in piedi dalla prima fila sotto il palco. Elettra è camuffata da uomo e Oreste da bambino aggrappato alla mano della sorella.
Dal palco salgono le parole di Clitemnestra che si è avvicinata al corpo di Agamennone che giace ai suoi piedi.

Molti per difendermi diranno che l’ho ucciso perché ha ucciso i miei figli perché mi ha rimpiazzato con Cassandra perché la sua assenza mi ha indotta a tradirlo. Altri diranno che l’ho ucciso perché l’amavo. Altri, e anche i miei figli, mi accuseranno d’averlo ucciso perché sono una donna infedele.
Nessuno penserà che l’ho ucciso perché in battaglia era un eroe che ha ucciso, ma di fronte a me un uomo senza nessun valore, che ha spogliato la mia anima, ha dilaniato i miei affetti, ha lasciato che il tempo graffiasse il mio corpo, lo gonfiasse e lo piagasse senza neppure una sua parola che desse un senso almeno all’odio di averlo accanto, alla crudeltà del suo esistere, al tormento d’essere sua moglie.
L’ho ucciso perché da sempre mi ha usata come una cosa da cui si pretende di ricevere senza nulla dare, una cosa che si abbandona in un angolo come un abito o un utensile, quando se ne trova un’altra più adatta o più nuova. L’ho ucciso per dimostrargli che valeva per me quanto io per lui, io donnetta da poco.

Poi tace. La scure a due lame lancia bagliori come un faro. Ifigenia si allontana lentamente sino a sparire. Anche le donne si allontanano danzando per esprimere il dolore della solitudine.
Gli spettatori delle prime file, uomini e bambini, Elettra ed Oreste con le tuniche macchiate stringono in pugno i coltelli con cui trafiggeranno il corpo della donna che ha tradito e l’offriranno alla dea della vendetta, che ha atteso da fin troppo tempo.
Il cielo del teatro si è fatto rosso sangue.
Tutti gli spettatori si alzano in piedi. Applaudono.

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CASSANDRA
di
Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

Effetti grafici: LMC

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Un cubo trasparente è ciò che si presenta ai miei occhi, appena varcata la soglia della platea del teatro. È come una scatola di vetro che occupa tutto il palcoscenico da entrambi i lati e fino al limite superiore del sipario. La platea è ancora deserta. Le luci sono spente. Mi chiedo se sono giunto a spettacolo iniziato.

No – mi risponde la maschera che mi accompagna con una torcia, proiettando ai miei piedi una intensa luce che illumina i passi con un alone rosso come macchie di sangue – l’ha voluto il regista affinché niente distragga il pubblico. Vuole che nessuno spettatore possa vedere altro che non sia la scena e gli attori. Anche il colore di questa luce, vede?

Durante la recita – continua la ragazza puntandomi la torcia contro gli occhi – avvengono scambi di personaggi, di vittime che si trasformano in eroi e di eroi in vittime. Bisogna che si presti un’attenzione particolare. Mai voltarsi, per esempio, verso quello specchio enorme che il regista ha voluto in fondo alla sala.

Prendo posto in una poltrona della prima fila, di fianco al corridoio centrale. La ragazza si allontana sorridendo.

Mi guardo intorno. Il pubblico inizia a entrare. Si sperde nella sala, duplicata da quello specchio. Anche gli spettatori saranno duplicati, penso. Saremo in tanti – mi dico guardando le interminabili file delle poltrone ancora vuote.

Da anni si recita questo spettacolo e a ogni replica il teatro si riempie. La particolare sceneggiatura, ma soprattutto la vicenda dell’assassinio di un re e la sua amante, portata da terre lontane, richiama folle immense. La scena dell’assassinio ogni anno viene applaudita particolarmente. Invece – commentano i giornali che recensiscono lo spettacolo ad ogni recita – sembra debole quella della trasformazione. Non aggiungono altro.

Adesso la sala è piena. Mi alzo, mi guardo intorno. Una radura interminabile di poltrone. Ogni poltrona fa sentire lo spettatore come padrone di un piccolo trono. Ogni testa è avvolta stranamente da un intenso alone buio. Siamo re acefali in attesa.

Piccoli fari, posti in basso lungo le pareti laterali della platea, proiettano la loro luce su enormi disegni in stile greco di colore bruno-rossiccio, con figure di uomini mentre afferrano una testa d’ariete e tentano di sfondare un pesante portone di quercia, di altri mentre scendono dal ventre di un cavallo e di donne con piccoli in braccio che fuggono da torri sventrate e in fiamme. In alto sulla parete di fondo del cubo si nota la scena di un eroe con le braccia enormemente lunghe, che sgozza una giovane donna sull’altare di un dio e ne scaglia il corpo contro le rocce.

Al di là della trasparenza delle pareti, il pubblico assiste alla scena preparatoria. Il regista vuole che tutto si svolga in modo cristallino dinnanzi agli occhi degli spettatori.

Nella penombra, tra corde e travi , gli operai manovrano le funi, le fanno scorrere silenziosamente sulle carrucole, i fonici sistemano le casse acustiche e gli elettricisti puntano i fari e illuminano l’interno come una stanza. È una luce fredda come se il sole di una giornata invernale attraversasse il soffitto.

All’interno del cubo sulla sinistra è rimasto in ombra un angolo che forma una inspiegabile nicchia con al centro uno sgabello di legno scolpito e intarsiato con fregi d’oro. 

Clitemnestra è in piedi di profilo. Dona la sensazione d’essere entrata da destra attraversando un varco invisibile nella parete. Indossa un elegante mantello celeste che le avvolge il corpo e una tunica bianca lunga sino ai piedi. Sosta per un attimo poi si dirige verso lo sgabello. Si siede con le spalle dritte e rigide, poggia le mani sul ventre, le nasconde tra le profonde pieghe blu del mantello. A fianco dello sgabello, come uno scettro lasciato lì provvisoriamente, il lungo manico di una scure a doppio taglio le cui lame lanciano bagliori alla luce dei fari. Come quello degli spettatori, il volto di Clitemnestra è in ombra. La sua lunga tunica bianca spicca come il calice di un giglio rovesciato. Dietro le sue spalle scorre lungo la parete di fondo il sangue della giovane donna. Oh, adesso sembra un bambino!

Volgendo le spalle al pubblico Cassandra sta in piedi in silenzio. È al centro del fascio di luce con cui l’occhio di bue la illumina con violenza.

Chi può mai dimenticare – grida Clitemnestra – che Agamennone ha ucciso mio figlio scagliandolo contro una roccia e poi mia figlia Ifigenia, sacrificata per condurre qui questa straniera? Questa barbara che non comprende neppure la nostra lingua ma vuole entrare in questa casa come fosse la sua?

Un mantello di povera lana rossa, lacerato in più parti, ricopre a mala pena le spalle di Cassandra lasciandola quasi nuda. Gli sguardi del pubblico la spogliano del tutto, desiderosi di toccare almeno con gli occhi il suo corpo statuario.

Si vede chiaramente che ha freddo, lacrime silenziose le solcano le guance, ma non si riesce a vederne il volto immerso nell’ombra, profonda e spessa come il velo che le ricopre il capo.

I tecnici si allontanano. La scena preparatoria è terminata. Le mura grezze del teatro ricoperte di polvere e nero di fumo, fanno da sfondo.

Clitemnestra invita Cassandra a varcare la parete di fondo per raggiungere Agamennone.

Cassandra sembra non aver sentito. Immobile e silenziosa abbassa leggermente il capo sul petto. Clitemnestra nell’ombra sorride con un’espressione serena sul volto.

Il pubblico non capisce. La lentezza della scena esaspera gli spettatori. Temono una lunga attesa prima di poter vedere scorrere il sangue dell’eroe. Eppure gli era stato promesso. Che fine aveva fatto l’uccisione di Agamennone?

Uno del pubblico si alza, si allontana dal proprio posto, attraversa il corridoio centrale sino a giungere ai piedi del palco. Vi si appoggia con il petto, distende le braccia, spalanca le mani, punta gl’indici verso Cassandra, a voce alta le chiede di voltarsi e mostrare il viso. Poi si rivolge a Clitemnestra chiedendole se davvero ucciderà Agamennone, da dove le viene la forza di mostrare quella serenità, se dietro quel sorriso si nasconde un inganno.

O forse il regista ha deciso che Agamennone non venga ucciso? E perché tace Cassandra? Ha dimenticato la battuta? E il suggeritore dentro la buca si è addormentato?

Qualcuno in fondo alla platea grida che nessuno spettacolo può pretendere che la tensione possa durare in eterno né permettersi di lasciare che il pubblico attenda per troppo tempo le risposte.

Si giunga al nocciolo, si uccida Agamennone, si uccida Cassandra e finalmente libero da ogni suo timore, Egisto esca da dietro le quinte. Faccia vedere che il suo amore è sincero. Ci faccia sognare, aggiunge un’anziana signora seduta al mio fianco, con gli occhi che luccicano di vani desideri.

Clitemnestra si alza in piedi, smette di sorridere e rivolta al pubblico giura d’aver già ucciso Agamennone e che adesso toccherà alla straniera.

Dal fondo della platea si ode un grido. Il pubblico si gira, vede Agamennone cadere nella rete della sua sposa. Il delitto viene replicato con freddezza dallo specchio su cui schizzano grosse gocce di sangue.

Tutti gli spettatori chiedono a gran voce, pugni alzati, che sia subito uccisa anche Cassandra e che entrambi siano appesi perché tutti possano vedere i loro volti, riconoscerli domani tra la folla.

Dal vuoto dello specchio, una voce di donna:

Credevi di sorprendermi quando hai teso l’agguato ad Agamennone, credevi che non sapessi che nascondevi tra le pieghe del tuo cuore il coltello con cui mi ucciderai?

Lo sapevo fin da quando Apollo mi ha condannata a questa preveggenza, fin da quando Agamennone mi ha costretta a diventare la sua amante.

Quando sulla nave che ci portava qui sono entrata tra le sue braccia, stretta in una relazione carnale tra vincitore e vinta, mi ha narrato di te, di come con gli anni ti sei trasformata, hai perso ogni grazia. Sapeva che al rientro non avrebbe potuto più desiderarti, che saresti stata per lui come un tramonto di cui si percepisce nelle ossa il freddo della notte.

Tra le sue braccia ho sentito il fiotto del sangue sgorgare dalle sue vene, scendere sino al mio ventre, macchiare le mie cosce di vergine, e ho sentito il tuo fiato di fuoco sul mio collo come una madre che odia la figlia preda del delirio del sesso.

Non ero io la preda ma il tuo Agamennone, preda cieca delle proprie voglie, del desiderio di potere, del suo sentirsi irresistibile e invincibile.

Anche io, condannata alla veggenza, conosco molto meglio di te, tutti i terribili delitti di cui si è macchiato, delle uccisioni, delle sue vittime, come se io fossi una di loro, delle tue umiliazioni subite, della sua violenza contro una vergine.

Tu mi ritieni una barbara, temi che io sia una che vuole sottrarti il potere. Come sei cieca! Non sai che anche tu sarai presto vittima di quelle stesse paure che credi di allontanare uccidendomi.

Tace per un attimo. Si volge verso il pubblico come una cieca nelle tenebre della notte e con voce stentorea dice: E tutti voi che volete la mia morte, siete già vittime delle vostre paure.

Il silenzio si è fatto come un fumo azzurrognolo che stagna su ogni più piccola fonte di luce. Tutto diventa incerto in questa nebbiolina che confonde i contorni.

Gli spettatori alzano gli occhi verso il palco. Clitemnestra si muove lentamente, i suoi passi sono pesanti, è confusa. Va alla spalle di Cassandra e le vibra numerosi colpi di pugnale alla schiena.

Cassandra cade alzando il volto verso la sua assassina. Un fascio di luce la colpisce in viso. Le sue guance sono rigate di lacrime. Le sue mani si tendono verso Clitemnestra.

Un sibilo risuona per tutto il teatro acuto e penetrante come quello di un’aquila ferita in alto tra i monti. È Cassandra o Clitemnestra che grida? Sembra piuttosto l’urlo lanciato dalle vittime amplificato all’infinito dallo specchio in fondo alla platea.

Tutto il pubblico si alza in piedi sgomento, volta per un attimo le spalle alla scena. L’uomo che prima si era appoggiato al palcoscenico con il petto si ritrae inorridito. Anche lui guarda verso il fondo della sala.

Quello che il regista avrebbe voluto scongiurare a tutti i costi, è accaduto. Quell’attimo di distrazione ha permesso a Cassandra di fuggire.

No – mormora tra sé lo scenografo – Non è fuggita. Si è cambiata di abito, ne ha indossato uno elegante, ha scostato i capelli incollati alla bocca sanguinante, li ha legati dietro la nuca. Non è più la straniera. È Ifigenia, che tutti vediamo sacrificata sull’altare in fondo a quella parete.

Adesso Clitemnestra inorridita si china sulla vittima, stringe tra le braccia il suo corpo senza vita, le afferra il capo tra le mani, le carezza le guance. La bacia sulla fronte piangendo. La chiama figlia.

Il pubblico con le lacrime agli occhi si alza in piedi e applaude. A chi?

Edgar Allan Poe – Il cuore rivelatore

REGISTRAZIONE DEL 27 DICEMBRE 2015

Lettura di Luigi Maria Corsanico
Personaggi: il narratore, il vecchio.

Il cuore rivelatore” (The Tell-Tale Heart) è un breve racconto di Edgar Allan Poe, che fu per la prima volta pubblicato in The Pioneer di James Russell Lowell nel gennaio 1843; Poe lo ripubblicò nel suo periodico The Broadway Journal il 23 agosto 1845.
[E.A. Poe, Il cuore rivelatore, traduzione di Maria Gallone, in “Racconti del terrore”, Morano Editore, 1990]

Illustrazione di Harry Clarke per “Tales of Mystery and Imagination”, del 1919


Music in CC 3.0 by Incompetech.com

Serena notte! …😨…