MARCELLO COMITINI – SULL’ERBA

MARCELLO COMITINI – SULL’ERBA

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Salvador Dalí, Reminiscenze archeologiche dell’Angelus di Millet, 1933 – 1935 / St. Petersburg, The Salvador Dali Museum

Jocy de Oliveira – Solaris (1988)
Instrumentation oboe and tape
Ricardo Rodrigues – oboe

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Disteso sull’erba dove il sole è più caldo
penso che un giorno nutrirò la terra
e l’erba crescerà più verde.
Penso che la morte improvvisa
è la giovane donna
che inattesa mi viene alle spalle
sorridendo mi copre gli occhi
con i boccioli freschi delle sue dita
mi posa un bacio sulle labbra
e mi conduce per mano
in un angolo appartato dove
tra pioppi e cipressi
i raggi d’oro al tramonto confortano
due corpi nudi.
Nuda mi donerà quel che la vita
col suo pudore non mi ha mai donato.
Come nessuna donna
succhierà dalla mia bocca
tutta la linfa dei miei sensi.
E quel profondo brivido
che scenderà dalle labbra lungo il corpo
dissolverà in una misteriosa luce
tutte le immagini vane.
Tra le sue braccia
inizierò il lungo viaggio
nel buio d’eterne gallerie
ricorderò quante volte ho atteso
in stazioni deserte quel treno
da cui sarebbe scesa
come se avesse le ali per corrermi incontro
e annullare gli eterni minuti dell’orologio
che segna soltanto le partenze e gli addii.
Abbracciati sul prato le sue carezze
come un vellutato mantello di pace
scioglieranno dal mio corpo
grumi di gioie illusorie
i desideri vani e feroci i dolori terribili
e dall’animo ogni tormento.
Sarò il bambino
che dorme felice sul prato.

marcellocomitini©sullerba.17.12.2022

Marcello Comitini – Lettera a…

Marcello Comitini – Lettera a… © 06/01/2021

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Particolare da: Uomo che scrive una lettera (1660)
Jacob Levecq

MEDITATION – Paul HINDEMITH
Viola – Flora VAN LEEUWEN
Piano – Marc VAN MOERKERCKE

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Lettera a …

Da anni ti attendo in silenzio. Tu vieni
quando vorrai. So che verrai. Sei
la terra su cui poggio i piedi
il ramo da cui guardo il mondo.
Ma il giorno in cui mi sarai accanto
come una madre raramente amata
con l’agonia del figlio tra le braccia
non riuscirò a vederti. Ti sentirò soltanto.
A bocca spalancata e muta ti dirò eccomi.
Basta il movimento delle labbra. Le parole
non servono. Sorda ad ogni voce
umana o non umana
sollecita soltanto ai sospiri dell’anima.
I tuoi occhi volti all’indietro
nel non luogo della notte
mi riconoscono. Mi chiamerai per nome?
Quando verrai sarà un giorno tranquillo
simile a quello che mi ha visto nascere.
Nelle luci soffuse il parlare sottovoce
di uno sparuto coro accoglierà il tuo arrivo.
Un sommesso lamento qualche lacrima lenta.
Mi sarà data in dono
come Orfeo a Euridice
una rosa da custodire tra le mie mani sul petto.
E tu in piedi davanti al mio corpo
disteso sulla terra bianca delle lenzuola
somiglierai al mio sogno di donna
che mai mi ha stretto tra le sue braccia.
Quando verrai il tuo sorriso sarà l’invito
a rifugiarmi tra le tue. Sono fredde
ma mi faranno fremere perché è da tempo
che attendo di ricongiungermi
al buio caldo e umido del tuo corpo.
Vieni quando vorrai.
Sarai la serenità che ho atteso per aprire le ali.

Marcello Comitini – Lettera a… © 06/01/2021

Charles Baudelaire – I fiori del male / La morte

Charles Baudelaire
I fiori del male

1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini
© 2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Richard Wagner – “Tristan und Isolde”, Prelude


Dipinti di Caspar David Friedrich
(1774 – 1840)

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XCVIII
LA MORTE DEGLI AMANTI

Abbiamo letti pieni di profumi leggeri,
divani profondi come le tombe,
e sugli scaffali i fiori più strani
schiusi per noi sotto bellissimi cieli.

Consumando al massimo il loro calore
Due fiaccole saranno i nostri due cuori
Che rifletteranno le loro doppie luci
Negli specchi gemelli dei nostri due spiriti.

In una sera rosa e di mistico blu
Ci scambieremo un unico bagliore
Come un lungo singhiozzo carico di addii.

E subito un Angelo dischiudendo le porte
Verrà a rianimare, fedele e gioioso,
gli specchi offuscati e le fiamme morte.

~~~~~~

XCIX
LA MORTE DEI POVERI

È la Morte che consola e la Morte che fa vivere.
È scopo della vita ed è la sola speranza
Che, divino elisir, c’inebria e ci pervade
E ci dona la forza d’arrivare sino a sera.

Attraverso la tempesta e la neve e il gelo
è il chiaro che vibra all’orizzonte nero,
è l’albergo famoso annotato sul libro
dov’è possibile sfamarsi, e dormire e sedersi.

C’è un Angelo che tiene tra le dita magnetiche
il sogno e il dono di estatici sogni
e apparecchia il letto dei poveri e nudi.

È la gloria di Dio, è il granaio mistico,
è la borsa del povero e la sua patria antica,
è il portico aperto su Cieli sconosciuti.

~~~~~~

C
LA MORTE DEGLI ARTISTI

Quante volte dovrò scuotere il mio sonaglio
E baciare la tua fronte bassa, triste caricatura?
Per cogliere nel segno di mistica natura
Quante frecce perdere, o mia faretra?

Affaticheremo la nostra anima in sottili complotti
e spesso demoliremo la pesante armatura
prima di contemplare la grande Creatura
che colma di singhiozzi il desiderio infernale!

Coloro che non hanno mai conosciuto il loro Idolo,
scultori dannati e marchiati d’infamia
che vanno martellandosi il petto e la fronte

non hanno altra speranza, Campidoglio triste e strano!
Che la Morte planando come un nuovo Sole,
faccia sbocciare i fiori del loro cervello!

© 2016

MARCELLO COMITINI – DICEMBRE/DÉCEMBRE/DICIEMBRE

DICEMBRE / DÉCEMBRE / DICIEMBRE
Poema e traduzioni di Marcello Comitini
marcellocomitini©dicembre.05.12.2022

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dipinto di Lorenzo Bonechi
(Figline Valdarno, 12 aprile 1955 –23 novembre 1994)

Richard Strauss
Morgen!, op. 27 no. 4
Arr.
Vista Trio
Franklyn D’Antonio, violin
Andrew Cook, cello
Shari Raynor, piano

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Dicembre

Parole germogliate dalle nostre labbra
dalla felicità dei nostri volti
dalle nostre mani nelle notti d’amore
hanno adesso il colore mesto
delle foglie autunnali.
Sul tronco dell’albero spoglio
il tuo nome e il mio
incisi con la tenera lama della primavera
sono due piccole macchie
due cicatrici livide sulla corteccia.

Décembre

Les mots germés de nos lèvres
de le bonheur de nos visages
de nos mains dans les nuits d’amour
ont maintenant la triste couleur
de feuilles d’automne.
Sur le tronc de l’arbre nu
ton nom et le mien
gravés de la lame tendre du printemps
sont deux petites taches
deux cicatrices livides sur l’écorce.

Diciembre

Las palabras brotaron de nuestros labios
de la felicidad de nuestros rostros
de nuestras manos en las noches de amor
ahora tienen el color triste
de hojas de otoño.
En el tronco del árbol desnudo
tu nombre y el mio
grabados con la tierna hoja de la primavera
son dos pequeños puntos
dos cicatrices lívidas en la corteza.

Marcello Comitini – Fame d’infinito

MARCELLO COMITINI – FAME D’INFINITO

marcellocomitini©famed’infinito05.11.2022

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Max Richter – From The Art of Mirrors

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Chiudere gli occhi e pensare
nel buio della mente
nel frastuono del cuore.
Lasciare che la memoria sfogli il passato
senza sapere quali immagini cercare
tra le pagine non ancora strappate
per paura o vergogna a volte sbiadite
a volte rigate di lacrime
spesso macchiate così tanto di vino
d’apparire più nere di una notte invernale.
Forse cercare ai piedi di alberi
spogliati dal tempo
le orme dei compagni smarriti
nei labirinti dei miei sentieri
vagando da una città all’altra
per sfuggire a quel vago sentore di morte
nell’abito a fiori
bianchi e neri di mia madre
nel suo corpo dolente nel suo sguardo
trafitto dalla cecità di un coltello.
O ritrovare nei viali alberati
della città immaginata a me straniera
il calore di quella ragazza
e sotto il suo cappotto rosso l’incanto
di un corpo giovane
nei suoi occhi passione e l’innocente paura
che danno vita al sogno della bellezza
che ride ancora di me e mi perseguita.
O ritrovare sulle labbra
la fontana dell’affetto di moglie e figli
nel giardino in cui sbocciano
i rari fiori dell’intimità.
Nel buio della mente preda del vino
che scorre nelle mie vene si fa strada il pensiero
che il sangue e la carne spingono
ogni giorno il mio corpo a cercare un corpo
che non abbia carne né sangue
ma una bellezza così vasta e profonda
da saziare la mia anima d’infinito.
Oh, non quel Cristo che pende
nudo dalla croce senza staccare
le mani dai neri chiodi
che ho amato e pianto nella mia adolescenza
come d’innanzi a un tramonto
che lentamente è svanito lontano nella nebbia
e ha lasciato il rimpianto
e un disperato bisogno di giustizia e d’amore.
Né il ricordo di colei che mi viene incontro
che nelle sue poesie mi dice
liebst du mich? e io non la capisco
che mi sorride ma non la vedo
sento soltanto un’ala che mi sfiora
come di una rondine in cerca del nido.
Ma alla mia mente appare l’immagine
luminosa di un’altra giovane donna.
Mi carezza
con la sua ala di aquila ferita
con la voce di un angelo
mi dice je t’aime
con il corpo affamato d’amore e l’anima
che nascosta sanguina.
È quel fiore chiamato rosa
e il suo strano colore rosso
dona al grigio del mio tramonto
l’inattesa sensazione di un’alba che nasce.
Perché risvegliarmi dal mio passato ?
Dovrò cancellare i ricordi
in nome di ciò che non si nomina
che stenderà sui miei occhi
il velo oscuro della sua presenza?
Non dovrò più pensare a quel Cristo
alla sua e mia
sete di giustizia
chiudere gli occhi a ogni grido che sento?
Non senza amarezza penso
che è stato già molto amare
ed essere amato
convertire le parole in musica
diffondere nell’aria il profumo
di due corpi che si desiderano
la purezza della fontana inesauribile
i fiori rari del mio giardino
l’orrore per la violenza e l’egoismo.
Quando scenderà sui miei occhi il velo
a sfocare l’ultima immagine della mia vita
non mi rimarrà
che poggiare la fronte sulla mano destra
piegare la schiena in avanti
e guardare la sola immagine
in cui la lama del tempo piomba
a separare spirito e corpo.Chiudere gli occhi e pensare
nel buio della mente
nel frastuono del cuore.
Lasciare che la memoria sfogli il passato
senza sapere quali immagini cercare
tra le pagine non ancora strappate
per paura o vergogna a volte sbiadite
a volte rigate di lacrime
spesso macchiate così tanto di vino
d’apparire più nere di una notte invernale.
Forse cercare ai piedi di alberi
spogliati dal tempo
le orme dei compagni smarriti
nei labirinti dei miei sentieri
vagando da una città all’altra
per sfuggire a quel vago sentore di morte
nell’abito a fiori
bianchi e neri di mia madre
nel suo corpo dolente nel suo sguardo
trafitto dalla cecità di un coltello.
O ritrovare nei viali alberati
della città immaginata a me straniera
il calore di quella ragazza
e sotto il suo cappotto rosso l’incanto
di un corpo giovane
nei suoi occhi passione e l’innocente paura
che danno vita al sogno della bellezza
che ride ancora di me e mi perseguita.
O ritrovare sulle labbra
la fontana dell’affetto di moglie e figli
nel giardino in cui sbocciano
i rari fiori dell’intimità.
Nel buio della mente preda del vino
che scorre nelle mie vene si fa strada il pensiero
che il sangue e la carne spingono
ogni giorno il mio corpo a cercare un corpo
che non abbia carne né sangue
ma una bellezza così vasta e profonda
da saziare la mia anima d’infinito.
Oh, non quel Cristo che pende
nudo dalla croce senza staccare
le mani dai neri chiodi
che ho amato e pianto nella mia adolescenza
come d’innanzi a un tramonto
che lentamente è svanito lontano nella nebbia
e ha lasciato il rimpianto
e un disperato bisogno di giustizia e d’amore.
Né il ricordo di colei che mi viene incontro
che nelle sue poesie mi dice
liebst du mich? e io non la capisco
che mi sorride ma non la vedo
sento soltanto un’ala che mi sfiora
come di una rondine in cerca del nido.
Ma alla mia mente appare l’immagine
luminosa di un’altra giovane donna.
Mi carezza
con la sua ala di aquila ferita
con la voce di un angelo
mi dice je t’aime
con il corpo affamato d’amore e l’anima
che nascosta sanguina.
È quel fiore chiamato rosa
e il suo strano colore rosso
dona al grigio del mio tramonto
l’inattesa sensazione di un’alba che nasce.
Perché risvegliarmi dal mio passato ?
Dovrò cancellare i ricordi
in nome di ciò che non si nomina
che stenderà sui miei occhi
il velo oscuro della sua presenza?
Non dovrò più pensare a quel Cristo
alla sua e mia
sete di giustizia
chiudere gli occhi a ogni grido che sento?
Non senza amarezza penso
che è stato già molto amare
ed essere amato
convertire le parole in musica
diffondere nell’aria il profumo
di due corpi che si desiderano
la purezza della fontana inesauribile
i fiori rari del mio giardino
l’orrore per la violenza e l’egoismo.
Quando scenderà sui miei occhi il velo
a sfocare l’ultima immagine della mia vita
non mi rimarrà
che poggiare la fronte sulla mano destra
piegare la schiena in avanti
e guardare la sola immagine
in cui la lama del tempo piomba
a separare spirito e corpo.

marcellocomitini©famed’infinito05.11.2022

Charles Baudelaire – Sono pieno di ricordi…

Charles Baudelaire
I fiori del male

1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini

© 2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Richard Wagner
Wesendonck Lieder, Träume
Jill Valentine, viola
Madeline Slettedahl, piano

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I FIORI DEL MALE
SPLEEN E IDEALE
LX Spleen
(Sono pieno di ricordi come avessi mille anni)

Sono pieno di ricordi come avessi mille anni.
Un mobile enorme con cassetti colmi di versi,
bilanci, processi, romanze, dolci biglietti
con spesse ciocche di capelli avvolte nelle quietanze,
nasconde meno segreti del mio triste cervello.
È una piramide, un immenso sepolcro nascosto
che contiene più morti di una fossa comune.
Io sono un cimitero che la luna rifugge,
dove lunghi versi, strisciando come rimorsi,
si accaniscono sempre sui miei morti più cari.
Sono una vecchia stanza piena di rose appassite
dove giacciono in gran disordine modelli superati,
dove pastelli lacrimosi e pallidi Boucher
aspirano il profumo vecchio di un flacone aperto.
Nulla eguaglia in lunghezza queste giornate assurde
quando sotto i fiocchi pesanti di nevose annate
la noia, frutto della piatta apatia,
assume le dimensioni di un essere immortale.
— Ormai tu non sei, o materia vivente,
che una roccia circondata da spaventose onde,
una roccia assopita in fondo a un Sahara brumoso,
una vecchia sfinge ignorata da un mondo senza pensieri,
dimenticata dagli atlanti, e dall’umore scontroso
che canta solamente ai raggi del tramonto.

MARCELLO COMITINI – Ritorno: un romanzo senza trama

Registrato e pubblicato il 21 marzo 2019

MARCELLO COMITINI
Ritorno: un romanzo senza trama © 2019

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Levon Minassian & Armand Amar – Ar Intch Lav Er

Immagine: Giacinto Platania, Etna – Eruzione del 1669, affresco del 1675

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Questo romanzo che sto leggendo è un mistero. Lo penso
sfogliando le pagine mentre passeggio
lungo la riva aspra e scoscesa
del lago del Salto senza alzare gli occhi. Non ha personaggi
e neppure una trama.
Alle mie spalle
un bosco denso di querce di faggi e castagni. Ai miei piedi
il lago ricorda che un uomo ha fermato il corso dell’acqua
con una barra di fuoco e cemento.
Nel silenzio degli alberi l’acqua ha creato
uno scenario ancora più bello. Un vento
leggero accompagna la mia lettura
come fossi sotto la lampada che oscilla sulla porta di casa.
Un romanzo
di albe e tramonti
di panorami da respirare fin dove si spinge lo sguardo
oltre le cime azzurre delle montagne, lungo le rive
di mari lucidi e turchesi.
Inizia così il mio ritorno in Sicilia,
al giardino di casa dove mio padre, con in testa il berretto
che portavano i contadini sulla soglia dei loro tuguri,
sedeva all’ombra secolare di un tiglio argentato,
circondato da vecchi Cavalieri Erranti.
Seduto
sulla tredicesima sedia della tavola rotonda,
narrava storie d’amore tra rumorose risate
e bagliori di spade e alabarde. Nei suoi occhi
erano ombre
con la parvenza di uomini vivi con i volti segnati
dagli elmi e le tuniche bianche
macchiate all’altezza del petto con croci di sangue.
Anche mio padre era un’ombra che si aggirava
per casa e in giardino
strappava qualche erba selvatica, seguiva le gesta dei grandi
persecutori, poneva domande
a cui nessuno sapeva rispondere.
Mio padre chiedeva alle ombre quanti anni mancassero
perché cessasse la guerra prima che il genere umano
finisse per essere estinto. Ma forse
non erano neppure domande.
Passeggiando mi chiedo
se nel romanzo troverò il ritorno di mia madre che mi abbraccia
e mi addita gli orizzonti che ho mancato nella mia vita
e sulla spiaggia dei miei pensieri solitari, la ballerina bianca
che si è fermata ad amarmi. Non ha paura
dell’uomo. L’uomo non esiste
tra le pagine di questo romanzo. C’è solo il ritorno alla mia finestra
spalancata a guardare da casa
il vulcano e i giganti
con un solo occhio di fuoco in mezzo alla fronte.
Dalle soglie delle loro caverne
ogni giorno scrutano fra le onde i neri e pesanti
brandelli di cuore scagliati nel mare. Nessuno risponde.
Il vulcano ammantato di neve innalza grigi sospiri di fumo
e allarga le braccia forti e rosse sulla tenera carne
delle campagne intorno, per coglierne i frutti
come soli al tramonto tra le cortine verdi degli alberi.

Leggo con estrema lentezza,
gusto il sapore
di ogni parola, di ogni riga, di ogni periodo,
di ogni pausa nei ritorni a capo, per sentire sino in fondo alla carne
l’attesa del momento in cui sarò certo di come andrà a finire.
Mi occorrerà del tempo e tanta volontà per resistere
alla fatica di tenere in mano le numerosissime
pagine di questo volume
pesante e unico. Faccio fatica a sfogliarlo. Passo
leggermente le dita da una pagina all’altra.
So che le pagine possono girarsi da sole
anche se dormo col capo ripiegato sul petto
e giungeranno alla fine di questo romanzo
senza spezzare i miei sogni.

MARCELLO COMITINI
Ritorno: un romanzo senza trama © 2019

MARCELLO COMITINI – RUA GARRETT

Rua Garrett ©2020
di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos, Prelude No. 5
Nicholas Petrou

immagini dal web di proprietà degli Autori

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Rua Garrett © Marcello Comitini

Seduto da solo al tavolino del bar
senza ambizioni né desideri
triste e quieto penso
alle sale d’attesa piene di sogni altrui
e le ricopio in versi sul foglio del mio pensiero.
Nelle lunghe giornate di sole seguo
il vostro passarmi accanto
come vigili mummie dai visi riarsi,
le ragazze con le labbra assetate d’amore
che ridono eternamente giovani
e i bambini vocianti che mangiano un gelato alla fragola.
Ma in fondo alla strada
è il vento lieve come una farfalla
che mi porta il profumo della natura
e un interminabile tramonto
nel susseguirsi delle stagioni.
In compagnia del silenzio sento
il lento scrosciare della pioggia sul selciato
e nella notte sotto lo sguardo muto dei lampioni
il sonno delle vetrine sbarrate dalle serrande
mi ricorda come sono stati i miei anni.
Nulla intorno mi distrae dal pensare
alle speranze ingannatrici del mio passato
ai sogni inutili di un futuro immaginato.
Il vecchio Ribeiro che mi sta di fronte
sul suo alto monumento di marmo
si compiace delle sue trovate argute
e si congeda con un sorriso ironico.
Quando il sole brilla pesante nell’azzurro
qualcuno sorridendo mi siede accanto
finge di conversare con me e mi chiede
come mai le mie parole ardono ancora
tra incanto e cupa contemplazione.
Con il braccio poggiato sul tavolino taccio
come una cosa dimenticata
che vede in sé stessa
la disperazione del nulla.
Prima di allontanarsi mi stringe la mano
sospesa tra il cuore e la mente come un airone
che porta via i sentimenti
verso un cielo dove si mescolano
illusioni e dolore.
Non posso guardarvi negli occhi
e se potessi vi guarderei senza vedervi.
E se vi vedessi quanto lontano
sarei dai vostri pensieri!
Nel bronzo che m’imbalsama il corpo
nell’immobile parvenza di vita
il mio cuore paziente
come il ragazzo che spesso ho rimpianto
palpita ancora per vendicarsi
d’averlo negato con la stessa passione
con cui si nega Dio.
Mi levo l’ampio cappello augurandovi
buon sole e la pioggia se necessaria.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine / Frammento

Introduzione all’ascolto di Marcello Comitini.

M’immagino Pessoa che scrive con la pipa tra le labbra nella sua confortevole stanza, e mentre scrive pensa che tutto ciò che gli sta intorno non esiste. Ma è lui che lo cancella e nel cancellarlo si fa il dono del vuoto, che gli permette di vedersi nudo e indifeso e spesso offeso dalla realtà da cui si sente aggredito.
Non è la realtà che lo aggredisce ma quella condizione, spesso maledetta, che condanna tutti i poeti a vedere, con occhi esasperati dalla propria sensibilità, ogni cosa incastonata nella propria transitorietà, destinata a finire, e che nulla di ciò che li circonda è puro, di quella purezza che solo un animo sensibile desidera al di là di ogni possibile realtà.
Quando poi l’idea di Dio e della sua eternità immutabile, diventano per il poeta la chiave che spalanca la porta del sognare e del piangere, allora l’uomo-poeta si accorge del proprio bisogno più intimo di sentirsi orfano per poter accrescere il sogno di essere amato. Ma anche per ipotizzare un universo talmente immenso da contenere indistintamente tutti i propri sogni e i propri incubi, e per l’eternità smarrirvisi.
Questo prendere coscienza della propria contraddittorietà, crea una frattura – come la sente Pessoa – tra l’uomo che ogni giorno gioca con i suoi gingilli (tecnologici, hobbistici, idealistici, artistici o semplicemente affettivi – nell’ottica in cui li percepisce il poeta) e l’uomo che si accorge, anche solo per un attimo, del proprio trastullarsi, mentre è in realtà alla ricerca dell’amore e dell’essenza della vita.
Ma questo amore e questa essenza si potranno mai raggiungere?
Allora Dio, lui che avrebbe il potere di consolare permettendo il soddisfacimento dell’anelito umano, ha lo stesso potere del vento che, malinconicamente si dissolve come si dissolvono tutte le aspirazioni a cui tende l’uomo.

Fernando Pessoa – Dov’è Dio, anche se non esiste?
Onde está Deus, mesmo que não exista?

Fernando Pessoa
IL SECONDO LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Titolo dell’opera originale
LIVRO DO DESASSOSSEGO, COMPOSTO POR BERNARDO SOARES, AJUDANTE DE GUARDA-LIVROS NA CIDADE DE LISBOA
A cura di Roberto Francavilla
Con una nota di Richard Zenith dall’edizione portoghese
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Nancy Dalberg, String Quartet No. 1 in D Minor: III. Adagio
Nordic String Quartet

~~~~~~~~~

Dov’è Dio, anche se non esiste? Voglio pregare e piangere, pentirmi di crimini che non ho commesso, godere del perdono di una carezza non propriamente materna.
Un grembo su cui piangere, ma un grembo enorme, informe, spazioso come una notte d’estate e al contempo vicino, caldo, femminile, accanto a un focolare qualsiasi… Potervi piangere cose impensabili, fallimenti che non so neanche quali sono, tenerezze di cose inesistenti e brividi per grandi dubbi su chissà quale futuro…
Una nuova infanzia, ancora una vecchia nutrice e un piccolo letto dove alla fine addormentarsi, fra racconti che cullano, uditi appena, con l’attenzione che affievolisce, pericoli che si insinuavano fra giovani capelli biondi come il grano…
E tutto ciò grandissimo, molto eterno, per sempre definitivo, della statura unica di Dio, là nella triste e sonnolenta realtà ultima delle Cose…
Un grembo o una culla o un braccio caldo attorno al collo… Una voce che canta piano e sembra farmi piangere… Il crepitio della fiamma del focolare… Un caldo d’inverno… Un tiepido smarrimento della mia coscienza… E poi senza suono, un sogno calmo in uno spazio enorme, come la luna che ruota fra le stelle…
Quando metto da parte i miei artifici e metto in ordine in un angolo, con un’attenzione piena di affetto – con la voglia di dare loro dei baci –, i miei giocattoli, le parole, le immagini, le frasi –, divento così piccolo e inoffensivo, così solo in una stanza così grande, e così triste, così profondamente triste!…
Insomma, chi sono, quando non gioco? Un povero orfano abbandonato in Via delle Sensazioni, che batte i denti dal freddo all’angolo della Realtà, costretto a dormire sui gradini della Tristezza e a mangiare il pane offerto dalla Fantasia. Di mio padre so il nome; mi hanno detto che si chiamava Dio, ma il nome non mi dice niente. A volte, di notte, quando mi sento solo, lo chiamo e piango, e me ne faccio un’idea da poter amare… Ma poi penso che non lo conosco, che forse lui non è così, che forse non sarà mai quello il padre della mia anima…
Quando avrà fine tutto ciò, queste strade dove trascino la mia miseria, e questi gradini dove contengo il freddo e sento le mani della notte penetrarmi fra gli stracci? Se un giorno Dio venisse a prendermi e mi portasse a casa sua e mi desse calore e affetto… A volte ci penso e piango per la gioia di pensare che posso pensarlo… Ma il vento soffia per le strade e le foglie cadono sul marciapiede… Alzo gli occhi e vedo le stelle che non hanno nessun senso… E di tutto ciò resto soltanto io, un povero bambino abbandonato che nessun Amore ha voluto come figlio adottivo, nessuna Amicizia come suo compagno di giochi.
Ho troppo freddo. Sono così stanco nel mio abbandono. Va’ a prendere, o Vento, mia Madre. Portami di Notte alla casa che non ho mai conosciuto… Restituiscimi, o Silenzio immenso, la mia nutrice e la mia culla e la canzone che mi faceva addormentare…

~~~~~~

Onde está Deus, mesmo que não exista? Quero rezar e chorar, arrepender-me de crimes que não cometi, gozar ser perdoado como uma carícia não propriamente materna.
Um regaço para chorar, mas um regaço enorme, sem forma, espaçoso como uma noite de Verão, e contudo próximo, quente, feminino, ao pé de uma lareira qualquer… Poder ali chorar coisas impensáveis, falências que nem sei quais são, ternuras de coisas inexistentes, e grandes dúvidas arrepiadas de não sei que futuro…
Uma infância nova, uma ama velha outra vez, e um leito pequeno onde acabe por dormir, entre contos que embalam, mal ouvidos, com uma atenção que se torna morna, os perigos que penetravam em jovens cabelos louros como o trigo… E tudo isto muito grande, muito eterno, definitivo para sempre, da estatura única de Deus, lá no fundo triste e sonolento da realidade última das coisas…
Um colo ou um berço ou um braço quente em torno ao meu pescoço… Uma voz que canta baixo e parece querer fazer-me chorar… O ruído de lume na lareira… Um calor no Inverno… Um extravio morno da minha consciência… E depois sem som, um sonho calmo num espaço enorme, como a lua rodando entre estrelas…
Quando ponho de parte os meus artifícios e arrumo a um canto, com um cuidado cheio de carinho — com vontade de lhes dar beijos — os meus brinquedos, as palavras, as imagens, as frases — fico tão pequeno e inofensivo, tão só num quarto tão grande e tão triste, tão profundamente triste! …
Afinal eu quem sou, quando não brinco? Um pobre órfão abandonado nas ruas das sensações, tiritando de frio às esquinas da Realidade, tendo que dormir nos degraus da Tristeza e comer o pão dado da Fantasia. De um pai sei o nome; disseram -me que se chamava Deus, mas o nome não me dá ideia de nada. Às vezes, na noite, quando me sinto só, chamo por ele e choro, e faço-me uma ideia dele a quem possa amar… Mas depois penso que o não conheço, que talvez ele não seja assim, que talvez não seja nunca esse o pai da minha alma…
Quando acabará isto tudo, estas ruas onde arrasto a minha miséria, e estes degraus onde encolho o meu frio e sinto as mãos da noite por entre os meus farrapos? Se um dia Deus me viesse buscar e me levasse para sua casa e me desse calor e afeição… Às vezes penso isto e choro com alegria a pensar que o posso pensar… Mas o vento arrasta-se pela rua fora e as folhas caem no passeio… Ergo os olhos e vejo as estrelas que não têm sentido nenhum… E de tudo isto fico apenas eu, uma pobre criança abandonada, que nenhum Amor quis para seu filho adoptivo, nem nenhuma Amizade para seu companheiro de brinquedos.
Tenho frio de mais. Estou tão cansado no meu abandono. Vai buscar, O Vento, a minha Mãe. Leva-me na Noite para a casa que não conheci… Torna a dar-me ó Silêncio imenso, a minha ama e o meu berço e a minha canção com que dormia…

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.II. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. (289)

MARCELLO COMITINI – L’ALTROVE DELLA LUNA

Marcello Comitini
L’altrove della luna
©2019

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie, Caresse
Piano, Bojan Gorisek

immagini dal web

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Lievemente sfumata dalla cecità del sole,
tu figura lontana come l’alba
mi vieni incontro con la luce soave del tuo corpo
nell’opaco specchio del tempo
non ancora consumato dalla mia memoria.
Vicino a me il tuo viso appare
nei vetri oscuri della stanza spoglia
dove attendo la tua veste con il fruscio del volo
e il biancore inargentato della luna
ora che la notte è scesa
sulla città e le case accendono
rade finestre – la mia è rimasta buia.
Tra i riverberi miti dei sorrisi
e il rosso delle labbra che spezza il mio silenzio
chiedi l’amore di uno sguardo, una carezza in sogno.
Ma so che sei altrove e il cuore batte stanco
e di pietà per la mia pena.
Ora che sei davvero più lontana
della nuvola perduta nell’azzurro del suo cielo
e la sospinge il vento, la dilania col suo aspro soffio
in figure astratte che mai avremmo immaginato,
tu mi sei vicina
perché così è la storia di due anime che non sanno
come incontrarsi quando nella notte
incerta ed ingannevole la luna guarda altrove.

Marcello Comitini
L’altrove della luna ©2019