Marcello Comitini – La memoria

Marcello Comitini
La memoria © 3 aprile 2021
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Maurits Cornelis Escher
“Mano con sfera riflettente” (1935)

JS. Bach, Prelude No.8 in E flat minor BWV 853.
Leopold Stokowski / Czech Philharmonic Orchestra

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Come se la mia memoria avesse l’occhio
enorme e folle di un ciclope
mi passano dinnanzi ombre dritte e mute
che sopravvivono come alberi
che hanno lasciato cadere le foglie
e ora tendono verso l’alto
le braccia magre e grinzose.
Sotto un cielo di cenere si allontanano
assieme al paesaggio che fugge all’indietro
nel riquadro del finestrino all’uomo affacciato
dal treno dei miei anni. Vedo
le ombre in lunghi filari. Rimangono e passano
come lento gregge al pascolo
nel grigio soffio dell’aria.
Una si trasforma in rosa
ormai appassita da tempo
che misteriosamente ancora
m’inebria con la sua fragranza.
Una in tenue stella nella vastità del buio
scaglia il suo raggio dritto e luminoso
nell’occhio della mia memoria.
Un’altra ha la punta dolorosa di spina conficcata
nelle ali del mio cuore.
Alcune vestono parvenze umane
nei loro abiti di cerimonia o di lutto,
nei sudari di morte o di vita.
M’inondano i sensi le loro lacrime
malinconica luce per l’occhio,
o le loro risate suono melodioso per l’orecchio.
Si sommano i giorni agli anni. Immobile sul loro correre
non mi stanco del paesaggio dietro i vetri
illuminato dal sole o appannato dal gelo.

Marcello Comitini © 3 aprile 2021 La memoria

Henry David Thoreau / Rainer Maria Rilke

Henry David Thoreau (1817-1862)
da: ASCOLTARE GLI ALBERI / Diario, 31 ottobre 1858
Traduzione di Alba Bariffi
Garzanti

Rainer Maria Rilke (1875-1926)
da: I sonetti a Orfeo / Sonetto XIV (Scritto tra il 2 e il 5 febbraio 1922)
Traduzione di Franco Rella
FELTRINELLI

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Greensleeves
Arrangement: Matt Riley
Cello/Rachelle LaNae Smith
Violin/Erika Blanco

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Henry David Thoreau – Diario, 31 ottobre 1858

L’altro giorno, dopo aver camminato un paio d’ore per i boschi, sono arrivato alla base di un alto pioppo tremulo, che non ricordo di aver visto prima, erto in mezzo ai boschi del paese vicino, ancora fitto di foglie mutate in un giallo verdastro. È forse il più grande della sua specie che io conosca. È stato per puro caso che mi ci sono imbattuto, e se fossi stato mandato a trovarlo mi sarebbe sembrato, come si dice, di cercare un ago in un pagliaio. Mi è rimasto nascosto tutta l’estate, e probabilmente per tanti anni, ma ora, salendo in una direzione diversa sulla stessa collina da cui ho visto le querce scarlatte, e guardandomi in giro appena prima del tramonto, quando tutti gli altri alberi visibili per miglia sono rossastri o verdi, distinguo il mio nuovo amico dal suo colore giallo. Ha raggiunto la fama, finalmente, e la ricompensa per aver vissuto in tale solitudine e oscurità. È l’albero che si distingue di più in tutto il panorama, e agli occhi di tutti sarebbe il centro dell’attenzione. Così ricopre il suo ruolo nel coro.
È come se anche lui mi avesse riconosciuto, e con piacere, venendomi incontro a metà strada, e ora l’amicizia nata in modo così propizio sarà, io credo, perenne.

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Rainer Maria Rilke – Sonetto XIV

Vaghiamo in compagnia di fiori, tralci, frutti.
Essi non parlano soltanto la lingua stagionale.
Dall’oscuro sale variegata un’evidenza
che ha forse il lucore della gelosia

dei morti, che rafforzano la terra.
Che sappiamo noi qual è qui la loro parte?
Da lungo tempo è loro costumanza impastare
l’argilla col loro disponibile midollo.

Questo solo chiediamo: lo fanno di buon grado?…
Spinge con impresa d i gravati schiavi il frutto
su fino a noi pregno; a noi loro padroni?

O sono loro i padroni, dormienti presso le radici,
che ci riservano quel che è superfluo a loro,
questa cosa interstizia di muta forza e baci?

Marcello Comitini – La città del ricordo

Marcello Comitini
La città del ricordo
©20/09/2022

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Catania skyline in watercolor background
Pablo Romero / Professional photographer
CEV Madrid Art School of Huelva

Erik Satie, Gnossienne n.1
Ulrich Schröder, Praful – Solo Live in Amsterdam 2014

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È in fondo al senso della vita
la città dei ricordi e dei miei versi
distesa tra le braccia nere del vulcano
amata dal luminoso sorriso del mare
il ventre aperto per mostrarsi più bella.
Ma è una ferita che la squarcia
come un vitello appeso al chiodo da anni
infetta di sporcizia e mosche.
Il mio tenue ricordo è in quella strada
avida di negozi eleganti
un fascio di luce
che unisce il sole il mare e la neve
nella memoria immobile a guardarla
come un lungo cero acceso.
Risuona incurante delle chiacchiere
dei sorrisi perfidamente ammiccanti
delle signore eleganti appassite
dentro i loro abiti di primavere lontane
sedute ai bar a sfogliare le loro memorie
e di giovani appoggiati ai muri che guardano
le ragazze orgogliose dei loro amori
impressi sulle bocche rosse
nei lunghi capelli neri
e nella notte splendente dei loro occhi.
La città del ricordo impetuoso
appartiene a mia madre
che attraversa pudica e indignata
la rete dei vicoli viscidi lastricati d’umido
tra donne dai seni straripanti di neve
a guardarla come una santa
coi suoi gioielli in ciascuna mano.
E io curioso a scrutare le loro mammelle
riverse fuori dai nidi vuoti
che la notte ospitano lupi e sirene
odorose di sperma e sudori.
Chi mi aveva insegnato a vedere
quel vivere di giorno invisibile?
Era la voce sanguinante del mio quartiere
di fianco a quella ferita, erano gli sguardi
rochi degli uomini con le mani in tasca
e la camicia sbottonata sul petto
che offrono le loro donne al passante
e le preservano dai piaceri dell’amore.
Guardavo desideravo sognavo
con l’innocenza del giusto Giuseppe
che sfugge alle braccia della vogliosa Zuleika.
Eppure le amo ancora quelle
che bisbigliavano d’alcove
al giovane sognante gli occhi ardenti
di una ragazza acerba.
Nel ricordo più intenso appaiono strade
straripanti d’uomini in tuniche bianche
ch’esultano per gli occhi rivolti al cielo
di quell’altra ragazza acerba
dai seni dilaniati dall’amore canceroso.
Veniva di notte
e versava nella mia bocca
il latte dalle sue mammelle
miracolosamente vergini. Fontana divina
in un viale fiorito
che m’invitava a bere il suo miele
il miele per riconoscere i viali
e le fontane da cui zampilla l’amore.
Li percorrevo
in compagnia di silenziose amiche
visi languidi fontane vivaci
che nascondevano i sentimenti a occhi bassi.
I viali mi apparivano falsamente fioriti
l’amore una ferita inguaribile
e il mio dolore il dolore del mondo.
Strade viali vicoli
sono le viscere della mia memoria
intenerita dalla lontananza
dal desiderio amaro di non tornare.

Marcello Comitini – La città del ricordo ©20/09/2022

MARCELLO COMITINI- UN SASSO NERO

Marcello Comitini – Un sasso nero
dalla raccolta Il fiato del mondo, 2015 – Marcello Comitini ©
da qui: https://marcellocomitini.wordpress.com/2019/02/27/un-sasso-nero/

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Glenn Gould plays Johann Sebastian Bach’s Partita no.6 in E minor, BWV830

immagine dal web di proprietà dell’Autore

DINO CAMPANA – LA CHIMERA

REGISTRAZIONE DEL 18 SETTEMBRE 2016

Dino Campana (1885-1932)
La Chimera
Canti Orfici (1914)

Intepretazione di Luigi Maria Corsanico

Giorgio De Chirico
L’enigma dell’oracolo (1910)

Arnold Schönberg: Notturno (1896)
Orchester der CLW Wien – Dirigent: Arno Hartmann

Pagine manoscritte originali
della prima stesura del 1913

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Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la Melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Luigi Maria Corsanico legge Mario Luzi

VIDEO ANTOLOGIA:

  • Questa felicità
  • Tre poesie
  • Non andartene
  • Rughe
  • La notte, i suoi strani affollamenti
  • Di chi è mancanza…
  • Alla madre
  • Di gennaio, di notte
  • Sulla riva
  • Epifania
  • Osso
  • Natura, lei
  • Aprile – Amore
  • Quei vasi di lacrime
  • Prima di primavera, ma poco
  • Non ebbe se non raramente (Estate mia settantesima)
  • Infra-Parlata affabulatoria di un fedele all’infelcità
  • So da sempre che vieni
  • Muore ignominiosamente la repubblica
  • Natura
  • Come tu vuoi
  • Il giudice

MARCELLO COMITINI TRADUCE PESSOA

REGISTRAZIONE DEL 21 SETTEMBRE 2019

Fernando Pessoa
Poesie

Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Poesias Inéditas (1919-1930) Lisboa: Ática, 1956
Novas Poesias Inéditas. Lisboa: Ática, 1973

Dmitri Shostakovich
String Quartet No. 8 in C minor, Op. 110
1st movement (Largo)
Borodin String Quartet

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DEUS 3.6.1913

Avolte sono il dio che porto in me
E sono anche il dio, il credente e la preghiera
E il simulacro d’avorio
dove quel dio si smemora.

A volte sono solo un ateo
di quel dio che io sono quando mi esalto.
Vedo dentro me un intero cielo
ed è il puro vuoto di un cielo alto.

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22.11.1928

La speranza come un fiammifero ancora acceso,
L’ho lasciata cadere sul pavimento. Si è spenta sul pavimento illeso.
Il fallimento sociale del mio destino
L’ho riconosciuto, come un mendicante in prigione.

Ogni giorno mi trascina con qualcosa da sperare
Qualcosa che nessun giorno potrà dare.
Ogni giorno mi stanca con le sue speranze…
Ma vivere è sperare e stancarsi.

La promessa non sarà mai mantenuta
Perché nel promettere si è compiuto il destino.
Quello che si spera, se la speranza è entusiasmo,
È stato speso sperandolo, ed è già finito.

Quanta rivincita pensi contro il destino
Nemmeno i versi possono esprimerla. E il dado
Rotolato sotto il tavolo, la carta nascosta
Neppure il giocatore stanco li cerca.

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28.12.1928

La pallida luce della mattina d’inverno,
il molo e la ragione
non danno speranza, nemmeno una sola speranza,
al mio cuore.
Quel che deve essere,
sia che io lo desideri o meno.

Nel rumore del molo, nel turbinio del fiume
nella strada che si risveglia
niente più silenzio, nemmeno un nulla
per il mio sperare.
Quel che non deve essere
altrove sarà, se lo pensassi; tutto il resto è sognare.

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19 novembre 1935
Ultimo componimento poetico scritto da Fernando Pessoa undici giorni prima della morte.

Ci sono malattie peggiori delle malattie,
Ci sono dolori che non dolgono, nemmeno nell’anima,
Ma sono più dolorosi degli altri.
Ci sono angustie sognate più reali
Di quelle che la vita ci porta, ci sono sensazioni
Provate solo con l’immaginario
Che sono più nostre della nostra vita.
Ce ne sono così tante che, senza esistere,
esistono, esistono lungamente,
E lungamente sono nostre, siamo noi …
Sopra il verde torbido dell’ampio fiume
Gli archi bianchi dei gabbiani …
Sopra l’anima il volteggiare inutile
Di quel non era, né poteva essere, e questo è tutto.

Dammi più vino, perché la vita non è niente.

Posso chiudere gli occhi – Marcello Comitini

Registrazione dell’8 agosto 2017

Marcello Comitini
Posso chiudere gli occhi
©

Lettura di Luigi Maria Corsanico


J.S. Bach:Sarabande Violin Partita No.2 in D minor BWV 1004
Alina Ibragimova


Odilion Redon, Evocazione di farfalle

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I

Non voglio vivere come vivono i ciechi
che pregano il sole senza averlo visto
e credono che Dio sia il raggio che li carezza
saggiandone tepore morbidezza e languore.
Temono il silenzio come temono il rumore
sentono nel vento lo schiaffo della natura
e nella tempesta la condanna di Dio.
Toccano l’acqua come un essere immondo
che striscia e li avvolge con viscide spire
e sentono la terra un rifugio sicuro
un guanciale per ascoltare i battiti del cuore.

Non voglio vivere come vivono i sordi
che percepiscono il cuore toccandosi il polso
e guardano le vene sul dorso della mano
chiedendosi se il sangue è un fiume che rumoreggia.
Vedono nelle labbra della persona amata
schiudersi il vermiglio sull’alabastro dei denti
e non sapranno mai se la luce che brilla
è un sorriso schietto o un’ironica smorfia.
Guardano all’orizzonte tra fiammate di nuvole
il sorgere del sole, l’uragano che nasce
e divampa negli occhi assetati di musica
il desiderio ansioso di una memoria antica.

Non posso vivere come vivono i muti
che hanno la gola cieca e sorda la bocca
che assorbono come spugne il soffio della vita
e si gonfiano come otri senza vie di fuga.
Zampogne senza bordoni, tamburi senza suoni,
eseguono con i gesti pentagrammi di musiche
e parole che mai leniranno il cuore.

II

Posso chiudere gli occhi come fanno
tutti i poveri al mondo, i cenciaioli,
con orecchie tappate e labbra strette
per non sentire le voci che osannano
al Dio che tutto suo malgrado perdona,
per non gridare il dolore che morde
i sogni acciambellati in fondo alla coscienza.

Voglio morire come muoiono coloro
che vivono spingendo carrelli della spesa
colmi di stracci e di speranze miserabili.
Coloro che, lungo strade di scaffali vuoti,
lungo corsie di case spente e tutte uguali,
annegano nel vino che fa dolce il rossore
piagnucoloso delle loro facce.

Chiuderò gli occhi, serrerò le orecchie.
Con le viscere piene del fuoco del liquore
mi stenderò supino lungo spiagge deserte
e guarderò le stelle chiuse nel mio cuore.
Ascolterò le onde che mi lambiscono la mente
e quando all’orizzonte s’infiammeranno i soli
chiederò alle farfalle, vanesse, colie, brintasie,
di coprirmi gli occhi e da dolci amiche
bere le lacrime che scorreranno
involontarie sul mio viso.

Marcello Comitini
Posso chiudere gli occhi ©

NIET WAR! NIET WAR! NIET WAR!

Evgenij Evtušenko
Arrivederci, bandiera rossa
Poesie degli anni Novanta
Cura e traduzione di Evelina Pascucci
Edizione integrale
Prima edizione: giugno 1995
Tascabili Economici Newton

  1. Dai versi vietati
    Monologo dell’uomo di dopodomani
    (Scritta nel 1972 – Pubblicata nel 1991)

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti, Violin Concerto : IV Passacaglia
Orchestra: Asko Ensemble
Violin: Frank Peter Zimmermann
Conductor: Reinbert de Leeuw

* * * * * * *

Non avevano un partito Adamo ed Eva,
l’arca fu ideata dall’apartitico Noè.
Tutti i partiti, con sorrisetto maligno,
l’inventò il diavolo — ha cattivo gusto.
E forse nel cuore della mela stessa,
qual verme era rinchiusa — verme e serpente in una –
la politica — professione di origine diabolica –
e gli uomini sono inverminiti poi.
La politica inventò la polizia,
la politica inventò i capi,
contò la persona viva con l’unità
e suddivise gli uomini in partiti.

Dov’è della vedova il partito, del mutilato, del pellegrino,
del bambino e della famiglia il partito dov’è?
Dov’è il confine tra Magadán e Majdanek,
e tra Oswiecim e Songmi? **
Un giorno, un giorno, un giorno,
ai trisnipoti dei tempi odierni tutti i partiti
verranno a mente come una remota cosa,
come selvaggia, stragrande Babilonia.
E un mondo ci sarà senza mutilati sul sagrato,
senza storpi morali al potere,
e un unico partito in esso:
il suo semplice nome — uomo.

**

Magadan: località siberiana di deportazione sovietica.

Majdanek: campo di concentramento denominato nei carteggi
delle SS e conosciuto anche come KL Lublin.

Oświęcim : campo di concentramento, in tedesco Auschwitz.

Songmi: località del Vietnam meridionale.
Massacro di Sơn Mỹ, fu un massacro di civili inermi che avvenne durante
la guerra del Vietnam, quando i soldati statunitensi agli ordini del tenente William Calley, uccisero 504 civili inermi e disarmati, principalmente anziani, donne, bambini e neonati.

MARCELLO COMITINI – RUA GARRETT

Rua Garrett ©2020
di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos, Prelude No. 5
Nicholas Petrou

immagini dal web di proprietà degli Autori

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Rua Garrett © Marcello Comitini

Seduto da solo al tavolino del bar
senza ambizioni né desideri
triste e quieto penso
alle sale d’attesa piene di sogni altrui
e le ricopio in versi sul foglio del mio pensiero.
Nelle lunghe giornate di sole seguo
il vostro passarmi accanto
come vigili mummie dai visi riarsi,
le ragazze con le labbra assetate d’amore
che ridono eternamente giovani
e i bambini vocianti che mangiano un gelato alla fragola.
Ma in fondo alla strada
è il vento lieve come una farfalla
che mi porta il profumo della natura
e un interminabile tramonto
nel susseguirsi delle stagioni.
In compagnia del silenzio sento
il lento scrosciare della pioggia sul selciato
e nella notte sotto lo sguardo muto dei lampioni
il sonno delle vetrine sbarrate dalle serrande
mi ricorda come sono stati i miei anni.
Nulla intorno mi distrae dal pensare
alle speranze ingannatrici del mio passato
ai sogni inutili di un futuro immaginato.
Il vecchio Ribeiro che mi sta di fronte
sul suo alto monumento di marmo
si compiace delle sue trovate argute
e si congeda con un sorriso ironico.
Quando il sole brilla pesante nell’azzurro
qualcuno sorridendo mi siede accanto
finge di conversare con me e mi chiede
come mai le mie parole ardono ancora
tra incanto e cupa contemplazione.
Con il braccio poggiato sul tavolino taccio
come una cosa dimenticata
che vede in sé stessa
la disperazione del nulla.
Prima di allontanarsi mi stringe la mano
sospesa tra il cuore e la mente come un airone
che porta via i sentimenti
verso un cielo dove si mescolano
illusioni e dolore.
Non posso guardarvi negli occhi
e se potessi vi guarderei senza vedervi.
E se vi vedessi quanto lontano
sarei dai vostri pensieri!
Nel bronzo che m’imbalsama il corpo
nell’immobile parvenza di vita
il mio cuore paziente
come il ragazzo che spesso ho rimpianto
palpita ancora per vendicarsi
d’averlo negato con la stessa passione
con cui si nega Dio.
Mi levo l’ampio cappello augurandovi
buon sole e la pioggia se necessaria.