MARCELLO COMITINI – Ritorno: un romanzo senza trama

Registrato e pubblicato il 21 marzo 2019

MARCELLO COMITINI
Ritorno: un romanzo senza trama © 2019

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Levon Minassian & Armand Amar – Ar Intch Lav Er

Immagine: Giacinto Platania, Etna – Eruzione del 1669, affresco del 1675

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Questo romanzo che sto leggendo è un mistero. Lo penso
sfogliando le pagine mentre passeggio
lungo la riva aspra e scoscesa
del lago del Salto senza alzare gli occhi. Non ha personaggi
e neppure una trama.
Alle mie spalle
un bosco denso di querce di faggi e castagni. Ai miei piedi
il lago ricorda che un uomo ha fermato il corso dell’acqua
con una barra di fuoco e cemento.
Nel silenzio degli alberi l’acqua ha creato
uno scenario ancora più bello. Un vento
leggero accompagna la mia lettura
come fossi sotto la lampada che oscilla sulla porta di casa.
Un romanzo
di albe e tramonti
di panorami da respirare fin dove si spinge lo sguardo
oltre le cime azzurre delle montagne, lungo le rive
di mari lucidi e turchesi.
Inizia così il mio ritorno in Sicilia,
al giardino di casa dove mio padre, con in testa il berretto
che portavano i contadini sulla soglia dei loro tuguri,
sedeva all’ombra secolare di un tiglio argentato,
circondato da vecchi Cavalieri Erranti.
Seduto
sulla tredicesima sedia della tavola rotonda,
narrava storie d’amore tra rumorose risate
e bagliori di spade e alabarde. Nei suoi occhi
erano ombre
con la parvenza di uomini vivi con i volti segnati
dagli elmi e le tuniche bianche
macchiate all’altezza del petto con croci di sangue.
Anche mio padre era un’ombra che si aggirava
per casa e in giardino
strappava qualche erba selvatica, seguiva le gesta dei grandi
persecutori, poneva domande
a cui nessuno sapeva rispondere.
Mio padre chiedeva alle ombre quanti anni mancassero
perché cessasse la guerra prima che il genere umano
finisse per essere estinto. Ma forse
non erano neppure domande.
Passeggiando mi chiedo
se nel romanzo troverò il ritorno di mia madre che mi abbraccia
e mi addita gli orizzonti che ho mancato nella mia vita
e sulla spiaggia dei miei pensieri solitari, la ballerina bianca
che si è fermata ad amarmi. Non ha paura
dell’uomo. L’uomo non esiste
tra le pagine di questo romanzo. C’è solo il ritorno alla mia finestra
spalancata a guardare da casa
il vulcano e i giganti
con un solo occhio di fuoco in mezzo alla fronte.
Dalle soglie delle loro caverne
ogni giorno scrutano fra le onde i neri e pesanti
brandelli di cuore scagliati nel mare. Nessuno risponde.
Il vulcano ammantato di neve innalza grigi sospiri di fumo
e allarga le braccia forti e rosse sulla tenera carne
delle campagne intorno, per coglierne i frutti
come soli al tramonto tra le cortine verdi degli alberi.

Leggo con estrema lentezza,
gusto il sapore
di ogni parola, di ogni riga, di ogni periodo,
di ogni pausa nei ritorni a capo, per sentire sino in fondo alla carne
l’attesa del momento in cui sarò certo di come andrà a finire.
Mi occorrerà del tempo e tanta volontà per resistere
alla fatica di tenere in mano le numerosissime
pagine di questo volume
pesante e unico. Faccio fatica a sfogliarlo. Passo
leggermente le dita da una pagina all’altra.
So che le pagine possono girarsi da sole
anche se dormo col capo ripiegato sul petto
e giungeranno alla fine di questo romanzo
senza spezzare i miei sogni.

MARCELLO COMITINI
Ritorno: un romanzo senza trama © 2019

MARCELLO COMITINI – RUA GARRETT

Rua Garrett ©2020
di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos, Prelude No. 5
Nicholas Petrou

immagini dal web di proprietà degli Autori

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Rua Garrett © Marcello Comitini

Seduto da solo al tavolino del bar
senza ambizioni né desideri
triste e quieto penso
alle sale d’attesa piene di sogni altrui
e le ricopio in versi sul foglio del mio pensiero.
Nelle lunghe giornate di sole seguo
il vostro passarmi accanto
come vigili mummie dai visi riarsi,
le ragazze con le labbra assetate d’amore
che ridono eternamente giovani
e i bambini vocianti che mangiano un gelato alla fragola.
Ma in fondo alla strada
è il vento lieve come una farfalla
che mi porta il profumo della natura
e un interminabile tramonto
nel susseguirsi delle stagioni.
In compagnia del silenzio sento
il lento scrosciare della pioggia sul selciato
e nella notte sotto lo sguardo muto dei lampioni
il sonno delle vetrine sbarrate dalle serrande
mi ricorda come sono stati i miei anni.
Nulla intorno mi distrae dal pensare
alle speranze ingannatrici del mio passato
ai sogni inutili di un futuro immaginato.
Il vecchio Ribeiro che mi sta di fronte
sul suo alto monumento di marmo
si compiace delle sue trovate argute
e si congeda con un sorriso ironico.
Quando il sole brilla pesante nell’azzurro
qualcuno sorridendo mi siede accanto
finge di conversare con me e mi chiede
come mai le mie parole ardono ancora
tra incanto e cupa contemplazione.
Con il braccio poggiato sul tavolino taccio
come una cosa dimenticata
che vede in sé stessa
la disperazione del nulla.
Prima di allontanarsi mi stringe la mano
sospesa tra il cuore e la mente come un airone
che porta via i sentimenti
verso un cielo dove si mescolano
illusioni e dolore.
Non posso guardarvi negli occhi
e se potessi vi guarderei senza vedervi.
E se vi vedessi quanto lontano
sarei dai vostri pensieri!
Nel bronzo che m’imbalsama il corpo
nell’immobile parvenza di vita
il mio cuore paziente
come il ragazzo che spesso ho rimpianto
palpita ancora per vendicarsi
d’averlo negato con la stessa passione
con cui si nega Dio.
Mi levo l’ampio cappello augurandovi
buon sole e la pioggia se necessaria.

LE FLEURS DU BIEN

Oggi mi sono concesso una passeggiata in giardino, il sole è nascosto, ma i colori dei fiori illuminano questa fresca mattinata. Sono ancora un po’ affaticato dopo queste tre settimane di chiusura a causa di un colpo di coda del Covid – mi illudevo di essere immune dopo quattro vaccinazioni – per fortuna in forma molto leggera, ma sufficientemente molesta, privandomi del piacere della lettura ad alta voce, ancora troppo bassa e rauca; così, tra riproposte letture, qualche “scatto” floreale per abbellire le pagine vuote del blog, come un ringraziamento alla Natura, che non si dimentica di stupirmi e nel suo misterioso linguaggio mi augura un rapido ritorno ad altri stupori letterari. A presto, amiche ed amici!

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine / Frammento

Introduzione all’ascolto di Marcello Comitini.

M’immagino Pessoa che scrive con la pipa tra le labbra nella sua confortevole stanza, e mentre scrive pensa che tutto ciò che gli sta intorno non esiste. Ma è lui che lo cancella e nel cancellarlo si fa il dono del vuoto, che gli permette di vedersi nudo e indifeso e spesso offeso dalla realtà da cui si sente aggredito.
Non è la realtà che lo aggredisce ma quella condizione, spesso maledetta, che condanna tutti i poeti a vedere, con occhi esasperati dalla propria sensibilità, ogni cosa incastonata nella propria transitorietà, destinata a finire, e che nulla di ciò che li circonda è puro, di quella purezza che solo un animo sensibile desidera al di là di ogni possibile realtà.
Quando poi l’idea di Dio e della sua eternità immutabile, diventano per il poeta la chiave che spalanca la porta del sognare e del piangere, allora l’uomo-poeta si accorge del proprio bisogno più intimo di sentirsi orfano per poter accrescere il sogno di essere amato. Ma anche per ipotizzare un universo talmente immenso da contenere indistintamente tutti i propri sogni e i propri incubi, e per l’eternità smarrirvisi.
Questo prendere coscienza della propria contraddittorietà, crea una frattura – come la sente Pessoa – tra l’uomo che ogni giorno gioca con i suoi gingilli (tecnologici, hobbistici, idealistici, artistici o semplicemente affettivi – nell’ottica in cui li percepisce il poeta) e l’uomo che si accorge, anche solo per un attimo, del proprio trastullarsi, mentre è in realtà alla ricerca dell’amore e dell’essenza della vita.
Ma questo amore e questa essenza si potranno mai raggiungere?
Allora Dio, lui che avrebbe il potere di consolare permettendo il soddisfacimento dell’anelito umano, ha lo stesso potere del vento che, malinconicamente si dissolve come si dissolvono tutte le aspirazioni a cui tende l’uomo.

Fernando Pessoa – Dov’è Dio, anche se non esiste?
Onde está Deus, mesmo que não exista?

Fernando Pessoa
IL SECONDO LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Titolo dell’opera originale
LIVRO DO DESASSOSSEGO, COMPOSTO POR BERNARDO SOARES, AJUDANTE DE GUARDA-LIVROS NA CIDADE DE LISBOA
A cura di Roberto Francavilla
Con una nota di Richard Zenith dall’edizione portoghese
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Nancy Dalberg, String Quartet No. 1 in D Minor: III. Adagio
Nordic String Quartet

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Dov’è Dio, anche se non esiste? Voglio pregare e piangere, pentirmi di crimini che non ho commesso, godere del perdono di una carezza non propriamente materna.
Un grembo su cui piangere, ma un grembo enorme, informe, spazioso come una notte d’estate e al contempo vicino, caldo, femminile, accanto a un focolare qualsiasi… Potervi piangere cose impensabili, fallimenti che non so neanche quali sono, tenerezze di cose inesistenti e brividi per grandi dubbi su chissà quale futuro…
Una nuova infanzia, ancora una vecchia nutrice e un piccolo letto dove alla fine addormentarsi, fra racconti che cullano, uditi appena, con l’attenzione che affievolisce, pericoli che si insinuavano fra giovani capelli biondi come il grano…
E tutto ciò grandissimo, molto eterno, per sempre definitivo, della statura unica di Dio, là nella triste e sonnolenta realtà ultima delle Cose…
Un grembo o una culla o un braccio caldo attorno al collo… Una voce che canta piano e sembra farmi piangere… Il crepitio della fiamma del focolare… Un caldo d’inverno… Un tiepido smarrimento della mia coscienza… E poi senza suono, un sogno calmo in uno spazio enorme, come la luna che ruota fra le stelle…
Quando metto da parte i miei artifici e metto in ordine in un angolo, con un’attenzione piena di affetto – con la voglia di dare loro dei baci –, i miei giocattoli, le parole, le immagini, le frasi –, divento così piccolo e inoffensivo, così solo in una stanza così grande, e così triste, così profondamente triste!…
Insomma, chi sono, quando non gioco? Un povero orfano abbandonato in Via delle Sensazioni, che batte i denti dal freddo all’angolo della Realtà, costretto a dormire sui gradini della Tristezza e a mangiare il pane offerto dalla Fantasia. Di mio padre so il nome; mi hanno detto che si chiamava Dio, ma il nome non mi dice niente. A volte, di notte, quando mi sento solo, lo chiamo e piango, e me ne faccio un’idea da poter amare… Ma poi penso che non lo conosco, che forse lui non è così, che forse non sarà mai quello il padre della mia anima…
Quando avrà fine tutto ciò, queste strade dove trascino la mia miseria, e questi gradini dove contengo il freddo e sento le mani della notte penetrarmi fra gli stracci? Se un giorno Dio venisse a prendermi e mi portasse a casa sua e mi desse calore e affetto… A volte ci penso e piango per la gioia di pensare che posso pensarlo… Ma il vento soffia per le strade e le foglie cadono sul marciapiede… Alzo gli occhi e vedo le stelle che non hanno nessun senso… E di tutto ciò resto soltanto io, un povero bambino abbandonato che nessun Amore ha voluto come figlio adottivo, nessuna Amicizia come suo compagno di giochi.
Ho troppo freddo. Sono così stanco nel mio abbandono. Va’ a prendere, o Vento, mia Madre. Portami di Notte alla casa che non ho mai conosciuto… Restituiscimi, o Silenzio immenso, la mia nutrice e la mia culla e la canzone che mi faceva addormentare…

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Onde está Deus, mesmo que não exista? Quero rezar e chorar, arrepender-me de crimes que não cometi, gozar ser perdoado como uma carícia não propriamente materna.
Um regaço para chorar, mas um regaço enorme, sem forma, espaçoso como uma noite de Verão, e contudo próximo, quente, feminino, ao pé de uma lareira qualquer… Poder ali chorar coisas impensáveis, falências que nem sei quais são, ternuras de coisas inexistentes, e grandes dúvidas arrepiadas de não sei que futuro…
Uma infância nova, uma ama velha outra vez, e um leito pequeno onde acabe por dormir, entre contos que embalam, mal ouvidos, com uma atenção que se torna morna, os perigos que penetravam em jovens cabelos louros como o trigo… E tudo isto muito grande, muito eterno, definitivo para sempre, da estatura única de Deus, lá no fundo triste e sonolento da realidade última das coisas…
Um colo ou um berço ou um braço quente em torno ao meu pescoço… Uma voz que canta baixo e parece querer fazer-me chorar… O ruído de lume na lareira… Um calor no Inverno… Um extravio morno da minha consciência… E depois sem som, um sonho calmo num espaço enorme, como a lua rodando entre estrelas…
Quando ponho de parte os meus artifícios e arrumo a um canto, com um cuidado cheio de carinho — com vontade de lhes dar beijos — os meus brinquedos, as palavras, as imagens, as frases — fico tão pequeno e inofensivo, tão só num quarto tão grande e tão triste, tão profundamente triste! …
Afinal eu quem sou, quando não brinco? Um pobre órfão abandonado nas ruas das sensações, tiritando de frio às esquinas da Realidade, tendo que dormir nos degraus da Tristeza e comer o pão dado da Fantasia. De um pai sei o nome; disseram -me que se chamava Deus, mas o nome não me dá ideia de nada. Às vezes, na noite, quando me sinto só, chamo por ele e choro, e faço-me uma ideia dele a quem possa amar… Mas depois penso que o não conheço, que talvez ele não seja assim, que talvez não seja nunca esse o pai da minha alma…
Quando acabará isto tudo, estas ruas onde arrasto a minha miséria, e estes degraus onde encolho o meu frio e sinto as mãos da noite por entre os meus farrapos? Se um dia Deus me viesse buscar e me levasse para sua casa e me desse calor e afeição… Às vezes penso isto e choro com alegria a pensar que o posso pensar… Mas o vento arrasta-se pela rua fora e as folhas caem no passeio… Ergo os olhos e vejo as estrelas que não têm sentido nenhum… E de tudo isto fico apenas eu, uma pobre criança abandonada, que nenhum Amor quis para seu filho adoptivo, nem nenhuma Amizade para seu companheiro de brinquedos.
Tenho frio de mais. Estou tão cansado no meu abandono. Vai buscar, O Vento, a minha Mãe. Leva-me na Noite para a casa que não conheci… Torna a dar-me ó Silêncio imenso, a minha ama e o meu berço e a minha canção com que dormia…

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.II. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. (289)

MARCELLO COMITINI – L’ALTROVE DELLA LUNA

Marcello Comitini
L’altrove della luna
©2019

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie, Caresse
Piano, Bojan Gorisek

immagini dal web

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Lievemente sfumata dalla cecità del sole,
tu figura lontana come l’alba
mi vieni incontro con la luce soave del tuo corpo
nell’opaco specchio del tempo
non ancora consumato dalla mia memoria.
Vicino a me il tuo viso appare
nei vetri oscuri della stanza spoglia
dove attendo la tua veste con il fruscio del volo
e il biancore inargentato della luna
ora che la notte è scesa
sulla città e le case accendono
rade finestre – la mia è rimasta buia.
Tra i riverberi miti dei sorrisi
e il rosso delle labbra che spezza il mio silenzio
chiedi l’amore di uno sguardo, una carezza in sogno.
Ma so che sei altrove e il cuore batte stanco
e di pietà per la mia pena.
Ora che sei davvero più lontana
della nuvola perduta nell’azzurro del suo cielo
e la sospinge il vento, la dilania col suo aspro soffio
in figure astratte che mai avremmo immaginato,
tu mi sei vicina
perché così è la storia di due anime che non sanno
come incontrarsi quando nella notte
incerta ed ingannevole la luna guarda altrove.

Marcello Comitini
L’altrove della luna ©2019

Marcello Comitini – La strana favola

La strana favola
Novembre 2017 / MARCELLO COMITINI ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Beth Moon
Novato, California, USA b. 1955. San Francisco Bay Area artist
http://photogrvphy.com/beth-moon-diam…

Beau Soir di Claude Debussy
Trascrizione per violoncello e piano di Nicholas Canellakis
Nicholas Canellakis, cello
Michael Brown, piano

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Un poema che Marcello mi dedicò nel novembre 2017….

A Luigi Maria Corsanico che ci narra con
la sua voce emozionante le tante
meraviglie che brillano nella favola
umana.

Stiamo qui a guardare le stelle come bambini che ascoltano
a bocca aperta favole strane.
Con gli occhi sgranati e le pupille che brillano
altre stelle di un cielo infinitamente più oscuro
c’inseguono ostinate nel sonno.

Anche loro ci guardano come piccole lacrime scese
dalle guance rugose di un dio.
Lacrime sperse nello scorrere perenne dei fiumi,
nei solchi della terra, nera come la notte
in cui i nostri cuori hanno messo radici.
Germogliamo sotto i loro sguardi impassibili
come semi di alberi che crescono,
spalancano le braccia, vanno incontro al sole,
fremono, si contorcono in cerca della luce.
La linfa della terra ci offre il sapore
di una nuova meraviglia: la voglia di conoscere
la nostra vera anima,
la natura e il senso del tendere le braccia
verso l’albero che cresce in silenzio accanto a noi
– ci offre la sua ombra come tenero rifugio
all’infuocata furia delle nostre domande,
al battere continuo dei timori
come tamburi che ci scuotono il cervello.

Ascoltano le stelle il grido della nostra resistenza
al dolore, al destino, alla morte,
sorridono compiaciute del nostro non aver capito nulla,
della nostra testardaggine di sperare invano
d’essere felici eternamente.
Nessun suono del loro sorridere ci giunge
e rimaniamo immobili in attesa d’essere sorpresi
a bocca aperta dalla fine
della favola strana.

testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633

Guy de Maupassant – Suicidi

REGISTRAZIONE DELL’OTTO LUGLIO 2016

Suicidi
da:
Guy de Maupassant
Racconti

Traduzione di Oreste Del Buono
da edizioneradiciBUR luglio 2008
Pubblicato originariamente il 29 agosto 1880 nel quotidiano “Le Gaulois” col titolo “Comment on se brûle la cervelle”.

Interpretato da Luigi Maria Corsanico.

Dipinto di Leopold Graf von Kalckreuth,
A man at a desk

Erik Satie
6 Gnossiennes, Pour piano

Padre nostro che sei nei cieli

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975)

Padre nostro che sei nei cieli
da:
Pier Paolo Pasolini, Affabulazione *
Torino, Giulio Einaudi, 1992

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Luciano Berio (1925-2003)
Ekphrasis (Continuo II) per orchestra
Radio-Sinfonie-Orchester Frankfurt diretta da Luciano Berio

* Affabulazione è una tragedia, composta di otto episodi in versi liberi, un prologo e un epilogo, di Pier Paolo Pasolini. L’opera venne composta in prima stesura nel 1966 e pubblicata in seguito sul n. XV del luglio-settembre del 1969 della rivista Nuovi Argomenti e infine in un’edizione postuma nel volume Affabulazione. Piliade, edito a Milano da Garzanti nel 1977.

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Padre nostro che sei nei Cieli,
io non sono mai stato ridicolo in tutta la vita.
Ho sempre avuto negli occhi un velo d’ironia.
Padre nostro che sei nei Cieli:
ecco un tuo figlio che, in terra, è padre…
È a terra, non si difende più…
Se tu lo interroghi, egli è pronto a risponderti.
È loquace. Come quelli che hanno appena avuto
una disgrazia e sono abituati alle disgrazie.
Anzi, ha bisogno, lui, di parlare:
tanto che ti parla anche se tu non lo interroghi.
Quanta inutile buona educazione!
Non sono mai stato maleducato una volta nella mia vita.
Avevo il tratto staccato dalle cose, e sapevo tacere.
Per difendermi, dopo l’ironia, avevo il silenzio.

Padre nostro che sei nei Cieli:
sono diventato padre, e il grigio degli alberi
sfioriti, e ormai senza frutti,
il grigio delle eclissi, per mano tua mi ha sempre difeso.

Mi ha difeso dallo scandalo, dal dare in pasto
agli altri il mio potere perduto.
Infatti, Dio, io non ho mai dato l’ombra di uno scandalo.
Ero protetto dal mio possedere e dall’esperienza
del possedere, che mi rendeva, appunto,
ironico, silenzioso e infine inattaccabile come mio padre.
Ora tu mi hai lasciato.
Ah, lo so ben io cosa ho sognato
Quel maledetto pomeriggio! Ho sognato Te.
Ecco perché è cambiata la mia vita.

E allora, poiché Ti ho,
che me ne faccio della paura del ridicolo?
I miei occhi sono divenuti due buffi e nudi
lampioni del mio deserto e della mia miseria.

Padre nostro che sei nei Cieli!
Che me ne faccio della mia buona educazione?
Chiacchiererò con Te come una vecchia, o un povero
operaio che viene dalla campagna, reso quasi nudo
dalla coscienza dei quattro soldi che guadagna
e che dà subito alla moglie – restando, lui, squattrinato,
come un ragazzo, malgrado le sue tempie grigie
e i calzoni larghi e grigi delle persone anziane…
chiacchiererò con la mancanza di pudore
della gente inferiore, che Ti è tanto cara.
Sei contento? Ti confido il mio dolore;
e sto qui a aspettare la tua risposta
come un miserabile e buon gatto aspetta
gli avanzi, sotto il tavolo: Ti guardo, Ti guardo fisso,
come un bambino imbambolato e senza dignità.

La buona reputazione, ah, ah!
Padre nostro che sei nei Cieli,
cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino

  • che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto –
    di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?
    Che me ne faccio di questa persona
    cosi ben difesa contro gli imprevisti?

Charles Baudelaire – L’albatro

TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI
EDIZIONI CAFFÈ TERGESTE

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Al principe delle nuvole è simile il Poeta
che vive nella tempesta e non si cura dell’arciere;
esiliato sulla terra in mezzo agli improperi,
le sue ali di gigante gl’impediscono di andare.

Charles Baudelaire
I fiori del male

1857 – 1861

Lettura di Luigi Maria Corsanico
Richard Wagner – Tannhäuser
Lied an den Abendstern
London Symphony Orchestra

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EDIZIONE 1861
Poesie aggiunte alla seconda edizione
SPLEEN E IDEALE
II
L’ALBATRO

Spesso per divertirsi, gli uomini d’equipaggio

catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari

che seguono indolenti compagni di viaggio,

lo scorrere della nave sugli abissi terribili.

Non appena deposti dai marinai sulle plance,

questi prìncipi dell’aria, maldestri e vergognosi

lasciano cadere le grandi ali bianche

come remi trascinati pietosamente ai fianchi.

Com’è goffo e molle il viaggiatore alato,

Lui, così elegante, com’è comico e brutto!

Uno con la pipa gli stuzzica il becco

l’altro mima zoppicando l’infelice che volava!

Al principe delle nuvole è simile il Poeta

che vive nella tempesta e non si cura dell’arciere;

esiliato sulla terra in mezzo agli improperi,

le sue ali di gigante gl’impediscono di andare.


Nell’edizione del 1861 questa poesia sostituì Le Soleil che fu inserita nella sezione Tableaux Parisiens