Padre nostro che sei nei cieli

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975)

Padre nostro che sei nei cieli
da:
Pier Paolo Pasolini, Affabulazione *
Torino, Giulio Einaudi, 1992

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Luciano Berio (1925-2003)
Ekphrasis (Continuo II) per orchestra
Radio-Sinfonie-Orchester Frankfurt diretta da Luciano Berio

* Affabulazione è una tragedia, composta di otto episodi in versi liberi, un prologo e un epilogo, di Pier Paolo Pasolini. L’opera venne composta in prima stesura nel 1966 e pubblicata in seguito sul n. XV del luglio-settembre del 1969 della rivista Nuovi Argomenti e infine in un’edizione postuma nel volume Affabulazione. Piliade, edito a Milano da Garzanti nel 1977.

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Padre nostro che sei nei Cieli,
io non sono mai stato ridicolo in tutta la vita.
Ho sempre avuto negli occhi un velo d’ironia.
Padre nostro che sei nei Cieli:
ecco un tuo figlio che, in terra, è padre…
È a terra, non si difende più…
Se tu lo interroghi, egli è pronto a risponderti.
È loquace. Come quelli che hanno appena avuto
una disgrazia e sono abituati alle disgrazie.
Anzi, ha bisogno, lui, di parlare:
tanto che ti parla anche se tu non lo interroghi.
Quanta inutile buona educazione!
Non sono mai stato maleducato una volta nella mia vita.
Avevo il tratto staccato dalle cose, e sapevo tacere.
Per difendermi, dopo l’ironia, avevo il silenzio.

Padre nostro che sei nei Cieli:
sono diventato padre, e il grigio degli alberi
sfioriti, e ormai senza frutti,
il grigio delle eclissi, per mano tua mi ha sempre difeso.

Mi ha difeso dallo scandalo, dal dare in pasto
agli altri il mio potere perduto.
Infatti, Dio, io non ho mai dato l’ombra di uno scandalo.
Ero protetto dal mio possedere e dall’esperienza
del possedere, che mi rendeva, appunto,
ironico, silenzioso e infine inattaccabile come mio padre.
Ora tu mi hai lasciato.
Ah, lo so ben io cosa ho sognato
Quel maledetto pomeriggio! Ho sognato Te.
Ecco perché è cambiata la mia vita.

E allora, poiché Ti ho,
che me ne faccio della paura del ridicolo?
I miei occhi sono divenuti due buffi e nudi
lampioni del mio deserto e della mia miseria.

Padre nostro che sei nei Cieli!
Che me ne faccio della mia buona educazione?
Chiacchiererò con Te come una vecchia, o un povero
operaio che viene dalla campagna, reso quasi nudo
dalla coscienza dei quattro soldi che guadagna
e che dà subito alla moglie – restando, lui, squattrinato,
come un ragazzo, malgrado le sue tempie grigie
e i calzoni larghi e grigi delle persone anziane…
chiacchiererò con la mancanza di pudore
della gente inferiore, che Ti è tanto cara.
Sei contento? Ti confido il mio dolore;
e sto qui a aspettare la tua risposta
come un miserabile e buon gatto aspetta
gli avanzi, sotto il tavolo: Ti guardo, Ti guardo fisso,
come un bambino imbambolato e senza dignità.

La buona reputazione, ah, ah!
Padre nostro che sei nei Cieli,
cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino

  • che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto –
    di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?
    Che me ne faccio di questa persona
    cosi ben difesa contro gli imprevisti?

FERNANDO PESSOA – È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono

FERNANDO PESSOA
È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono (1910)

Ricerca e traduzione di L.M.Corsanico dal testo originale inglese – “It is necessary now that I should tell what manner of man I am” – comparato con la versione portoghese di Jorge Rosa – “Cumpre-me agora dizer que espécie de homem sou.” in:
Páginas Íntimas e de Auto-Interpretação. Fernando Pessoa.
(Textos estabelecidos e prefaciados por Georg Rudolf Lind e Jacinto do Prado Coelho.)
Lisboa: Ática, 1966.
Ricerche svolte in : Arquivo Pessoa, Lisboa.

Lettura di Luigi Maria Corsanico
György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

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È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono.
Non importa il mio nome o altri dettagli esterni su di me. Bisogna dire qualcosa sul mio carattere.
L’intera costituzione del mio spirito è fatta di esitazione e dubbio. Per me niente è e non può essere positivo; tutte le cose ondeggiano intorno a me, e io con esse, insicuro di me stesso. Tutto per me è incoerenza e mutazione. Tutto è mistero e tutto è pieno di significato. Tutte le cose sono “sconosciute”, simboli dell’Ignoto. Il risultato è orrore, mistero, una paura oltre modo percettiva.
A causa delle mie tendenze naturali, dell’ambiente agli albori della mia vita, dell’influenza degli studi condotti sotto il loro impulso (queste stesse tendenze) – per tutto questo il mio carattere è introverso, egocentrico, muto, non autosufficiente ma perso in se stesso. Ho vissuto sognando, passivamente. Tutto il mio carattere consiste nell’odio, nell’orrore, nell’incapacità che pervade tutto il mio essere, fisico e spirituale, di assumere atti decisivi, pensieri determinati. Non ho mai avuto una risoluzione nata da un autocontrollo, non ho mai tradito esteriormente una volontà cosciente. I miei scritti erano tutti incompiuti; nuovi pensieri sempre interposti, associazioni straordinarie, inesplicabili di idee il cui termine era infinito. Non posso evitare l’odio dei miei pensieri di porre fine a qualunque cosa sia; una cosa singola fa nascere diecimila pensieri, e da questi diecimila pensieri nascono diecimila inter-associazioni, e non ho forza di volontà per eliminarli o fermarli, né per raccoglierli in un unico pensiero centrale, dove i loro dettagli non importanti ma associati potrebbero andare persi. Passano attraverso di me; non sono i miei pensieri, ma pensieri che mi attraversano. Non penso, sogno; Non sono ispirato, sto delirando. So dipingere, ma non ho mai dipinto, so comporre musica, ma non ho mai composto. Strane concezioni in tre arti, bei voli di fantasia accarezzano il mio cervello; ma li lascio lì a dormire finché non muoiono, perché mi manca il potere di incarnarli, di convertirli in cose del mondo esterno.
Il mio carattere è tale che odio l’inizio e la fine delle cose, perché sono punti precisi. L’idea che si trovi una soluzione ai problemi più alti, più nobili, della scienza, della filosofia, mi affligge; l’idea che qualcosa possa essere determinata da Dio o dal mondo mi riempie di orrore. Che si compiano le cose più importanti, che un giorno gli uomini siano tutti felici, che si possa trovare una soluzione ai mali della società, anche nella sua concezione, mi fa impazzire. Eppure, non sono né cattivo né crudele; sono pazzo e questo come è difficile da concepire.
Sebbene io sia stato un lettore vorace e ardente, tuttavia non ricordo alcun libro che abbia letto, finora sono state le letture della mia mente, i miei sogni, anzi, le provocazioni dei sogni. Il mio stesso ricordo degli eventi, delle cose esterne è vago, più che incoerente. Rabbrividisco al pensiero di quanto poco ho in mente di ciò che è stata la mia vita passata. Io, l’uomo che sostiene che oggi è un sogno, sono meno di una cosa di oggi.

Pier Paolo Pasolini – IV Al principe

UMILIATO E OFFESO (1958)
Epigrammi
IV
Al principe

“La religione del mio tempo”
di Pier Paolo Pasolini
Prima edizione
Esce da Garzanti il 20 maggio del 1961, con dedica a Elsa Morante.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

“Wasserklavier” – Luciano Berio
piano : Marinos Tokas

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Se torna il sole, se discende la sera,

        se la notte ha un sapore di notti future,

se un pomeriggio di pioggia sembra tornare

        da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,

io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:

        non sento più, davanti a me, tutta la vita…

Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:

        ore e ore di solitudine sono il solo modo

perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,

        vizio, libertà, per dare stile al caos.

Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte

        che viene avanti, al tramonto della gioventù.

Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,

        che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’ INQUIETUDINE

REGISTRAZIONE DEL 30 MARZO 2016

Fernando Pessoa
IL LIBRO DELL’ INQUIETUDINE
DI BERNARDO SOARES

Frammento
“Depois que os últimos pingos de chuva começaram a tardar…”
25-12-1929

Livro do Desassossego por Bernardo Soares.Vol.I. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982

Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Fotografie e elaborazione immagini di
Edgar Caracristi ©

Musica di Adrian Konarski
Cellostrada Quintet

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Dopo che le ultime gocce di pioggia hanno cominciato ad attardarsi lungo il declivio dei tetti, e nel centro lastricato della strada l’azzurro del cielo ha lentamente cominciato a rispecchiarsi, il rumore dei veicoli ha assunto un altro canto, più alto e allegro, e si è udito il dischiudersi di finestre incontro al sole che riappariva. Allora, là in fondo, lungo la via stretta, vicino all’angolo della strada, si è sentito irrompere il richiamo alto del primo venditore di biglietti della lotteria, e i chiodi infilati nelle casse della bottega di fronte hanno cominciato a riverberare nello spazio chiaro.
Era un incerto giorno festivo, legale ma di scarsa osservanza. C’era riposo e lavoro allo stesso tempo, e io non avevo niente da fare. Mi ero alzato presto e mi attardavo a prepararmi ad esistere.
Passeggiavo da un lato all’altro della stanza, tutto immerso in sogni senza nesso e possibilità – gesti che avevo dimenticato di fare, ambizioni impossibili realizzate senza una direttrice, conversazioni ferme e continue che, se fossero avvenute, sarebbero state. E in questo vaneggiare privo di grandezza e di calma, in questo attardarmi senza speranza e fine, consumavo sui miei passi la mattinata libera e le mie parole alte, dette a bassa voce, risuonavano multiple nel chiostro del mio semplice isolamento.
La mia figura umana, se la esaminavo dall’esterno con attenzione, mi appariva ridicola come è ridicola ogni cosa umana nell’intimità. Avevo indossato, sopra gli indumenti semplici del sonno finito, un vecchio cappotto, che mi torna utile in queste veglie mattutine. Le mie vecchie pantofole erano rotte, soprattutto quella del piede sinistro. E, con le mani nelle tasche del paltò postumo, percorrevo il viale della mia stanza corta a passi lunghi e decisi, compiendo con inutile vaneggiare un sogno uguale a quello di ogni persona.
Attraverso il fresco aperto della mia unica finestra, si udivano ancora cadere dai tetti le grosse gocce, accumulatesi per la pioggia passata.
Ancora, vago, si avvertiva il fresco della pioggia avvenuta. Il cielo, però, era di un azzurro ammaliante, e le nuvole che restavano della pioggia vinta o stanca cedevano, ritirandosi al di sopra dei lati del castello, legittimamente il passo del cielo tutto.
Era l’occasione per essere allegro. Ma mi pesava un qualcosa, un’ansia sconosciuta, un desiderio indefinito, neanche ordinario.
Rallentava, forse, la sensazione di essere vivo. E quando mi sono affacciato alla finestra altissima, sulla via che ho guardato senza vederla, mi sono sentito improvvisamente uno di quegli stracci umidi utilizzati per pulire le cose sporche, e che si appendono alla finestra ad asciugare, ma che si dimenticano, attorcigliati, sul parapetto che macchiano lentamente.

PIER PAOLO PASOLINI – LA RICERCA DI UNA CASA

LA RICERCA DI UNA CASA
Pier Paolo Pasolini

Poesia
in forma di rosa
(1961-1964)
Aldo Garzanti Editore, 1964

SOUNDS&VOICE PROJECT
Neu Musik Duett “Sguardi” ℗2023
Guido Mazzon, tromba
Marta Sacchi, keyboard

Voce recitante: Luigi Maria Corsanico

FERLINGHETTI&NIETZSCHE

FERLINGHETTI&NIETZSCHE


SOUNDS&VOICE PROJECT

Neu Musik Duett “Fil Rouge” ℗2023
Guido Mazzon, tromba
Marta Sacchi, piano

Voce recitante: Luigi Maria Corsanico

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Lawrence Ferlinghetti – FA’ VEDERE A TUO FIGLIO…
Scoppi urla risate
titolo originale: Blasts Cries Laughter
traduzione di Damiano Abeni
Lawrence Ferlinghetti, 2014. Published by arrangement
with The Italian Literary Agency and City Lights Books
SUR, 2019

Friedrich Nietzsche
Al di là del bene e del male
Preludio a una filosofia dell’avvenire
Capitolo settimo
Le nostre virtù
A cura di Susanna Mati
Traduzione di Susanna Mati e Omar Abu Dbei


Arsenij Tarkovskij-Fëdor Dostoevskij-Sergej Esenin-Iosif Brodskij-Vladimir Majakovskij-Evgenij Evtušenko-Andrej Dement’ev-Konstantin Simonov-Michail Lermontov

Giacomo Leopardi – Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere

Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere

Operette morali
di Giacomo Leopardi
Letteratura italiana Einaudi

Edizione di riferimento:
Canti, con una scelta da «Le operette morali, I
pensieri, Gli appunti, Lo zibaldone, a cura di
Francesco Flora, Milano 1959

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Le Operette morali sono una raccolta di ventiquattro componimenti in prosa, divise tra dialoghi e novelle dallo stile medio e ironico, scritte tra il 1824 ed il 1832.
Sono state pubblicate definitivamente a Napoli nel 1835, dopo due edizioni intermedie nel 1827 e nel 1834.

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Venditore: Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere: Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore: Sì signore.
Passeggere: Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore: Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere: Come quest’anno passato?
Venditore: Più più assai.
Passeggere: Come quello di là?
Venditore: Più più, illustrissimo.
Passeggere: Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore: Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere: Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore: Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere: A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore: Io? non saprei.
Passeggere: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore: No in verità, illustrissimo.
Passeggere: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore: Cotesto si sa.
Passeggere: Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore: Cotesto non vorrei.
Passeggere: Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore: Lo credo cotesto.
Passeggere: Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore: Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere: Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore: Appunto.
Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore: Speriamo.
Passeggere: Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore: Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere: Ecco trenta soldi.
Venditore: Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

WILLIAM SHAKESPEARE – MACBETH

MACBETH – Atto V, Scena V
WILLIAM SHAKESPEARE

OPERE COMPLETE
con testo a fronte
Titolo originale dell’opera: Macbeth
Traduzione dall’inglese di Nemi D’Agostino
I edizione nei «Grandi Libri»: settembre 1989
Garzanti Editore

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Peter Philips, 1560-1628,
Galiarda Dolorosa, LXXXI,
Aldo Locatelli,organista

Incisione di Macbeth di Scozia ad opera di John Hall, 1750 – 1770

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Sarebbe morta prima o poi.
Sarebbe venuto il momento per quella parola…
Domani, e domani, e domani,
striscia così, col suo misero passo, di giorno
in giorno, fino alla zeta del tempo scritto;
e tutti i nostri ieri han rischiarato
ad altri pazzi
la strada della polverosa morte.
Spegniti, spegniti breve candela!
La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore
che avanza tronfio e smania la sua ora
sul palco, e poi non se ne sa più nulla.
È un racconto fatto da un idiota,
pieno di grida e furia,
che non significa niente.