KAHLIL GIBRAN – LIBERTÀ

Il Profeta di Kahlil Gibran
Traduzione di Piera Oppezzo
SE Studio editoriale, Milano (1985)

Dipinti di Khalil Gibran

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Johann Sebastian Bach
Ricercare a 6
da” Musikalisches Opfer” BWV 1079
Croatian Baroque Ensemble

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E un oratore disse: Parlaci della Libertà.
E lui rispose:
Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà.
Così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide.
Sì, al bosco sacro e all’ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione.
E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercare la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento.
In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli.
Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all’alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l’ora del meriggio?
Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene,
benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole.
E cos’è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi?
L’ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte.
Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare.
Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto.
Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio?
E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l’avete scelto.
E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v’incute.
In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio.
Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi.
E quando un’ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per
un’altra luce.
E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.

Pier Paolo Pasolini – Padre nostro che sei nei cieli

Pier Paolo Pasolini – Padre nostro che sei nei cieli
da:
Pier Paolo Pasolini, Affabulazione,
Torino, Giulio Einaudi, 1992

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Luciano Berio (1925-2003)
Ekphrasis (Continuo II) per orchestra
Radio-Sinfonie-Orchester Frankfurt diretta da Luciano Berio

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Pasolini chiuse il secondo Episodio della tragedia Affabulazione (1966 – Prima assoluta 30 gennaio 1975, Cabaret Voltaire di Torino ) con un celebre Padre nostro, lancinante contro-preghiera recitata dal Padre, protagonista perturbato di un dramma che ne rappresenta la parabola di genitore assassino del proprio Figlio. Marco Dotti prende spunto da quei versi per una sua riflessione sul valore della parola: vacua e pericolosa se suono inattivo o bugiardo; luminosa e fertile, se aperta al rischio della verità.”
(Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia.)

di Marco Dotti

http://www.blog.vita.it – 22 ottobre 2014

«Che me ne faccio di questa persona, così ben difesa dagli imprevisti?», si chiedeva Pier Paolo Pasolini nei versi del suo Padre nostro. «La buona reputazione, ah, ah! Padre nostro che sei nei Cieli, cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino – che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto – di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?».
Che me ne faccio di questa persona così precisa, responsabile, consapevole, educata. Di questa persona che non sbaglia mai, non cade mai: sempre sulla linea, sempre in equilibrio, il cui spirito quieto è sempre circoscritto dai margini sterili della legge?

Che me ne faccio di una persona che mai si aprirà al beau danger, al bel rischio? E il rischio altro non è che la parola. La parola data, la parola presa, la parola detta, la parola scritta. La parola che si apre alle sue conseguenze. Ma la parola di quest’uomo è inoperosa. Letteralmente: è una parola vana. Verbum otiosum, rende la versione latina di Matteo 12, 36-37.

… dico autem vobis quoniam omne verbum otiosum quod locuti fuerint homines reddent rationem de eo in die iudicii. Ex verbis enim tuis iustificaberis et ex verbis tuis condemnaberis.

Di ogni parola inutile «gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio. Infatti, in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato». Parola vuota, verbum otiosum, abbiamo detto. «Senza utilità né per chi parla, né per chi ascolta», chiosava San Girolamo. Questa parola è quella che un tempo si sarebbe detta “senza opera né giorni”, ossia una parola che non muove in azione. Una parola che non si muta in atto basta per cadere.

Ritornano alla mente altre parole, stavolta di Martin Buber, che insegnava: «Ogni conflitto fra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico». La radice del rapporto fra verità e menzogna, che ha interessato tutta la storia della riflessione occidentale, si gioca proprio qui: sul margine incerto tra parola e azione. Si gioca sul rischio, su quell’imprevisto che la parola per sua disposizione e natura è. Senza questo imprevisto, senza questa apertura al rischio, la parola si consegna a un legalismo sterile. Si mette nella gabbia di ciò che Hannah Arendt chiamava «la cospirazione in pieno giorno». Un tempo, scrive la Arendt, si mentiva ai cittadini quando i cittadini non sapevano. Oggi, al contrario, si mente ai cittadini quando loro possono, almeno in linea di principio, sapere tutto. È questa menzogna assoluta, questa «esposizione assoluta alla menzogna» come la chiama Derrida, a interrogarci oggi. E forse il termine menzogna non è nemmeno adatto a descrivere questa paralisi, questo stallo dove alle parole che si ammassano su parole non conseguono azioni.

«Che me ne faccio di questa persona, così ben difesa dagli imprevisti?», urlava Pier Paolo Pasolini. Già, che ce ne facciamo?

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Padre nostro che sei nei Cieli,
io non sono mai stato ridicolo in tutta la vita.
Ho sempre avuto negli occhi un velo d’ironia.
Padre nostro che sei nei Cieli:
ecco un tuo figlio che, in terra, è padre…
È a terra, non si difende più…
Se tu lo interroghi, egli è pronto a risponderti.
È loquace. Come quelli che hanno appena avuto
una disgrazia e sono abituati alle disgrazie.
Anzi, ha bisogno, lui, di parlare:
tanto che ti parla anche se tu non lo interroghi.
Quanta inutile buona educazione!
Non sono mai stato maleducato una volta nella mia vita.
Avevo il tratto staccato dalle cose, e sapevo tacere.
Per difendermi, dopo l’ironia, avevo il silenzio.

Padre nostro che sei nei Cieli:
sono diventato padre, e il grigio degli alberi
sfioriti, e ormai senza frutti,
il grigio delle eclissi, per mano tua mi ha sempre difeso.

Mi ha difeso dallo scandalo, dal dare in pasto
agli altri il mio potere perduto.
Infatti, Dio, io non ho mai dato l’ombra di uno scandalo.
Ero protetto dal mio possedere e dall’esperienza
del possedere, che mi rendeva, appunto,
ironico, silenzioso e infine inattaccabile come mio padre.
Ora tu mi hai lasciato.
Ah, lo so ben io cosa ho sognato
Quel maledetto pomeriggio! Ho sognato Te.
Ecco perché è cambiata la mia vita.

E allora, poiché Ti ho,
che me ne faccio della paura del ridicolo?
I miei occhi sono divenuti due buffi e nudi
lampioni del mio deserto e della mia miseria.

Padre nostro che sei nei Cieli!
Che me ne faccio della mia buona educazione?
Chiacchiererò con Te come una vecchia, o un povero
operaio che viene dalla campagna, reso quasi nudo
dalla coscienza dei quattro soldi che guadagna
e che dà subito alla moglie – restando, lui, squattrinato,
come un ragazzo, malgrado le sue tempie grigie
e i calzoni larghi e grigi delle persone anziane…
chiacchiererò con la mancanza di pudore
della gente inferiore, che Ti è tanto cara.
Sei contento? Ti confido il mio dolore;
e sto qui a aspettare la tua risposta
come un miserabile e buon gatto aspetta
gli avanzi, sotto il tavolo: Ti guardo, Ti guardo fisso,
come un bambino imbambolato e senza dignità.

La buona reputazione, ah, ah!
Padre nostro che sei nei Cieli,
cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino – che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto –
di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?
Che me ne faccio di questa persona
cosi ben difesa contro gli imprevisti?

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’ INQUIETUDINE

FERNANDO PESSOA
IL LIBRO DELL’ INQUIETUDINE
DI BERNARDO SOARES

Frammento
Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Fotografie e elaborazione immagini di
Edgar Caracristi ©

Musica di Adrian Konarski
Cellostrada Quintet

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Dopo che le ultime gocce di pioggia hanno cominciato ad attardarsi lungo il declivio dei tetti, e nel centro lastricato della strada l’azzurro del cielo ha lentamente cominciato a rispecchiarsi, il rumore dei veicoli ha assunto un altro canto, più alto e allegro, e si è udito il dischiudersi di finestre incontro al sole che riappariva. Allora, là in fondo, lungo la via stretta, vicino all’angolo della strada, si è sentito irrompere il richiamo alto del primo venditore di biglietti della lotteria, e i chiodi infilati nelle casse della bottega di fronte hanno cominciato a riverberare nello spazio chiaro.
Era un incerto giorno festivo, legale ma di scarsa osservanza. C’era riposo e lavoro allo stesso tempo, e io non avevo niente da fare. Mi ero alzato presto e mi attardavo a prepararmi ad esistere.
Passeggiavo da un lato all’altro della stanza, tutto immerso in sogni senza nesso e possibilità – gesti che avevo dimenticato di fare, ambizioni impossibili realizzate senza una direttrice, conversazioni ferme e continue che, se fossero avvenute, sarebbero state. E in questo vaneggiare privo di grandezza e di calma, in questo attardarmi senza speranza e fine, consumavo sui miei passi la mattinata libera e le mie parole alte, dette a bassa voce, risuonavano multiple nel chiostro del mio semplice isolamento.
La mia figura umana, se la esaminavo dall’esterno con attenzione, mi appariva ridicola come è ridicola ogni cosa umana nell’intimità. Avevo indossato, sopra gli indumenti semplici del sonno finito, un vecchio cappotto, che mi torna utile in queste veglie mattutine. Le mie vecchie pantofole erano rotte, soprattutto quella del piede sinistro. E, con le mani nelle tasche del paltò postumo, percorrevo il viale della mia stanza corta a passi lunghi e decisi, compiendo con inutile vaneggiare un sogno uguale a quello di ogni persona.
Attraverso il fresco aperto della mia unica finestra, si udivano ancora cadere dai tetti le grosse gocce, accumulatesi per la pioggia passata.
Ancora, vago, si avvertiva il fresco della pioggia avvenuta. Il cielo, però, era di un azzurro ammaliante, e le nuvole che restavano della pioggia vinta o stanca cedevano, ritirandosi al di sopra dei lati del castello, legittimamente il passo del cielo tutto.
Era l’occasione per essere allegro. Ma mi pesava un qualcosa, un’ansia sconosciuta, un desiderio indefinito, neanche ordinario.
Rallentava, forse, la sensazione di essere vivo. E quando mi sono affacciato alla finestra altissima, sulla via che ho guardato senza vederla, mi sono sentito improvvisamente uno di quegli stracci umidi utilizzati per pulire le cose sporche, e che si appendono alla finestra ad asciugare, ma che si dimenticano, attorcigliati, sul parapetto che macchiano lentamente.

Bertolt Brecht – Lode del dubbio

Bertolt Brecht
Lode del dubbio

da: Bertolt Brecht,
Poesie e canzoni
a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini
Giulio Einaudi editore, 1975

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Relativity, by M. C. Escher. Lithograph, 1953

Darius Milhaud
String Quartet no 1 op.5
Galatea Quartet

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Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.
Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l’Armada salpando,
le navi che tornarono
le si poté contare.
Fu così un giorno un uomo sull’inaccessibile vetta
e giunse una nave alla fine
dell’infinito mare.
Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l’ammalato senza speranza!
Ma d’ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!
Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com’era difficile accorgersi
Che fosse così e non diverso!
Con un respiro di sollievo un giorno un uomo nel libro del sapere lo scrisse.
Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un’eterna sapienza
e sprezzeranno i sapienti chi non lo conosce.
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.
Intronato dagli ordini, passato alla visita
d’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie un libro redatto da Iddio in persona,
erudito
da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.

Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.
Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo che la propria casa si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai.
Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se occorre,
tanto peggio per i fatti. La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con l’orecchio della spia.
Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri di navi che affondano.
Sotto l’ascia dell’assassino
si chiedono se anch’egli non sia un uomo.
Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata, vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.
Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliarsi ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta,
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.
Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!

Fernando Pessoa – Ho chiesto tanto poco alla vita

Fernando Pessoa
Il libro dell’inquietudine
(frammento)
Ho chiesto tanto poco alla vita
Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Bach-Busoni, Chorale Prelude BWV 639
Grigori Sokolov

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Ho chiesto tanto poco alla vita e anche questo poco la vita me l’ha negato. Un raggio di sole, un campo, un sorso di quiete con un morso di pane: che non mi angosci molto sapere che esisto, e che non esiga niente dagli altri né che gli altri lo esigano da me. Pure questo mi è stato negato,come chi nega l’elemosina non per mancanza di bontà d’animo, ma per non doversi sbottonare la giacca.
Scrivo, triste, nella mia stanza quieta, solo come sempre sono stato, solo come sempre sarò. E penso se la mia voce, apparentemente così poca cosa, non incarni la sostanza di migliaia di voci, la fame di dirsi di migliaia di vite, la pazienza di milioni d’anime sottomesse come la mia al destino quotidiano, al sogno inutile, alla speranza senza fondamento. In questi momenti il mio cuore palpita più forte per la coscienza che ho di esso.
Vivo più, perché vivo più grande. Sento nella mia persona una forza religiosa, una specie di orazione, una somiglianza di clamore. Ma la reazione contro me proviene dalla mia intelligenza… Mi vedo al quarto piano in Rua dos Douradores, mi assisto con sonno; guardo, sul foglio mezzo scritto, la vita vana senza bellezza e la sigaretta economica che, nel fumarla, appoggio sul vecchio tampone della carta assorbente. Io qui, in questo quarto piano, a interrogare la vita! A dire ciò che le anime sentono!
A fare prosa come i geni e le celebrità! Qui, io, così…

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

FERNANDO PESSOA
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
FRAMMENTO 369

“La vita è un viaggio sperimentale, fatto involontariamente”


Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
© 2006 Newton Compton editori s.r.l.


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Opera pittorica
di Edgar Caracristi


Musica:
Merima Kljuco & Miroslav Tadic
‘Kraj Potoka Bistre Vode’

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La vita è un viaggio sperimentale, fatto involontariamente. È un viaggio dello spirito attraverso la materia, e siccome è lo spirito che viaggia, è in esso che si vive. Per questo, ci sono anime contemplative che sono vissute più intensamente, più estesamente, più tumultuosamente di altre che sono vissute esternamente. Il risultato è tutto. Ciò che si è sentito è stato ciò che si è vissuto. Si torna tanto stanchi da un sogno come da un lavoro reale. Mai si è vissuto tanto come quando si è pensato molto.
Chi sta in un angolo della sala balla con tutti i ballerini. Vede tutto e, poiché vede tutto, vive tutto. Siccome tutto, in sintesi e definitivamente, è una nostra sensazione, il contatto con un corpo vale quanto la sua visione, o, perfino, il suo semplice ricordo. Danzo, quindi, quando vedo danzare. Dico, come il poeta inglese che narrando, sdraiato su un lontano prato, contemplava tre mietitori: «Un quarto uomo sta mietendo, e quello sono io».
Tutto questo, detto come è sentito, viene a proposito della grande stanchezza, apparentemente senza causa, che è scesa d’improvviso su di me. Sono non solo stanco, ma rattristato, e tale tristezza mi è ugualmente ignota. Sono, per l’angustia, al limite delle lacrime – non delle lacrime del pianto, ma di quelle che si reprimono, lacrime di una malattia dell’anima, e non di un dolore sensibile.
Ho vissuto tanto senza avere vissuto! Ho pensato tanto senza avere pensato! Pesano su di me mondi di violenze statiche, di avventure avute senza muoversi. Sono stufo di ciò che non ho mai avuto né mai avrò, ho fastidio di dèi che non esistono. Porto con me le ferite di tutte le battaglie che non ho fatto. Il mio apparato muscolare è logorato dallo sforzo che neppure ho pensato di fare.
Spento, muto, nullo… Il cielo distante su un’estate morta, imperfetta. Lo guardo come se non fosse lì. Dormo ciò che penso, sto straiato camminando, soffro senza sentire. La mia grande nostalgia è di niente, è niente, come il cielo in alto che non vedo e che sto fissando impersonalmente.


26-3-1932

José Saramago – Il racconto dell’isola sconosciuta

José Saramago
Il racconto dell’isola sconosciuta


Lettura di Luigi Maria Corsanico


José de Sousa Saramago
O conto da ilha desconhecida, Assírio & Alvim, Lisbona, 1997
Il racconto dell’isola sconosciuta
traduzione: Paolo Collo e Rita Desti, Einaudi, Torino, 1998


Oboe Concerto in C Major, KV 285d
Wolfgang Amadeus Mozart
Alexey Utkin, oboe


Divertimento No. 11, K.251
Wolfgang Amadeus Mozart
Amsterdam Baroque Orchestra
dir. Ton Koopman.

Edgar Lee Masters Antologia di Spoon River / La collina & SON HOUSE – FATHER OF THE DELTA BLUES, SUNDOWN

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Edgar Lee Masters
Antologia di Spoon River / La collina

Traduzione di Fernanda Pivano
Lettura di Luigi Maria Corsanico
SON HOUSE
FATHER OF THE DELTA BLUES
SUNDOWN

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Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felicie?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
tutt, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e la zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,
e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov’è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni,
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa,
delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.

Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River / Il suonatore Jones

Edgar Lee Masters
Antologia di Spoon River / Il suonatore Jones

Traduzione di Fernanda Pivano


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Ashokan Farewell by Jay Ungar
Joe LaMay & Sherri Reese
in concert at the Bainbridge Opry House in Bainbridge, NY.

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“Antologia di Spoon River, poesie di persone che narrano, esaminano, recriminano su errori e ingiustizie, su dolori e glorie fasulle, su inganni e amori infelici. Un piccolo villaggio che Edgar Lee Masters ha popolato di voci come di una grande metropoli appena addormentata che nel silenzio scopre tutte le proprie contraddizioni. E la traduzione della Pivano rende queste voci vive, e palpitanti nell’armonia della nostra lingua. Leggere quest’opera e meditare significa scavare e scoprire in noi quelle tare che affliggono il nostro essere umani. Non è questione di viaggiare o rimanere immobili, di rimpiangere o pentirsi, quanto piuttosto valutare il giusto peso della vita, fatta di scelte tra errori e ingiustizie, tra dolori e glorie fasulle, tra inganni e amori infelici.
All’armoniosa traduzione della Pivano tu, caro Luigi, hai aggiunto quella della tua voce. Armonia accresciuta dalla tua scelta di leggere una poesia tra le meno gravose, una di quelle che, nel descrivere la varietà del vivere in mezzo a una varietà di interpretazioni della stessa realtà, sembra lasciare all’uomo un briciolo di libertà e forse di postuma serenità.

Per evitare di cedere al fascino di quest’opera, basta chiudere gli occhi e non vivere, ma soprattutto non pensare.”

Marcello Comitini

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La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.