Marcello Comitini – La memoria

Marcello Comitini
La memoria © 3 aprile 2021
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Maurits Cornelis Escher
“Mano con sfera riflettente” (1935)

JS. Bach, Prelude No.8 in E flat minor BWV 853.
Leopold Stokowski / Czech Philharmonic Orchestra

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Come se la mia memoria avesse l’occhio
enorme e folle di un ciclope
mi passano dinnanzi ombre dritte e mute
che sopravvivono come alberi
che hanno lasciato cadere le foglie
e ora tendono verso l’alto
le braccia magre e grinzose.
Sotto un cielo di cenere si allontanano
assieme al paesaggio che fugge all’indietro
nel riquadro del finestrino all’uomo affacciato
dal treno dei miei anni. Vedo
le ombre in lunghi filari. Rimangono e passano
come lento gregge al pascolo
nel grigio soffio dell’aria.
Una si trasforma in rosa
ormai appassita da tempo
che misteriosamente ancora
m’inebria con la sua fragranza.
Una in tenue stella nella vastità del buio
scaglia il suo raggio dritto e luminoso
nell’occhio della mia memoria.
Un’altra ha la punta dolorosa di spina conficcata
nelle ali del mio cuore.
Alcune vestono parvenze umane
nei loro abiti di cerimonia o di lutto,
nei sudari di morte o di vita.
M’inondano i sensi le loro lacrime
malinconica luce per l’occhio,
o le loro risate suono melodioso per l’orecchio.
Si sommano i giorni agli anni. Immobile sul loro correre
non mi stanco del paesaggio dietro i vetri
illuminato dal sole o appannato dal gelo.

Marcello Comitini © 3 aprile 2021 La memoria

Marcello Comitini – La città del ricordo

Marcello Comitini
La città del ricordo
©20/09/2022

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Catania skyline in watercolor background
Pablo Romero / Professional photographer
CEV Madrid Art School of Huelva

Erik Satie, Gnossienne n.1
Ulrich Schröder, Praful – Solo Live in Amsterdam 2014

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È in fondo al senso della vita
la città dei ricordi e dei miei versi
distesa tra le braccia nere del vulcano
amata dal luminoso sorriso del mare
il ventre aperto per mostrarsi più bella.
Ma è una ferita che la squarcia
come un vitello appeso al chiodo da anni
infetta di sporcizia e mosche.
Il mio tenue ricordo è in quella strada
avida di negozi eleganti
un fascio di luce
che unisce il sole il mare e la neve
nella memoria immobile a guardarla
come un lungo cero acceso.
Risuona incurante delle chiacchiere
dei sorrisi perfidamente ammiccanti
delle signore eleganti appassite
dentro i loro abiti di primavere lontane
sedute ai bar a sfogliare le loro memorie
e di giovani appoggiati ai muri che guardano
le ragazze orgogliose dei loro amori
impressi sulle bocche rosse
nei lunghi capelli neri
e nella notte splendente dei loro occhi.
La città del ricordo impetuoso
appartiene a mia madre
che attraversa pudica e indignata
la rete dei vicoli viscidi lastricati d’umido
tra donne dai seni straripanti di neve
a guardarla come una santa
coi suoi gioielli in ciascuna mano.
E io curioso a scrutare le loro mammelle
riverse fuori dai nidi vuoti
che la notte ospitano lupi e sirene
odorose di sperma e sudori.
Chi mi aveva insegnato a vedere
quel vivere di giorno invisibile?
Era la voce sanguinante del mio quartiere
di fianco a quella ferita, erano gli sguardi
rochi degli uomini con le mani in tasca
e la camicia sbottonata sul petto
che offrono le loro donne al passante
e le preservano dai piaceri dell’amore.
Guardavo desideravo sognavo
con l’innocenza del giusto Giuseppe
che sfugge alle braccia della vogliosa Zuleika.
Eppure le amo ancora quelle
che bisbigliavano d’alcove
al giovane sognante gli occhi ardenti
di una ragazza acerba.
Nel ricordo più intenso appaiono strade
straripanti d’uomini in tuniche bianche
ch’esultano per gli occhi rivolti al cielo
di quell’altra ragazza acerba
dai seni dilaniati dall’amore canceroso.
Veniva di notte
e versava nella mia bocca
il latte dalle sue mammelle
miracolosamente vergini. Fontana divina
in un viale fiorito
che m’invitava a bere il suo miele
il miele per riconoscere i viali
e le fontane da cui zampilla l’amore.
Li percorrevo
in compagnia di silenziose amiche
visi languidi fontane vivaci
che nascondevano i sentimenti a occhi bassi.
I viali mi apparivano falsamente fioriti
l’amore una ferita inguaribile
e il mio dolore il dolore del mondo.
Strade viali vicoli
sono le viscere della mia memoria
intenerita dalla lontananza
dal desiderio amaro di non tornare.

Marcello Comitini – La città del ricordo ©20/09/2022

MARCELLO COMITINI- UN SASSO NERO

Marcello Comitini – Un sasso nero
dalla raccolta Il fiato del mondo, 2015 – Marcello Comitini ©
da qui: https://marcellocomitini.wordpress.com/2019/02/27/un-sasso-nero/

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Glenn Gould plays Johann Sebastian Bach’s Partita no.6 in E minor, BWV830

immagine dal web di proprietà dell’Autore

Posso chiudere gli occhi – Marcello Comitini

Registrazione dell’8 agosto 2017

Marcello Comitini
Posso chiudere gli occhi
©

Lettura di Luigi Maria Corsanico


J.S. Bach:Sarabande Violin Partita No.2 in D minor BWV 1004
Alina Ibragimova


Odilion Redon, Evocazione di farfalle

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I

Non voglio vivere come vivono i ciechi
che pregano il sole senza averlo visto
e credono che Dio sia il raggio che li carezza
saggiandone tepore morbidezza e languore.
Temono il silenzio come temono il rumore
sentono nel vento lo schiaffo della natura
e nella tempesta la condanna di Dio.
Toccano l’acqua come un essere immondo
che striscia e li avvolge con viscide spire
e sentono la terra un rifugio sicuro
un guanciale per ascoltare i battiti del cuore.

Non voglio vivere come vivono i sordi
che percepiscono il cuore toccandosi il polso
e guardano le vene sul dorso della mano
chiedendosi se il sangue è un fiume che rumoreggia.
Vedono nelle labbra della persona amata
schiudersi il vermiglio sull’alabastro dei denti
e non sapranno mai se la luce che brilla
è un sorriso schietto o un’ironica smorfia.
Guardano all’orizzonte tra fiammate di nuvole
il sorgere del sole, l’uragano che nasce
e divampa negli occhi assetati di musica
il desiderio ansioso di una memoria antica.

Non posso vivere come vivono i muti
che hanno la gola cieca e sorda la bocca
che assorbono come spugne il soffio della vita
e si gonfiano come otri senza vie di fuga.
Zampogne senza bordoni, tamburi senza suoni,
eseguono con i gesti pentagrammi di musiche
e parole che mai leniranno il cuore.

II

Posso chiudere gli occhi come fanno
tutti i poveri al mondo, i cenciaioli,
con orecchie tappate e labbra strette
per non sentire le voci che osannano
al Dio che tutto suo malgrado perdona,
per non gridare il dolore che morde
i sogni acciambellati in fondo alla coscienza.

Voglio morire come muoiono coloro
che vivono spingendo carrelli della spesa
colmi di stracci e di speranze miserabili.
Coloro che, lungo strade di scaffali vuoti,
lungo corsie di case spente e tutte uguali,
annegano nel vino che fa dolce il rossore
piagnucoloso delle loro facce.

Chiuderò gli occhi, serrerò le orecchie.
Con le viscere piene del fuoco del liquore
mi stenderò supino lungo spiagge deserte
e guarderò le stelle chiuse nel mio cuore.
Ascolterò le onde che mi lambiscono la mente
e quando all’orizzonte s’infiammeranno i soli
chiederò alle farfalle, vanesse, colie, brintasie,
di coprirmi gli occhi e da dolci amiche
bere le lacrime che scorreranno
involontarie sul mio viso.

Marcello Comitini
Posso chiudere gli occhi ©

MARCELLO COMITINI – RUA GARRETT

Rua Garrett ©2020
di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos, Prelude No. 5
Nicholas Petrou

immagini dal web di proprietà degli Autori

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Rua Garrett © Marcello Comitini

Seduto da solo al tavolino del bar
senza ambizioni né desideri
triste e quieto penso
alle sale d’attesa piene di sogni altrui
e le ricopio in versi sul foglio del mio pensiero.
Nelle lunghe giornate di sole seguo
il vostro passarmi accanto
come vigili mummie dai visi riarsi,
le ragazze con le labbra assetate d’amore
che ridono eternamente giovani
e i bambini vocianti che mangiano un gelato alla fragola.
Ma in fondo alla strada
è il vento lieve come una farfalla
che mi porta il profumo della natura
e un interminabile tramonto
nel susseguirsi delle stagioni.
In compagnia del silenzio sento
il lento scrosciare della pioggia sul selciato
e nella notte sotto lo sguardo muto dei lampioni
il sonno delle vetrine sbarrate dalle serrande
mi ricorda come sono stati i miei anni.
Nulla intorno mi distrae dal pensare
alle speranze ingannatrici del mio passato
ai sogni inutili di un futuro immaginato.
Il vecchio Ribeiro che mi sta di fronte
sul suo alto monumento di marmo
si compiace delle sue trovate argute
e si congeda con un sorriso ironico.
Quando il sole brilla pesante nell’azzurro
qualcuno sorridendo mi siede accanto
finge di conversare con me e mi chiede
come mai le mie parole ardono ancora
tra incanto e cupa contemplazione.
Con il braccio poggiato sul tavolino taccio
come una cosa dimenticata
che vede in sé stessa
la disperazione del nulla.
Prima di allontanarsi mi stringe la mano
sospesa tra il cuore e la mente come un airone
che porta via i sentimenti
verso un cielo dove si mescolano
illusioni e dolore.
Non posso guardarvi negli occhi
e se potessi vi guarderei senza vedervi.
E se vi vedessi quanto lontano
sarei dai vostri pensieri!
Nel bronzo che m’imbalsama il corpo
nell’immobile parvenza di vita
il mio cuore paziente
come il ragazzo che spesso ho rimpianto
palpita ancora per vendicarsi
d’averlo negato con la stessa passione
con cui si nega Dio.
Mi levo l’ampio cappello augurandovi
buon sole e la pioggia se necessaria.

CHARLES BAUDELAIRE – LA BOTTE DELL’ODIO

Charles Baudelaire
I fiori del male

1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini
©2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste

Neu Musik Duett
“Noise” ℗ 2022
Guido Mazzon, keyboard
Marta Sacchi, keyboard
Voce recitante, Luigi Maria Corsanico

Dal commento di Marcello Comitini:

“…lo scenario di una taverna frequentata da ubriachi che sentono rinascere nel vino i loro rumorosi e invadenti incubi. Solo l’Odio non cede all’abbraccio inebriante e smemorante del vino, ma da esso trae maggiore lucidità per compiere il tuo terribile mestiere. “

SPLEEN E IDEALE

LXXI
LA BOTTE DELL’ ODIO

L’Odio è la botte delle pallide Danaidi:
la folle Vendetta dalle braccia rosse e forti
inutilmente versa nelle sue tenebre vuote
secchi colmi di sangue e lacrime di morti.

Il Demonio in segreto buca quelle tenebre,
e da lì sfuggono millenni di sudori e di sforzi
anche se l’Odio rigenerasse le sue vittime
e per sanguinare, galvanizzasse i loro corpi.

L’Odio è un ubriaco in fondo a una taverna
che sente la sete rinascergli dal vino
e moltiplicarsi come l’idra di Lerna

– Ma i bevitori felici conoscono chi li doma,
mentre l’Odio è votato alla penosa sorte
di non crollare mai sotto la tavola.

Luigi Maria Corsanico legge “Rivolta” di Marcello Comitini

“Un invito all’ascolto attento e partecipato.
Cosa potrei aggiungere? Nulla! Il commento che Luigi Maria Corsanico ha scritto in calce alla sua lettura, dice molto più di quanto io possa dire. “

Marcello Comitini

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Una lirica rivolta ai più diseredati, ai più abbandonati, ai più sfruttati. Cosa se ne farebbero costoro di parole che non sono le loro?
“Rivolta”: versi che usano le parole più aspre, dal suono più duro che tornano a capo solo per porre in risalto un concetto, isolandolo, affinché la mente del lettore si trovi di fronte a un precipizio che lo faccia riflettere se andare avanti o abbandonare.
Dunque nessun verso dolce in questo poema.
Saremo costretti a guardare dentro noi stessi. con uno sguardo severo, giudicante, senza possibilità di assoluzione.
Leggendo questi versi ho smesso di parlare di me, parlo di loro. E se non parlo di loro, rimane sempre nella mia voce una traccia aspra della loro presenza, del loro contagio, delle loro unghie, della loro umiliazione, della loro confusione mentale, del loro dolore.

Luigi Maria Corsanico

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RIVOLTA

1

Ho lasciato il mio posto, vecchia tana
nel cuore troppo tranquillo
della città addormentata
e passando scalzo su sputi e cicche
accese e terra e pietre,
coprendo le mie orecchie fra il rumore
di vagoni blindati e pieni
di uomini di donne di fanciulli
soffocati dai ventri stretti l’uno
all’altro, ho cercato i sobborghi
pullulanti di case sudice e vecchie
e di brandelli variopinti a festa
legati a fili di miseria.
Ed ho guardato dentro le finestre,
ho varcato le soglie come gole
d’infamia, ho rivoltato
il mio sguardo nel buio impenetrabile.
Ho udito lamenti e pianti,
e grida e bestemmie di donne
che sputavano sangue
sul giaciglio di terra.
« Abbiamo ancora da dire troppe cose
per piegare le braccia
e socchiudere gli occhi nell’attesa
della morte dolcissima che sale
su dalle gambe lentamente e il corpo
inaridisce.
Abbiamo da gridarvi troppe cose
coi nostri corpi stesi lungo i muri
a grappoli come mosche appiccicose
sui vostri occhi socchiusi.
Ma non vedete, non udite pietà che domandiamo
movendo appena le labbra.
A chi la colpa? Forse delle vesti
che vi ricoprono il corpo mentre noi
nudi fin dove la vergogna si dibatte
umiliandosi alla vostra pietà,
ascoltiamo i lamenti del compagno
e affrettiamo la morte per rendere
la nostra carne pane, e vino
il sangue che ci fermenta nelle vene.
Non parleremo. Non scriveremo ai muri
grida di libertà e di odio.
Non chiederemo pietà.
Ma chi oserà dimenticare i nostri corpi,
chi oserà guardarci in fondo agli occhi
il vuoto che la fame sbrindella
dentro i ventri?
Voi tremerete come canne
e volgerete altrove il capo passando.
Attenderemo
come rovi cresciuti all’improvviso
o gramigna dei vostri campi inariditi
che inciampiate nei nostri corpi le vesti ».
Ho lasciato il mio posto vecchia tana
nel cuore troppo tranquillo
della città addormentata.
Ho bestemmiato battendo il capo
tra le mani, ma mille
e mille mani nere, aspre
di odio inaridito
hanno fatto una schiera dentro me.

2

Chiudete i pugni, via
gridate al cielo spasimi di febbre
non domata. Non vogliamo
preti che non credono in Cristo,
capi che urlano dall’alto,
servi che strisciano tra i piedi
né vacche grasse dagli occhi
inumiditi dal languore.
Filosofi, avete detto parole
a sufficienza, ora vi mostriamo
pugni serrati dal furore. Che temete?
L’alterità del mondo è la vostra paura
ed io ho lasciato il mio posto
per farvi tacere almeno questa volta.
In questa schiera di mani ho ritrovato
i miei padroni e i miei servi,
i miei compagni, gli amici
compagnia di straccioni, di assassini
per miseria di puttane,
di ladruncoli bambini dagli occhi
impauriti. Guai a voi scribi
e farisei ipocriti; guai a voi
falsi Cristi inchiodati in croci d’oro.
Abbiamo lasciato il nostro posto
e spaccheremo il cuore troppo tranquillo
della città addormentata.

3

Ed io che canto invano,
invano per tutta la notte, ora una nenia
di uomini stanchi odo sotto la pioggia
di nubi liquefatte alle speranze,
ora è tempo di correre buttare via
i miei versi dolciastri e a piedi nudi
correre sotto quella pioggia.
Eccomi, fratelli, eccomi schiavi
antichi delle nuove leggi,
io vi darò speranze che allontanino
la frusta dei giorni senza fine.
Non sopportate più voi siete
liberi da ogni male futuro
ed il presente io prenderò con me
trasfigurato in versi che martellano
le carni degli ipocriti.
Non canterò più, luna,
non canterò più, notte di silenzio,
ora il fragore delle fruste
che battono le carni dei fratelli
sono assordanti grida alle mie orecchie,
e il canto si è spezzato nella gola.
Urlerò, con mani levate a crocifiggere
il segno del comando. E mi farò
schiavo per sciogliervi le catene
servo per dare a voi il comando
ucciso per dare a voi la vita.
Né importano le piaghe. Aspri versi
tuoneranno dal mio cuore in uragano
per naufragare gli stolti ed i sapienti.

4 

Sono sceso alla radice del dolore
come in fondo alla gola
di una oscura miniera abbandonata.
Ho scavato con disperazione assurda
sempre più al fondo della vita
per liberare l’urlo che freme
con fragore di tuono nella pioggia.
Là fuori, sepolti sotto un sasso
ho lasciato le mie vesti
ed il mio nome tra la folla
che sorride sazia di ogni giorno.
Nel buio sono sceso come cieco
protendendo le mani
e giunto al fondo – irraggiungibile fondo
dove mai nessuno è sceso –
fra sangue di omicidî, nell’odio,
fra terrori ed invidie fra vendette,
i bianchi grandi occhi di un fratello
morente.
E tu chi sei fratello?
Uomini maledetti sono sceso
nel profondo della vita per questo
spettacolo di morte? E ora io
vi guardo col disprezzo
che scarna il corpo del fanciullo.
Sono sceso alla radice del dolore
e ho visto un bimbo morente
nutrito dal vostro odio.
Che non muoia! I vostri ventri
stretti da panciotti, le vostre
grasse labbra inumidite e gli occhi
mostrerebbero le maschere beffarde
del vostro cuore roso già dai vermi.
Tutti voi siete mostri di cartone,
sorridenti pupazzi alle miserie
dei vostri fratelli disperati – ed è la vostra
disperazione, maledetti.

Cantate, oh si, cantate poeti del dissenso
rivestiti dalle piume del corvo.
Pregate anche, pregate, preti
nelle chiese illuminate dai ricchi
dove non è mai nato il Cristo
ma crocifisso grida dal dolore
«Abba perché mi hai abbandonato ?».
E voi filosofi costruttori di schiere
disumanizzate e schiavi degli occulti
imperi del denaro, vili servi
di un benessere falso e troppo facile,
frutto di vendette e di violenze,
gridate ancora, ancora a più alta voce
contro chi vi resiste e già vacilla
e già si arma la mano.
Sono sceso alla radice del dolore
e ho trovato un fanciullo protetto
da canti da preghiere da urla
ma morente.

5

Quante volte ipocriti
avete crocifisso Gesù Cristo?
Non una ma mille e mille e mille,
e non su rozze tavole di legno.
« Stendi le tue mani per piacere,
il chiodo è d’oro ed entra sveltamente.
E a lato non mettiamo due ladroni – troppo poco per te che sei Signore –
ma migliaia di uomini di donne,
di vecchi, di fanciulli, di bianchi
e negri, rossi, gialli,
prostitute di tutte le nazioni,
ladri, assassini, truffatori, figli
illegittimi ed adultere, falliti,
zoppi ciechi sudici pieni
di pidocchi e d’infiniti mali. Guarda,
ad uno ad uno con le nostre mani
li abbiamo acconciati per farti
da corona.
Che ci darai, Signore, in ricompensa ? ».

Da:
Marcello Comitini
Un ubriaco è morto
Poesie
Edizioni Caffè Tergeste – Roma 2019
© Tutti i diritti riservati

marcello comitini – in questa notte

Pubblico una registrazione del settembre 2019

Marcelllo Comitini
In questa notte

3 settembre 2019©

Lettura di Luigi Maria Corsanico (registrazione settembre 2019)

Erik Satie – Gnossienne No.4
Reinbert de Leeuw, piano

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In questa notte strana
in cui tutto è illuminato
dalla luce morente
i contorni si dissolvono
e la materia si scioglie.
Da un camino lontano
nella solitudine di un tetto
disteso a coprire
col suo pesante silenzio
una casa, un fumo denso
si alza e si sperde.
Un luccio in un lago salato
muove la bocca
come un imbuto di gomma.
Assorbe e risputa
ciò che beve e svanisce
nel grigio di un’acqua torbida.
In questa notte il vento passa
con le sue unghia adunche,
strappa dai rami
i frutti maturi li spinge lontano
li lascia cadere sulla terra assetata.
Muoiono.
Ma i semi
che il frutto nutre con il proprio sangue?
Nascosti al riparo del vento
nella loro invisibile perfezione
di vita, sono
la nostra vita futura
Oh poterci credere, sperare
che il vento si plachi
che un germoglio si tinga
di verdi speranze.


Marcelllo Comitini,3 settembre 2019©

Marcello Comitini – Lascio fare

Marcello Comitini
Lascio fare

27/08/2022 ©marcellocomitini
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Samuel Barber – Adagio for Strings, Op. 11 (excerpt)
Dover Quartet

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Lascio fare alla terra che dal suo grembo
colmo di piacere dona nutrimento
alle piante e agli animali
agli uomini visioni di felicità future
e a me, che cerco sulla pagina bianca
le ostinate interrogazioni dei sensi
e sulle false apparenze, l’impulso a trovare
verità eterne, tracce d’immortalità
perché tutto intorno appartiene alla vita
e tutto sembra tornare a rinascere.
Lascio fare alla vita. Che mi prenda pure
a morsi e graffi a sangue il cuore,
mi tolga ogni speranza, ogni caro affetto
si accanisca sui ricordi, li spolpi sino all’osso
mi scagli nel buio
del dubbio e della sconfitta. Già lo so
che lei appare lentamente come la luna
dallo squarcio di donna simile a una notte
illuminata a festa. Rischiara le membra
del bambino che felicemente ignaro gioca
con le ombre nate con lui.
Fantasmi che la vita trasforma
in dolori infiniti
che piegano l’animo -anche il più forte –
anche dell’uomo
che parla d’amore e d’affari e finge
che nelle sue vene non serpeggia il dolore.
Ma so che a un tratto la luce si fa di sangue
e sulla scia di una nuvola fugge
in un tramonto inatteso.
Come sa di umano il sangue della sera
laggiù in fondo all’orizzonte!
Come scivola dolcemente
dalla cima dei monti
sino alla valle verde di alberi
dai frutti che marciscono sui prati
sotto gli occhi di uomini sorpresi
e inebetiti dal lungo inganno degli anni!
Là passeggio a occhi bassi e la destra al cuore
per trattenere quel che la vita dona
e toglie perché tutto è suo. Tutto anche me stesso.
Lo condivide soltanto con la morte.
Lo fa rinascere nella terra.

27/08/2022 ©marcellocomitini

Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River / Il suonatore Jones

Edgar Lee Masters
Antologia di Spoon River / Il suonatore Jones
Traduzione di Fernanda Pivano


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Ashokan Farewell by Jay Ungar
Joe LaMay & Sherri Reese
in concert at the Bainbridge Opry House in Bainbridge, NY.

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“Antologia di Spoon River, poesie di persone che narrano, esaminano, recriminano su errori e ingiustizie, su dolori e glorie fasulle, su inganni e amori infelici. Un piccolo villaggio che Edgar Lee Masters ha popolato di voci come di una grande metropoli appena addormentata che nel silenzio scopre tutte le proprie contraddizioni. E la traduzione della Pivano rende queste voci vive, e palpitanti nell’armonia della nostra lingua. Leggere quest’opera e meditare significa scavare e scoprire in noi quelle tare che affliggono il nostro essere umani. Non è questione di viaggiare o rimanere immobili, di rimpiangere o pentirsi, quanto piuttosto valutare il giusto peso della vita, fatta di scelte tra errori e ingiustizie, tra dolori e glorie fasulle, tra inganni e amori infelici.
All’armoniosa traduzione della Pivano tu, caro Luigi, hai aggiunto quella della tua voce. Armonia accresciuta dalla tua scelta di leggere una poesia tra le meno gravose, una di quelle che, nel descrivere la varietà del vivere in mezzo a una varietà di interpretazioni della stessa realtà, sembra lasciare all’uomo un briciolo di libertà e forse di postuma serenità.

Per evitare di cedere al fascino di quest’opera, basta chiudere gli occhi e non vivere, ma soprattutto non pensare.”

Marcello Comitini

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La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.