Giuseppe Ungaretti – I ricordi

Giuseppe Ungaretti
I ricordi

da “Il Dolore (1937-1946), in “Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo”, “I Meridiani” Mondadori, 1969
Lettura e immagini di Luigi Maria Corsanico
Domenico Zipoli: Suite in sol minore- Sarabanda
al pianoforte L.M. Corsanico

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Quanto pianto la morte di un figlio, ancora adolescente, fa sgorgare dall’animo di un padre. Un pianto che si fa infinito come un mare sui ricordi di un addio senza voce e senza eco di quella felicità troppo breve per essere percepita in tutta la sua pienezza.

Marcello Comitini

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I ricordi, un inutile infinito,
Ma soli e uniti contro il mare, intatto
In mezzo a rantoli infiniti..

Il mare,
Voce d’una grandezza libera,
Ma innocenza nemica nei ricordi,
Rapido a cancellare le orme dolci
D’un pensiero fedele…

Il mare, le sue blandizie accidiose
Quanto feroci e quanto, quanto attese,
E alla loro agonia,
Presente sempre, rinnovata sempre,
Nel vigile pensiero l’agonia…

I ricordi,
Il riversarsi vano
Di sabbia che si muove
Senza pesare sulla sabbia,
Echi brevi protratti,
Senza voce echi degli addii
A minuti che parvero felici…

Marcello Comitini – Fame d’infinito

MARCELLO COMITINI – FAME D’INFINITO

marcellocomitini©famed’infinito05.11.2022

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Max Richter – From The Art of Mirrors

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Chiudere gli occhi e pensare
nel buio della mente
nel frastuono del cuore.
Lasciare che la memoria sfogli il passato
senza sapere quali immagini cercare
tra le pagine non ancora strappate
per paura o vergogna a volte sbiadite
a volte rigate di lacrime
spesso macchiate così tanto di vino
d’apparire più nere di una notte invernale.
Forse cercare ai piedi di alberi
spogliati dal tempo
le orme dei compagni smarriti
nei labirinti dei miei sentieri
vagando da una città all’altra
per sfuggire a quel vago sentore di morte
nell’abito a fiori
bianchi e neri di mia madre
nel suo corpo dolente nel suo sguardo
trafitto dalla cecità di un coltello.
O ritrovare nei viali alberati
della città immaginata a me straniera
il calore di quella ragazza
e sotto il suo cappotto rosso l’incanto
di un corpo giovane
nei suoi occhi passione e l’innocente paura
che danno vita al sogno della bellezza
che ride ancora di me e mi perseguita.
O ritrovare sulle labbra
la fontana dell’affetto di moglie e figli
nel giardino in cui sbocciano
i rari fiori dell’intimità.
Nel buio della mente preda del vino
che scorre nelle mie vene si fa strada il pensiero
che il sangue e la carne spingono
ogni giorno il mio corpo a cercare un corpo
che non abbia carne né sangue
ma una bellezza così vasta e profonda
da saziare la mia anima d’infinito.
Oh, non quel Cristo che pende
nudo dalla croce senza staccare
le mani dai neri chiodi
che ho amato e pianto nella mia adolescenza
come d’innanzi a un tramonto
che lentamente è svanito lontano nella nebbia
e ha lasciato il rimpianto
e un disperato bisogno di giustizia e d’amore.
Né il ricordo di colei che mi viene incontro
che nelle sue poesie mi dice
liebst du mich? e io non la capisco
che mi sorride ma non la vedo
sento soltanto un’ala che mi sfiora
come di una rondine in cerca del nido.
Ma alla mia mente appare l’immagine
luminosa di un’altra giovane donna.
Mi carezza
con la sua ala di aquila ferita
con la voce di un angelo
mi dice je t’aime
con il corpo affamato d’amore e l’anima
che nascosta sanguina.
È quel fiore chiamato rosa
e il suo strano colore rosso
dona al grigio del mio tramonto
l’inattesa sensazione di un’alba che nasce.
Perché risvegliarmi dal mio passato ?
Dovrò cancellare i ricordi
in nome di ciò che non si nomina
che stenderà sui miei occhi
il velo oscuro della sua presenza?
Non dovrò più pensare a quel Cristo
alla sua e mia
sete di giustizia
chiudere gli occhi a ogni grido che sento?
Non senza amarezza penso
che è stato già molto amare
ed essere amato
convertire le parole in musica
diffondere nell’aria il profumo
di due corpi che si desiderano
la purezza della fontana inesauribile
i fiori rari del mio giardino
l’orrore per la violenza e l’egoismo.
Quando scenderà sui miei occhi il velo
a sfocare l’ultima immagine della mia vita
non mi rimarrà
che poggiare la fronte sulla mano destra
piegare la schiena in avanti
e guardare la sola immagine
in cui la lama del tempo piomba
a separare spirito e corpo.Chiudere gli occhi e pensare
nel buio della mente
nel frastuono del cuore.
Lasciare che la memoria sfogli il passato
senza sapere quali immagini cercare
tra le pagine non ancora strappate
per paura o vergogna a volte sbiadite
a volte rigate di lacrime
spesso macchiate così tanto di vino
d’apparire più nere di una notte invernale.
Forse cercare ai piedi di alberi
spogliati dal tempo
le orme dei compagni smarriti
nei labirinti dei miei sentieri
vagando da una città all’altra
per sfuggire a quel vago sentore di morte
nell’abito a fiori
bianchi e neri di mia madre
nel suo corpo dolente nel suo sguardo
trafitto dalla cecità di un coltello.
O ritrovare nei viali alberati
della città immaginata a me straniera
il calore di quella ragazza
e sotto il suo cappotto rosso l’incanto
di un corpo giovane
nei suoi occhi passione e l’innocente paura
che danno vita al sogno della bellezza
che ride ancora di me e mi perseguita.
O ritrovare sulle labbra
la fontana dell’affetto di moglie e figli
nel giardino in cui sbocciano
i rari fiori dell’intimità.
Nel buio della mente preda del vino
che scorre nelle mie vene si fa strada il pensiero
che il sangue e la carne spingono
ogni giorno il mio corpo a cercare un corpo
che non abbia carne né sangue
ma una bellezza così vasta e profonda
da saziare la mia anima d’infinito.
Oh, non quel Cristo che pende
nudo dalla croce senza staccare
le mani dai neri chiodi
che ho amato e pianto nella mia adolescenza
come d’innanzi a un tramonto
che lentamente è svanito lontano nella nebbia
e ha lasciato il rimpianto
e un disperato bisogno di giustizia e d’amore.
Né il ricordo di colei che mi viene incontro
che nelle sue poesie mi dice
liebst du mich? e io non la capisco
che mi sorride ma non la vedo
sento soltanto un’ala che mi sfiora
come di una rondine in cerca del nido.
Ma alla mia mente appare l’immagine
luminosa di un’altra giovane donna.
Mi carezza
con la sua ala di aquila ferita
con la voce di un angelo
mi dice je t’aime
con il corpo affamato d’amore e l’anima
che nascosta sanguina.
È quel fiore chiamato rosa
e il suo strano colore rosso
dona al grigio del mio tramonto
l’inattesa sensazione di un’alba che nasce.
Perché risvegliarmi dal mio passato ?
Dovrò cancellare i ricordi
in nome di ciò che non si nomina
che stenderà sui miei occhi
il velo oscuro della sua presenza?
Non dovrò più pensare a quel Cristo
alla sua e mia
sete di giustizia
chiudere gli occhi a ogni grido che sento?
Non senza amarezza penso
che è stato già molto amare
ed essere amato
convertire le parole in musica
diffondere nell’aria il profumo
di due corpi che si desiderano
la purezza della fontana inesauribile
i fiori rari del mio giardino
l’orrore per la violenza e l’egoismo.
Quando scenderà sui miei occhi il velo
a sfocare l’ultima immagine della mia vita
non mi rimarrà
che poggiare la fronte sulla mano destra
piegare la schiena in avanti
e guardare la sola immagine
in cui la lama del tempo piomba
a separare spirito e corpo.

marcellocomitini©famed’infinito05.11.2022

Marcel Proust – Fr/Ita

10 luglio 1871, Neuilly-Auteuil-Passy,
18 novembre 1922, Parigi

Mais, quand d’un passé ancien rien ne subsiste…
Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla…

Marcel Proust
Du côté de chez Swann
Paris 1913

Marcel Proust
Alla Ricerca del Tempo Perduto
I
Dalla Parte di Swann
Traduzione di Giovanni Raboni

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie
Gymnopédie No.3
Paul Barton, piano

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Mais, quand d’un passé ancien rien ne subsiste, après la mort des êtres, après la destruction des choses, seules, plus frêles mais plus vivaces, plus immatérielles, plus persistantes, plus fidèles, l’odeur et la saveur restent encore longtemps, comme des âmes, à se rappeler, à attendre, à espérer, sur la ruine de tout le reste, à porter sans fléchir, sur leur gouttelette presque impalpable, l’édifice immense du souvenir.

Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla, dopo la morte delle creature, dopo la distruzione delle cose, soli e più fragili ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare – loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edificio del ricordo.

Un poeta astigiano: Padre Franco Mazzarello

Vorrei ricordare una persona a me molto cara, che negli anni della mia adolescenza rappresentò un esempio di vita e di grande amore per la natura e per la letteratura: il Padre Franco Mazzarello, nato a Costigliole d’Asti il 5 settembre 1913 e deceduto ad Aosta il 25 ottobre 1995.
Religioso somasco, sacerdote nel 1939, laureato in lettere classiche nel 1946, per tutta la sua vita esercitò la sua professione di insegnante nelle scuole della Congregazione somasca. Lo conobbi a Rapallo nel Collegio San Francesco, negli anni ’60 e poi ad Entrèves di Courmayeur, dove proseguì il suo insegnamento nel Liceo scientifico statale di Aosta fino al 1983.

Religioso coltissimo, appassionato della poesia italiana ed in particolare di Dante, collaboratore delle riviste divulgative e storiche della Congregazione, compose diverse opere in prosa, come una biografia di San Girolamo Emiliani, fondatore della Congregazione, “Lo chiamavano Padre”, alcuni studi su Dante tra cui “Maria nella Divina Commedia”, una bella raccolta poetica intitolata “I canti della speranza”, pubblicati dall’Editrice Studio e Vita, a Rapallo nel 1967. Da questa raccolta ho tratto il poema che presento e che ho recitato anni or sono, dedicandolo alla sua bella anima, mai dimentico dei suoi insegnamenti, nelle lunghe escursioni in montagna, nel gruppo del Monte Bianco: ho ancora il dono di poter sentire nel mio intimo la sua voce, profonda e rassicurante per un adolescente che iniziava il viaggio della vita .

Padre Franco Mazzarello (1913-1995)
Il canto del mare
da ” I canti della speranza”
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arcangelo Corelli
Suite per Orchestra d’ Archi
Sarabanda e Badinerie

Immagini di L.M.Corsanico: Costa Valdiviana, Regíon de Los Ríos, Chile.

Il canto del mare

O mare,
creatura di Dio,
voglio ancora ascoltare
in silenzioso oblio
della varia vita,
il tuo perenne divino cantare.

O mare,
creatura insonne,
giovane eterno che ti agiti
come il mio spirito,
io vengo sul tuo lido
sonante, e su gli scogli,
che baciando e flagellando
rodi, godo meditare.

Io piango e tu piangi:
negli anfratti delle rocce rose
dal tuo salmastro, ai piedi
delle muscose
scogliere piene di vita,
ti sento piangere e singhiozzare,
e dal tuo pianto
intanto
mi pare
di sentirmi consolare.
Io rido e tu ridi:
l’onda tua birichina
su la roccia carezzata
scintilla e si sciorina,
mi lancia una risata
fresca ed argentina,
mi guarda e mi sorride,
poi fugge graziosa
sbrigliata e spensierata
come una bambina.

Mi adiro e ti adiri:
con la schiuma sulle labbra
schiaffeggiando vai le sponde,
in vorticosa danza
le vive navi
furibondo aggiri
e giù le attiri
nel vuoto vortice profondo.
S’alza l’onda pel vento,
s’abbassa, in alto
ritorna, è sospinta,
sospinge, guizza,
si protende, inciampa,
vacilla,
si rovescia,
percuote, bianca
rimbalza, ricade,
si rompe, si compone,
scintilla,
riscintilla,
si frange
con un urlo sullo scoglio
in un mare di petali
di camomilla.

Io amo e tu ami:
la tua onda amorosa
carezzando si abbandona
sulla roccia muscosa
piena di vita
e il bacio dona a un’infinita
di esseri famiglia.

O mare,
insonne mare
quell’armoniosa
melodia di amor che canti,
le risa e gli urli e i pianti
ascolto, e l’infinito
chiaro azzurro del cielo
e il cupo tuo ammiro,
la salmastra brezza respiro,
e penso,
o mare,
insonne mare,
che un solo spirito immenso
ci pervade e ci fa cantare.

Charles Baudelaire – Sono pieno di ricordi…

Charles Baudelaire
I fiori del male

1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini

© 2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Richard Wagner
Wesendonck Lieder, Träume
Jill Valentine, viola
Madeline Slettedahl, piano

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I FIORI DEL MALE
SPLEEN E IDEALE
LX Spleen
(Sono pieno di ricordi come avessi mille anni)

Sono pieno di ricordi come avessi mille anni.
Un mobile enorme con cassetti colmi di versi,
bilanci, processi, romanze, dolci biglietti
con spesse ciocche di capelli avvolte nelle quietanze,
nasconde meno segreti del mio triste cervello.
È una piramide, un immenso sepolcro nascosto
che contiene più morti di una fossa comune.
Io sono un cimitero che la luna rifugge,
dove lunghi versi, strisciando come rimorsi,
si accaniscono sempre sui miei morti più cari.
Sono una vecchia stanza piena di rose appassite
dove giacciono in gran disordine modelli superati,
dove pastelli lacrimosi e pallidi Boucher
aspirano il profumo vecchio di un flacone aperto.
Nulla eguaglia in lunghezza queste giornate assurde
quando sotto i fiocchi pesanti di nevose annate
la noia, frutto della piatta apatia,
assume le dimensioni di un essere immortale.
— Ormai tu non sei, o materia vivente,
che una roccia circondata da spaventose onde,
una roccia assopita in fondo a un Sahara brumoso,
una vecchia sfinge ignorata da un mondo senza pensieri,
dimenticata dagli atlanti, e dall’umore scontroso
che canta solamente ai raggi del tramonto.

MARCELLO COMITINI – Ritorno: un romanzo senza trama

Registrato e pubblicato il 21 marzo 2019

MARCELLO COMITINI
Ritorno: un romanzo senza trama © 2019

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Levon Minassian & Armand Amar – Ar Intch Lav Er

Immagine: Giacinto Platania, Etna – Eruzione del 1669, affresco del 1675

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Questo romanzo che sto leggendo è un mistero. Lo penso
sfogliando le pagine mentre passeggio
lungo la riva aspra e scoscesa
del lago del Salto senza alzare gli occhi. Non ha personaggi
e neppure una trama.
Alle mie spalle
un bosco denso di querce di faggi e castagni. Ai miei piedi
il lago ricorda che un uomo ha fermato il corso dell’acqua
con una barra di fuoco e cemento.
Nel silenzio degli alberi l’acqua ha creato
uno scenario ancora più bello. Un vento
leggero accompagna la mia lettura
come fossi sotto la lampada che oscilla sulla porta di casa.
Un romanzo
di albe e tramonti
di panorami da respirare fin dove si spinge lo sguardo
oltre le cime azzurre delle montagne, lungo le rive
di mari lucidi e turchesi.
Inizia così il mio ritorno in Sicilia,
al giardino di casa dove mio padre, con in testa il berretto
che portavano i contadini sulla soglia dei loro tuguri,
sedeva all’ombra secolare di un tiglio argentato,
circondato da vecchi Cavalieri Erranti.
Seduto
sulla tredicesima sedia della tavola rotonda,
narrava storie d’amore tra rumorose risate
e bagliori di spade e alabarde. Nei suoi occhi
erano ombre
con la parvenza di uomini vivi con i volti segnati
dagli elmi e le tuniche bianche
macchiate all’altezza del petto con croci di sangue.
Anche mio padre era un’ombra che si aggirava
per casa e in giardino
strappava qualche erba selvatica, seguiva le gesta dei grandi
persecutori, poneva domande
a cui nessuno sapeva rispondere.
Mio padre chiedeva alle ombre quanti anni mancassero
perché cessasse la guerra prima che il genere umano
finisse per essere estinto. Ma forse
non erano neppure domande.
Passeggiando mi chiedo
se nel romanzo troverò il ritorno di mia madre che mi abbraccia
e mi addita gli orizzonti che ho mancato nella mia vita
e sulla spiaggia dei miei pensieri solitari, la ballerina bianca
che si è fermata ad amarmi. Non ha paura
dell’uomo. L’uomo non esiste
tra le pagine di questo romanzo. C’è solo il ritorno alla mia finestra
spalancata a guardare da casa
il vulcano e i giganti
con un solo occhio di fuoco in mezzo alla fronte.
Dalle soglie delle loro caverne
ogni giorno scrutano fra le onde i neri e pesanti
brandelli di cuore scagliati nel mare. Nessuno risponde.
Il vulcano ammantato di neve innalza grigi sospiri di fumo
e allarga le braccia forti e rosse sulla tenera carne
delle campagne intorno, per coglierne i frutti
come soli al tramonto tra le cortine verdi degli alberi.

Leggo con estrema lentezza,
gusto il sapore
di ogni parola, di ogni riga, di ogni periodo,
di ogni pausa nei ritorni a capo, per sentire sino in fondo alla carne
l’attesa del momento in cui sarò certo di come andrà a finire.
Mi occorrerà del tempo e tanta volontà per resistere
alla fatica di tenere in mano le numerosissime
pagine di questo volume
pesante e unico. Faccio fatica a sfogliarlo. Passo
leggermente le dita da una pagina all’altra.
So che le pagine possono girarsi da sole
anche se dormo col capo ripiegato sul petto
e giungeranno alla fine di questo romanzo
senza spezzare i miei sogni.

MARCELLO COMITINI
Ritorno: un romanzo senza trama © 2019

MARCELLO COMITINI – RUA GARRETT

Rua Garrett ©2020
di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos, Prelude No. 5
Nicholas Petrou

immagini dal web di proprietà degli Autori

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Rua Garrett © Marcello Comitini

Seduto da solo al tavolino del bar
senza ambizioni né desideri
triste e quieto penso
alle sale d’attesa piene di sogni altrui
e le ricopio in versi sul foglio del mio pensiero.
Nelle lunghe giornate di sole seguo
il vostro passarmi accanto
come vigili mummie dai visi riarsi,
le ragazze con le labbra assetate d’amore
che ridono eternamente giovani
e i bambini vocianti che mangiano un gelato alla fragola.
Ma in fondo alla strada
è il vento lieve come una farfalla
che mi porta il profumo della natura
e un interminabile tramonto
nel susseguirsi delle stagioni.
In compagnia del silenzio sento
il lento scrosciare della pioggia sul selciato
e nella notte sotto lo sguardo muto dei lampioni
il sonno delle vetrine sbarrate dalle serrande
mi ricorda come sono stati i miei anni.
Nulla intorno mi distrae dal pensare
alle speranze ingannatrici del mio passato
ai sogni inutili di un futuro immaginato.
Il vecchio Ribeiro che mi sta di fronte
sul suo alto monumento di marmo
si compiace delle sue trovate argute
e si congeda con un sorriso ironico.
Quando il sole brilla pesante nell’azzurro
qualcuno sorridendo mi siede accanto
finge di conversare con me e mi chiede
come mai le mie parole ardono ancora
tra incanto e cupa contemplazione.
Con il braccio poggiato sul tavolino taccio
come una cosa dimenticata
che vede in sé stessa
la disperazione del nulla.
Prima di allontanarsi mi stringe la mano
sospesa tra il cuore e la mente come un airone
che porta via i sentimenti
verso un cielo dove si mescolano
illusioni e dolore.
Non posso guardarvi negli occhi
e se potessi vi guarderei senza vedervi.
E se vi vedessi quanto lontano
sarei dai vostri pensieri!
Nel bronzo che m’imbalsama il corpo
nell’immobile parvenza di vita
il mio cuore paziente
come il ragazzo che spesso ho rimpianto
palpita ancora per vendicarsi
d’averlo negato con la stessa passione
con cui si nega Dio.
Mi levo l’ampio cappello augurandovi
buon sole e la pioggia se necessaria.

MARCELLO COMITINI – L’ALTROVE DELLA LUNA

Marcello Comitini
L’altrove della luna
©2019

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie, Caresse
Piano, Bojan Gorisek

immagini dal web

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Lievemente sfumata dalla cecità del sole,
tu figura lontana come l’alba
mi vieni incontro con la luce soave del tuo corpo
nell’opaco specchio del tempo
non ancora consumato dalla mia memoria.
Vicino a me il tuo viso appare
nei vetri oscuri della stanza spoglia
dove attendo la tua veste con il fruscio del volo
e il biancore inargentato della luna
ora che la notte è scesa
sulla città e le case accendono
rade finestre – la mia è rimasta buia.
Tra i riverberi miti dei sorrisi
e il rosso delle labbra che spezza il mio silenzio
chiedi l’amore di uno sguardo, una carezza in sogno.
Ma so che sei altrove e il cuore batte stanco
e di pietà per la mia pena.
Ora che sei davvero più lontana
della nuvola perduta nell’azzurro del suo cielo
e la sospinge il vento, la dilania col suo aspro soffio
in figure astratte che mai avremmo immaginato,
tu mi sei vicina
perché così è la storia di due anime che non sanno
come incontrarsi quando nella notte
incerta ed ingannevole la luna guarda altrove.

Marcello Comitini
L’altrove della luna ©2019

Marcello Comitini – La strana favola

La strana favola
Novembre 2017 / MARCELLO COMITINI ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Beth Moon
Novato, California, USA b. 1955. San Francisco Bay Area artist
http://photogrvphy.com/beth-moon-diam…

Beau Soir di Claude Debussy
Trascrizione per violoncello e piano di Nicholas Canellakis
Nicholas Canellakis, cello
Michael Brown, piano

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Un poema che Marcello mi dedicò nel novembre 2017….

A Luigi Maria Corsanico che ci narra con
la sua voce emozionante le tante
meraviglie che brillano nella favola
umana.

Stiamo qui a guardare le stelle come bambini che ascoltano
a bocca aperta favole strane.
Con gli occhi sgranati e le pupille che brillano
altre stelle di un cielo infinitamente più oscuro
c’inseguono ostinate nel sonno.

Anche loro ci guardano come piccole lacrime scese
dalle guance rugose di un dio.
Lacrime sperse nello scorrere perenne dei fiumi,
nei solchi della terra, nera come la notte
in cui i nostri cuori hanno messo radici.
Germogliamo sotto i loro sguardi impassibili
come semi di alberi che crescono,
spalancano le braccia, vanno incontro al sole,
fremono, si contorcono in cerca della luce.
La linfa della terra ci offre il sapore
di una nuova meraviglia: la voglia di conoscere
la nostra vera anima,
la natura e il senso del tendere le braccia
verso l’albero che cresce in silenzio accanto a noi
– ci offre la sua ombra come tenero rifugio
all’infuocata furia delle nostre domande,
al battere continuo dei timori
come tamburi che ci scuotono il cervello.

Ascoltano le stelle il grido della nostra resistenza
al dolore, al destino, alla morte,
sorridono compiaciute del nostro non aver capito nulla,
della nostra testardaggine di sperare invano
d’essere felici eternamente.
Nessun suono del loro sorridere ci giunge
e rimaniamo immobili in attesa d’essere sorpresi
a bocca aperta dalla fine
della favola strana.

testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633