SALVATORE QUASIMODO – ALLE FRONDE DEI SALICI

I poeti dello specchio
SALVATORE QUASIMODO

(20 agosto 1901-14 giugno 1968)

GIORNO DOPO GIORNO
MONDADORI
1947
prima edizione

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Scritta alla fine dell’inverno del 1944, “Alle fronde dei salici” comparve per la prima volta nel 1946, a Milano, nella raccolta “Con il piede straniero sopra il cuore“, in “Quaderni di costume” di Giancarlo Vigorelli. Poi nel febbraio del 1947 fu pubblicata da Mondadori nella raccolta “Giorno dopo giorno“.

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Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.
Salmo 137

ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI – ER GIORNO DER GIUDIZZIO

REGISTRAZIONE DEL 28 AGOSTO 2019

Giuseppe Gioachino Belli – Er Giorno Der Giudizzio
Edizione di riferimento:
BELLI
Sonetti

A cura di Giorgio Vigolo con la collaborazione di Pietro Gibellini.
I Meridiani
Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1978

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dal: Preludio e Fuga in do minore BWV 549 di J.S. Bach

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ER GIORNO DER GIUDIZZIO

  Cuattro angioloni co le tromme in bocca

Se metteranno uno pe ccantone

A ssonà: poi co ttanto de voscione

Cominceranno a ddí: «Ffora a cchi ttocca.»     4

  Allora vierà ssú una filastrocca

De schertri da la terra a ppecorone,

Pe rripijjà ffigura de perzone,

Come purcini attorno de la bbiocca.                8

  E sta bbiocca sarà Ddio bbenedetto,

Che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:

Una pe annà in cantina, una sur tetto.           11

  All’urtimo usscirà ’na sonajjera

D’angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,

Smorzeranno li lumi, e bbona sera.               14

                                                                       25 novembre 1831

FEDERICO GARCÍA LORCA – ENCINA / QUERCIA

Grabado el 10 de agosto de 2016

Federico García Lorca
“Encina”

Libro de poemas (1918/1920)
Leído por Luigi Maria Corsanico

Francisco Tárrega, “Lagrima”
Per-Olov Kindgren, guitarra

Pintura de Claude Monet
“La encina Bodmer, bosque de Fontainebleau”

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Bajo tu casta sombra, encina vieja,
quiero sondar la fuente de mi vida
y sacar de los fangos de mi sombra
las esmeraldas líricas.
Echo mis redes sobre el agua turbia
y las saco vacías.
¡Más abajo del cieno tenebroso
están mis pedrerías!

¡Hunde en mi pecho tus ramajes santos!,
¡oh solitaria encina,
y deja en mi sub-alma
tus secretos y tu pasión tranquila!

Esta tristeza juvenil se pasa,
¡ya lo sé! La alegría
otra vez dejará sus guirnaldas
sobre mi frente herida,
aunque nunca mis redes pescarán
la oculta pedrería
de tristeza inconsciente que reluce
al fondo de mi vida.

Pero mi gran dolor trascendental
es tu dolor, encina.
Es el mismo dolor de las estrellas
y de la flor marchita.

Mis lágrimas resbalan a la tierra
y, como tus resinas,
corren sobre las aguas del gran cauce
que va a la noche fría.
Y nosotros también resbalaremos,
yo con mis pedrerías,
y tú plenas las ramas de invisibles
bellotas metafísicas.

No me abandones nunca en mis pesares,
esquelética amiga.
Cántame con tu boca vieja y casta
una canción antigua,
con palabras de tierra entrelazadas
en la azul melodía.

Vuelvo otra vez a echar las redes sobre
la fuente de mi vida,
redes hechas con hilos de esperanza,
nudos de poesía,
y saco piedras falsas entre un cieno
de pasiones dormidas.

Con el sol del otoño toda el agua
de mi fontana vibra,
y noto que sacando sus raíces
huye de mí la encina.

1919

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REGISTRAZIONE DEL 10 AGOSTO 2016

Federico García Lorca
“Quercia”

Poesie (1918-1920)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

da:
Federico García Lorca
Tutte le poesie e tutto il teatro

A cura di Claudio Rendina e Elena Clementelli
Edizioni integrali con testo spagnolo delle poesie a fronte
Newton Compton editori

Sotto la tua casta ombra, vecchia quercia,
voglio esplorare la fonte della mia vita
e scavare dal fango della mia ombra
lirici smeraldi.
Getto le mie reti nelle acque torbide
e le tiro fuori vuote.
Nell’abisso del fango tenebroso
stanno le mie gemme!

Affonda nel mio petto i tuoi santi rami,
o solitaria quercia,
e lascia nell’abisso della mia anima
i tuoi segreti e la tua cauta passione!

Questa tristezza giovanile passa,
lo so! L’allegria
un’altra volta lascerà le sue ghirlande
sulla mia fronte ferita,
anche se mai le mie reti pescheranno
la nascosta gemma
d’incosciente tristezza che brilla
in fondo alla mia vita.

Ma il mio grande trascendentale dolore
è il tuo dolore, quercia.
È lo stesso dolore delle stelle
e del fiore appassito.

Le mie lacrime cadono a terra
e, come le tue resine,
corrono sulle acque del gran fiume
che va verso la notte fredda.
Ed anche noi cadremo,
io con le mie gemme
e tu coi rami pieni di invisibili
ghiande metafisiche.

Non m’abbandonare mai coi miei dolori,
scheletrica amica.
Cantami con la tua bocca vecchia e casta
una canzone antica,
con parole di terra intrecciate
all’azzurra melodia.

Getto le reti un’altra volta
nella fonte della mia vita,
reti fatte con fili di speranza,
nodi di poesia,
e raccolgo pietre false nel fango
di passioni addormentate.

Col sole d’autunno tutta l’acqua
della mia fontana ha un tremito,
e vedo fuggire da me
la quercia che non ha radici.

 1919

Federico García Lorca – Città insonne/ Ciudad sin sueño

REGISTRAZIONE DEL 19 LUGLIO 2016

Federico García Lorca
Poeta a New York
III. STRADE E SOGNI
Città insonne
(Notturno di Brooklyn Bridge)

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Disegno e manoscritto originale di Federico García Lorca

Lennie Tristano
Requiem (excerpt)

da:
Federico García Lorca
Tutte le poesie e tutto il teatro
A cura di Claudio Rendina e Elena Clementelli
Edizioni integrali con testo spagnolo delle poesie a fronte
Newton Compton editori

Città insonne
(Notturno di Brooklyn Bridge)

 
Nessuno dorme nel cielo. Nessuno, nessuno.
Nessuno dorme.
Le creature della luna profumano e girano intorno alle capanne.
Verranno le iguane vive a mordere gli uomini che non sognano
e quello che fugge col cuore rotto incontrerà agli angoli
l’incredibile coccodrillo tranquillo sotto la dolce protesta delle stelle.
 
Nessuno dorme nel mondo. Nessuno, nessuno.
Nessuno dorme.
C’è un morto nel cimitero più lontano
che da tre anni si lamenta
perché ha un paesaggio secco nel ginocchio;
e il bambino che hanno seppellito questa mattina piangeva tanto
che si dovettero chiamare i cani perché la smettesse.
 
La vita non è sogno. Sveglia! Sveglia! Sveglia!
Noi cadiamo per le scale per mangiare l’umida terra
o saliamo al filo della neve con il coro delle dalie morte.
Ma non c’è oblio né sogno:
carne viva. I baci legano le bocche
in un intrico di vene nuove
e farà male a chi soffre il proprio dolore senza sosta
e chi teme la morte se la porterà in spalla.
Un giorno
i cavalli vivranno nelle taverne
e le formiche furiose
andranno all’assalto dei cieli gialli che si rifugiano negli occhi delle
vacche.
 
Un altro giorno
vedremo la resurrezione delle farfalle disseccate
e procedendo ancora in un paesaggio di spugne grigie e barche
mute
vedremo brillare il nostro anello e nascere rose dalla nostra lingua.
Sveglia! Sveglia! Sveglia!
Quelli che ancora hanno i segni di fango e acquazzone,
quel ragazzo che piange perche non sa l’invenzione del ponte
o quel morto che non ha più che la testa e una scarpa,
bisogna portarli al muro dove iguane e serpi attendono,
dove attende la dentatura dell’orso,
dove attende la mano mummificata del bambino
e la pelle del cammello si rizza con un violento brivido azzurro.
 
Nessuno dorme nel cielo. Nessuno, nessuno.
Nessuno dorme.
Ma se qualcuno chiude gli occhi
frustatelo, figli miei, frustatelo!
Sorga un panorama di occhi aperti
e amare piaghe accese.
Nessuno dorme nel mondo. Nessuno. Nessuno.
 
Già l’ho detto.
Nessuno dorme.
Ma se qualcuno nella notte ha un eccesso di muschio sulle tempie
aprite le botole perché guardi sotto la luna
le coppe false, il veleno e il teschio dei teatri.

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Federico García Lorca
POETA EN NUEVA YORK
III. CALLES Y SUEÑOS
Ciudad sin sueño (Nocturno del Brooklyn Bridge)

Leído por Luigi Maria Corsanico

Lennie Tristano
Requiem (excerpt)

Dibujo y manuscrito original de Federico García Lorca

Federico García Lorca – Otra canción (Otoño) – Altra canzone (Autunno)

Grabado el 30 de agosto de 2016

Federico García Lorca
Otra canción

1919
(Otoño)
Libro de poemas

Leído por Luigi Maria Corsanico

Francisco Tárrega – Recuerdos de la Alhambra
Narciso Yepes, recital realizado en 1979 en el Teatro Real de Madrid.

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¡El sueño se deshizo para siempre!
En la tarde lluviosa
mi corazón aprende
la tragedia otoñal
que los árboles llueven.
Y en la dulce tristeza
del paisaje que muere
mis voces se quebraron.
El sueño se deshizo para siempre.
¡Para siempre! ¡Dios mío!
Va cayendo la nieve
en el campo desierto
de mi vida,
y teme
la ilusión, que va lejos,
de helarse o de perderse.
¡Cómo me dice el agua
que el sueño se deshizo para siempre!
¿El sueño es infinito?
La niebla lo sostiene,
y la niebla es tan sólo
cansancio de la nieve.
Mi ritmo va contando
que el sueño se deshizo para siempre.
Y en la tarde brumosa
mi corazón aprende
la tragedia otoñal
que los árboles llueven.

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Registrazione del 30 agosto 2016

Federico García Lorca
Altra canzone

1919
(Autunno)
Libro de poemas

Traduzione di Francesco Scarabicchi da:
Antonio Machado e Federico García Lorca
“Non domandarmi nulla”, 2015 – Marcos y Marcos

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Francisco Tárrega – Recuerdos de la Alhambra
Narciso Yepes

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Il sogno s’è dissolto per sempre!
Nella sera piovosa
il mio cuore conosce
la tragedia d’autunno
che cade dagli alberi.
Nella dolce tristezza
del paesaggio che muore
le mie voci si spezzano.
Il sogno s’è dissolto per sempre.
Per sempre! Dio mio!
Va cadendo la neve
sulla campagna deserta
della mia vita,
e teme,
l’illusione, che va lontano,
di gelarsi o di perdersi.
Come mi dice l’acqua
che il sogno s’è dissolto per sempre!
Il sogno è infinito?
La nebbia lo sostiene,
e la nebbia è soltanto
stanchezza della neve.
Il mio ritmo racconta
che il sogno s’è dissolto per sempre.
Nella sera di nebbia
il mio cuore conosce
la tragedia d’autunno
che cade dagli alberi.

Ángel González – Voi tutti sembrate felici…

Ángel González, Oviedo 6-9-1925 / Madrid 12-1-2008
Voi tutti sembrate felici
(Todos ustedes parecen felices…)
Traduzione dall’originale e lettura di Luigi Maria Corsanico

Scriabin 6 Preludes
Op.13 – No.4 in E minor

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Voi tutti sembrate felici…
…e sorridete a volte quando parlate
e scambiate perfino parole d’amore.
Ma vi amate l’uno per l’altro,
odiandovi nella moltitudine.
Conservate tonnellate di nausea
per ogni millimetro di gioia
e sembrate – soltanto in apparenza – felici.
E parlate
con il fine di nascondere questa inevitabile amarezza,
e quante volte non ci riuscite,
come io stesso non posso occultarla per molto tempo;
questa straziante, sterile, lunga, cieca
devastazione che lentamente mi trascina verso l’ignoto.

CHARLES BAUDELAIRE – LA BOTTE DELL’ODIO

Charles Baudelaire
I fiori del male

1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini
©2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste

Neu Musik Duett
“Noise” ℗ 2022
Guido Mazzon, keyboard
Marta Sacchi, keyboard
Voce recitante, Luigi Maria Corsanico

SPLEEN E IDEALE

LXXI
LA BOTTE DELL’ ODIO

L’Odio è la botte delle pallide Danaidi:
la folle Vendetta dalle braccia rosse e forti
inutilmente versa nelle sue tenebre vuote
secchi colmi di sangue e lacrime di morti.

Il Demonio in segreto buca quelle tenebre,
e da lì sfuggono millenni di sudori e di sforzi
anche se l’Odio rigenerasse le sue vittime
e per sanguinare, galvanizzasse i loro corpi.

L’Odio è un ubriaco in fondo a una taverna
che sente la sete rinascergli dal vino
e moltiplicarsi come l’idra di Lerna

– Ma i bevitori felici conoscono chi li doma,
mentre l’Odio è votato alla penosa sorte
di non crollare mai sotto la tavola.

Grido ai futuri secoli – Marcello Comitini

Marcello Comitini © Grido ai futuri secoli 29/04 – 02/05/2021
Lettura di Luigi Maria Corsanico

JS. Bach, Prelude No.8 in E flat minor BWV 853.
Leopold Stokowski / Czech Philharmonic Orchestra

“Raft of Lampedusa”
opera dello scultore britannico Jason DeCaires Taylor.
Lanzarote, isola dell’arcipelago delle Canarie, il Museo Atlántico.

“Cain” di Henri Vidal, Jardin des Tuilleries, Paris, 1896.

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Si rabbuia il cielo, lampi lividi tagliano
la massa oscura delle nuvole.
Sta per collassare l’universo?
Sul tronco liscio della croce,
una formica sale frettolosa sino ai tuoi piedi
trova un seme rosso di melograno
lo stringe tra le mandibole, scende
tra le pietre lo mette in salvo nella tana.
A ogni tuo respiro i lamenti salgono
all’infinita era del padre. Chi li accoglie?
Pendi dall’alto, il capo cinto dalla corona.
Sei il re che implora e accoglie
a braccia spalancate. Chi?
Un passero impaurito attraversa il cielo
si rifugia sui rami esili d’un arbusto in fiore.
Chini gli occhi su tua madre. Ti ricorda
il giorno delle nozze, la sua preghiera
esaudita, il vino migliore offerto per ultimo.
Intorno a lei la rosa brulicante degli spettatori
che assistono al tuo patire. Alcuni
impauriti dalla folgore
che squarcia il sipario insanguinato alle tue spalle,
altri mordono singhiozzando i fazzoletti,
altri piangono sé stessi intenti
a spartirsi le tue spoglie.

Il tuo ultimo respiro è un rantolo.
O un grido ai futuri secoli
che traspaiono nello sconquasso delle nuvole?

Staccato dalla croce la tua spoglia fredda
scende nel baratro degli inferi.
Un popolo innumerevole di ombre
si muove in volo come uno stormo di pipistrelli.
Arsi dal desiderio muovono le ali.
Non sanno, non ti conoscono. Si ritraggono.

Dall’alto giunge lo spirito, varca
l’arco gelido della morte, riprende coscienza
nella quiete del tuo cadavere.
Nell’ oscurità brilla il lume della resurrezione.
Ti viene incontro il popolo di ombre cieche.
Un uomo e una donna si fanno avanti tenendosi per mano.
Lui bacia le labbra di lei rosse come una mela.
Sono distanti dall’amarsi. Ma è comunque amore.
Dicono tutti con lo sguardo noi crediamo. E li raccogli
nel cavo delle mani, li adagi
nel tepore della luce.

E noi, che attendiamo
come fossimo ombre già condannate agli inferi,
ti vediamo nei bagliori dell’alba
abbassare le braccia lungo i fianchi,
mostrare le mani ferite. Già sai
che ogni tua resurrezione sarà precipitata
nell’abisso degli errori, dai sì e no
del pensiero troppo umano
dalle crudeltà che si perpetuano senza tempo.
Prima che tu svanisca
nell’alto dei cieli, circondato dagli angeli
anche quelli che ci custodivano,
abbiamo una domanda
che attraversa la fede e la morte.
Consolerai il nostro inguaribile dolore?
Ci strapperai dal nido delle ombre
in cui la nostra vita
come il passero impaurito dagli artigli della disperazione
si è rifugiata nel cespuglio fiorito dei sogni?
Sei il trionfante o vittima dell’Essere Uomo?

29/04 – 02/05/2021©marcello comitini

Primo Levi – 11 febbraio 1946

11 febbraio 1946 – Primo Levi
da “Ad ora incerta”, Garzanti Editore, 1984
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Memory, Adrian Konarski

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Cercavo te nelle stelle
Quando le interrogavo bambino.
Ho chiesto di te alle montagne,
Ma non mi diedero che poche volte
Solitudine e breve pace.
Perché mancavi, nelle lunghe sere
Meditai la bestemmia insensata
Che il mondo era uno sbaglio di Dio,
Io uno sbaglio nel mondo.
E quando, davanti alla morte,
Ho gridato di no da ogni fibra,
Che non avevo ancora finito,
Che troppo ancora dovevo fare,
Era perché mi stavi davanti,
Tu con me accanto, come oggi avviene,
Un uomo una donna sotto il sole.
Sono tornato perché c’eri tu.

Primo Levi

11 febbraio 1946

MARIO LUZI – OSSO

Mario Luzi
da: Poesie ultime e ritrovate. Garzanti i grandi libri / POESIA
SOTTO SPECIE UMANA (1999)

  1. Promenade humaine I
    Osso

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith
Trauermusik per Viola e archi (1936)
Yuri Bashmet, viola
Solisti di Mosca

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Che fai, terra, ti celi
o ti riveli
ti neghi
o ti concedi
all’uomo
ai suoi pensieri
ai suoi
imprendibili desideri?
oppure li ignori
e anche lui
ti ignora, e non lo crede,
vedi, ti chiede i suoi piaceri,
ti strappa i tuoi tesori, è vero,
però ti disconosce
e non gli pari
né amica né consorte,
solo avara
depositaria dei suoi averi,
solo arcigna
e vorace custode dei suoi ieri.
Ed ecco li rivuole
lui i suoi cimeli,
le sue memorie:
poi di nuovo ti usa
e ti affida le sue ceneri,
sempre trascura i tuoi misteri.
E io osso sepolto e dissepolto,
di chi sono,
dell’uomo
o tuo, terra, che umile
e ingorda m’hai pulito
e custodito,
o dell’unico
umoroso pathos –
Si scisse
ad opera del male
questo e della pena
e anela
forse alla ricongiunzione piena.
Venga,
oh venga presto irreversibilmente.