WILLIAM SHAKESPEARE – AMLETO, SOLILOQUIO ATTO III

Morire, dormire –
niente di più, e dormendo dire: basta
a ciò che stringe il cuore, basta a questi
imbrogli della carne, a tutta questa
eredità di male.

William Shakespeare

(Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564 – 23 aprile 1616)

AMLETO
ATTO III – SCENA PRIMA
SOLILOQUIO

Nella traduzione di Cesare Garboli
Letture Einaudi
2009


Lettura di Luigi Maria Corsanico


John Dowland – Pavan; Lachrimae Antiquae (“Ancient Tears”)
The Rose Consort of Viols
Jocob Heringman – Renaissance lutes

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Essere o non essere? Ecco il quesito.
È più da coraggiosi seppellire
nel profondo dell’anima le frecce
e i sassi che la vita scaglia contro,
o piantare la spada, e a viso aperto
a un oceano di orrori opporsi e dire:
no, finiamola? Morire, dormire –
niente di più, e dormendo dire: basta
a ciò che stringe il cuore, basta a questi
imbrogli della carne, a tutta questa
eredità di male. Non è pio
sperare che la vita abbia una fine?
Morire. Dormire. Sognare forse.
Ah, questo è il nodo! Già, perché che vengano
dei sogni a visitarci anche da morti,
e quali, eccolo il nodo: ecco il pensiero
che fa cosi longevi i nostri mali.
Già, chi udrebbe, per anni, il ridacchiare
del tempo, quel galoppo da padrone,
e i dileggi del mondo, quelle sferze
che schioccano sui fianchi, e l’arroganza,
i soprusi e lo· scherno dei potenti,
le angosce di un amore disprezzato,
i passi da lumaca della legge,
l’insolenza dei pubblici ufficiali,
i calci e le pedate che il valore
riceve puntualmente dagli indegni,
quando a darsi quietanza basterebbe
la firma di un pugnale? Chi vorrebbe
trascinare una vita, qui, da bestie,
se non fosse il pensiero di qualcosa
là, dopo morti – ignoto dove, luogo
da dove non si torna – a far tremare
e vacillare l’anima? e a far peggiore
dei nostri mali ciò che non sappiamo?
Cosi il sapere ci fa tutti vili,
e la pallida ombra del pensiero
annebbia il color vivo del decidere.
Una nobile impresa può, per questo,
smarrirsi dal suo corso, e può smarrire
anche il nome di azione.

WILLIAM SHAKESPEARE – SONETTO 28

WILLIAM SHAKESPEARE – SONETTO 28
da:
WILLIAM SHAKESPEARE
I sonetti

Titolo originale dell’opera: Sonnets
Traduzione dall’inglese di Maria Antonietta Marelli
I edizione nei “Grandi Libri”: marzo 1986
© Garzanti Editore s.p.a., 1986
© 1999, 2016, Garzanti s.r.l., Milano

Lettura di Luigi Maria Corsanico

John Dowland (1563 – 1626)
Melancholy Galliard
Christoph Denoth, chitarra

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Come posso ritrovare la mia pace
se il ristoro del sonno mi è negato?
Se l’affanno del giorno non riposa nella notte
ma giorno da notte è oppresso e notte da giorno?
Ed entrambi, anche se l’un l’altro ostili,
d’accordo si dan mano solo per torturarmi
l’uno con la fatica, l’altra con l’angoscia
di esser da te lontano, sempre più lontano.
Per cattivarmi il giorno gli dico che sei luce
e lo abbellisci se nubi oscurano il suo cielo:
così pur blandisco la cupa notte dicendo
che tu inargenti la sera se non brillano stelle.
Ma il giorno ogni giorno prolunga le mie pene
e la notte ogni notte fa il mio dolor più greve.